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Il Comune di Ivrea assegna il Castellazzo a Credendari e Cacciatori della Repubblica Cisalpina. Chi ha visto Comotto?

Concessione per nove anni dell’immobile di via Castellazzo alle due associazioni storiche, con canone a carico dei concessionari e un contributo comunale da 42 mila euro per i lavori di manutenzione e adeguamento funzionale

Il Comune di Ivrea assegna il Castellazzo a Credendari e Cacciatori della Repubblica Cisalpina. Chi ha visto Comotto?

Francesco Comotto

Il Comune di Ivrea ha messo nero su bianco una decisione che riguarda uno degli immobili comunali più dibattuti della città: il Castellazzo, in via Castellazzo 14. Con la determinazione dirigenziale n. 1180 del 23 dicembre 2025, l’amministrazione concede l’uso dell’edificio per nove anni a due associazioni storiche legate al Carnevale accompagnando l’operazione con un contributo pubblico da 42 mila euro per lavori di manutenzione e adeguamento funzionale.

Il provvedimento dà attuazione alla deliberazione della Giunta comunale del 22 dicembre 2025 e assegna i locali in modo distinto: il piano superiore, circa 81 metri quadrati, va all’Associazione Gruppo Storico I Credendari; il piano inferiore, circa 52 metri quadrati, all’Associazione 1° Battaglione Cacciatori della Repubblica Cisalpina, conosciuta come Scorta d’onore della Mugnaia. Una scelta che, nelle intenzioni del Comune, mira a garantire una sede stabile a due realtà considerate parte integrante dell’identità storica e simbolica di Ivrea.

La concessione non è gratuita. Le associazioni dovranno versare un canone annuale, calcolato sulla base dei metri quadrati occupati e delle tariffe stabilite ogni anno dalla Giunta. Per il 2026, il Comune ha già messo a bilancio le entrate: 777,60 euro a carico dei Credendari e 537,60 euro a carico del Battaglione Cacciatori. A queste cifre si aggiungono tutte le spese per utenze e riscaldamento, interamente a carico dei concessionari, con una ripartizione proporzionale degli spazi utilizzati.

Il nodo centrale del provvedimento, però, è il contributo economico di 42 mila euro, destinato esclusivamente all’Associazione 1° Battaglione Cacciatori della Repubblica Cisalpina per interventi di manutenzione e adeguamento funzionale dell’immobile. Il Comune precisa che il contributo non può in alcun modo essere utilizzato per pagare il canone, ma serve a coprire solo una parte delle spese per rendere i locali fruibili. L’erogazione avverrà in due tranche: il 50 per cento alla firma della concessione e il restante 50 per cento solo dopo la rendicontazione delle spese effettivamente sostenute.

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I lavori dovranno essere eseguiti nel rispetto di un progetto approvato e sotto il controllo dell’Area Tecnica comunale. Nessuna modifica ulteriore sarà consentita senza un’autorizzazione scritta. Alla fine dei nove anni, le associazioni dovranno restituire i locali nello stesso stato in cui li hanno ricevuti, salvo che il Comune decida di trattenere eventuali migliorie senza riconoscere alcun indennizzo.

Non mancano, come spesso accade in questi casi, le clausole di salvaguardia per l’amministrazione. Il Comune si riserva la possibilità di revocare la concessione con tre mesi di preavviso per motivi di interesse pubblico, oltre che in caso di uso improprio degli spazi o mancato pagamento del canone. Le associazioni, dal canto loro, sollevano l’ente da qualsiasi responsabilità per danni a persone o cose derivanti dalle attività svolte all’interno dell’immobile.

Insomma, il Castellazzo entra ufficialmente in una nuova fase della sua storia: da un lato il riconoscimento istituzionale del ruolo delle associazioni storiche, dall’altro un investimento pubblico non trascurabile per sistemare un immobile comunale. Un’operazione che, come spesso accade, intreccia tradizione, contributi pubblici e gestione del patrimonio, e che inevitabilmente continuerà a far discutere su priorità, criteri e opportunità delle scelte dell’amministrazione comunale.

Tutto chiaro? Tutto bene? Beh sì. C'è da aggiungere però che un'operazione "tale e quale" era stata portata avanti dalla passata amministrazione comunale dala vicesindaca Elisabetta Piccoli (delibera 426 del 28 dicembre 2022), come contraenti i Pifferi e tamburi e nell'assegno una cifra per le manutenzioni pari a 75 mila euro.

Perchè l'operazione non andò in porto? Per tanti motivi. Uno tra i tanti fu la polemica sollevata dalle Opposizioni con Francesco Comotto in testa... Il sindaco di allora (Stefano Sertoli) si cagò addosso, la vicesindaca pure e "zac"... fine delle riprese.

“E va bene che il problema degli spazi pubblici per utilizzi sociali e culturali s’è aggravato con lo sgombero dell’ex Valcalcino - disse Comotto in consiglio - ma mi piacerebbe capire quale procedura ad evidenza pubblica è stata utilizzata. Trattandosi di un edificio pubblico i lavori di ristrutturazione non avrebbero dovuto essere inseriti nel Piano Triennale delle Opere Pubbliche? Non ci dovrebbe essere un affidamento per la progettazione edilizia, la direzione dei lavori, la sicurezza del cantiere, la progettazione impiantistica e l’esecuzione dei lavori...”.

E poi ancora:  “Non mi è mai capitato di vedere una cosa del genereAbbiamo aperto una nuova modalità per sistemare il patrimonio pubblico.Come si fa a non definire pubblica un’opera pubblica su un immobile pubblico? Speravo ci fosse uno straccio di documentazione. Prendo atto di una cosa completamente illegittima. E’ un metodo che non esiste nella gestione della pubblica amministrazione. Abbiamo deragliato! Non funziona così… Non so che cosa dire. Secondo me la delibera è illegittima...”.

La domanda, molto seria, a questo punto è: che cosa ne pensa oggi l'assessore Comotto? E guai a chi ride...

Il Castellazzo: la chiusura del Centro Sociale

Chiuso dal 25 agosto del 2019 quando, con poche righe scritte su un pezzo di carta e appiccicate sull'uscio, l'Amministrazione comunale, avvisò gli occupanti, che era stato sostituito il lucchetto e chi avesse lasciato all’interno effetti personali e arredi avrebbe potuto rivolgersi in Municipio o fissare un appuntamento per ritirarli.

Il motivo?   Durante un sopralluogo dei tecnici, accompagnati dall'allora vice sindaca Elisabetta Ballurio, era stata trovata una mazza in ferro e una foto di Sole e Baleno con su scritto «Vivono nelle lotte».

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E per chi non se lo ricordasse Maria Soledad «Sole» ed Edoardo Massari «Baleno» sono i due anarchici che si suicidarono in carcere nel 1998 ingiustamente accusati (lo dirà la Cassazione) di far parte dell’Associazione “I Lupi Grigi”.

Capitava tutto questo a pochi giorni dal presunto stupro avvenuto intorno alle 2 di notte di domenica 11 agosto ai danni di una 17 enne della Valchiusella.   

La giovane si era presentata al commissariato di polizia accompagnata dalla madre.

“Avevo appuntamento con un amico che conoscevo bene e si sono poi presentate altre cinque persone – aveva confusamente raccontato alla polizia –  Mi hanno ubriacata e violentata. Mi sono svegliata con i vestiti strappati e numerosi lividi sul corpo…”.  

Tutto si concluse con la richiesta di archiviazione della Sostituta Procuratrice Lea Lamonaca "per non aver trovato riscontri tali da poter cristallizzare la prova della violenza sessuale di gruppo.

In base ai racconti, la ragazza, allora 17enne, per prima cosa telefonò alla madre ( «Vieni a prendermi, sto malissimo»), poi, dopo una doccia, si recarono insieme in ospedale dove venne visitata e dimessa con un referto che gli inquirenti ritengono « piuttosto dubbio». I medici, infatti, non evidenziarono segni inequivocabili di violenza.  C'erano dei lividi ma, per ammissione della ragazza, se li sarebbe procurati cadendo dallo skateboard.

Nei giorni seguenti, su disposizione del pm Lea Lamonaca, una trentina di poliziotti della scientifica del commissariato di Ivrea e della Digos, fecero irruzione nel Centro Sociale alla ricerca – come si legge dagli atti – di indumenti, tracce biologiche, bevande alcoliche ed eventuali sostanze stupefacenti consumate quella notte.  Infine vennero ascoltati in qualità di testimoni tutti e sei ragazzi (italiani e stranieri) di cui uno minorenne. A fare i nomi sarebbe stata proprio la ragazza che in verità, in due incontri con il Procuratore, non disse mai esplicitamente di essere stata violentata da 6 ragazzi ma di ricordare un rapporto sessuale con un paio di loro. Nessuno di loro è mai stato iscritto nel registro degli indagati.

La morale è che a rimetterci furono i frequentatori del Castellazzo, appartenenti all’area anarchica e di estrema sinistra molto vicini al Centro Sociale Torinese Askatasuna.  

Lo stabile

Lo stabile un tempo era un convento e per qualche anno è stato sede di un centro anziani.

Di proprietà comunale, dal 2013, dopo lo scioglimento dell’associazione «Sioux» (con cui il Comune aveva stipulato un comodato d’uso) non ci sono più stati accordi per regolarne l’utilizzo. Per questo era stato occupato degli anarchici di zona.

“Il Castellazzo – si leggeva sul profilo Fb del centro sociale nell'agosto del 2019– era chiuso dal 9 agosto e avrebbe riaperto il 27. Questi bastardi schifosi hanno scassinato la porta, tagliando il lucchetto nuovo e il suo supporto. Il 12 agosto alcuni componenti del collettivo si sono accorti dell’effrazione. Qualunque cosa sia successa, speriamo che queste persone vengano trovate dalla polizia prima che da noi. Avendo trovato la porta scassinata, e non sapendo cosa fosse successo, l’abbiamo riparata”. Il ‘Castellazzo’ condanna “cose aberranti contro cui lottiamo. Esprimiamo solidarietà alla ragazza vittima degli abusi. A chi ha commesso questo atto diciamo solo che gli conviene costituirsi o emigrare il più lontano possibile”.

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