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L’Arabia Saudita bombarda Al Dali (Ad Dhale’e) all’alba

Sotto attacco la roccaforte di Aidarus al Zubaidi e dello STC: i raid sauditi segnano la rottura del fronte anti-huthi, mettono a nudo la frattura con gli Emirati Arabi Uniti e riaprono la partita sul futuro del sud yemenita

L’Arabia Saudita bombarda Al Dali all’alba

Aidarus al Zubaidi

Droni e jet prima dell’alba, un leader separatista nel mirino, alleanze che scricchiolano. I raid che hanno colpito Al Dali non sono un episodio isolato, ma un segnale politico e militare che incide su un conflitto che dura da oltre dieci anni.

Alle 04:00 di una notte senza luna, il sibilo di un drone ha anticipato il rumore secco dei caccia. Sulle alture di Al Dali, la provincia da cui proviene Aidarus al Zubaidi, volto più riconoscibile del movimento separatista del sud, le prime esplosioni hanno interrotto il silenzio poche ore prima della partenza di una delegazione di leader meridionali diretta a Riad. Secondo fonti locali, nel giro di pochi minuti oltre quindici ordigni hanno colpito depositi, strade di rifornimento e punti di raccolta delle milizie. All’ospedale Al-Nasr, i medici hanno registrato almeno quattro civili uccisi e diversi feriti, mentre all’esterno si radunavano familiari in cerca di notizie. Era il 7 gennaio 2026 e la coalizione a guida saudita ha definito l’operazione “preventiva” e “di portata limitata”, sostenendo che servisse a impedire un’estensione delle operazioni separatiste.

A poche ore di distanza, la questione non riguarda solo la dinamica dell’attacco, ma il suo significato politico. Al Dali, nota anche come Ad Dhale’e, è una roccaforte delle forze legate al Consiglio di transizione del sud (STC, Southern Transitional Council), il movimento fondato e guidato da Aidarus al Zubaidi. È qui che il leader separatista ha costruito il proprio peso politico, che lo ha portato da governatore di Aden alla fondazione dello STC nel 2017, fino all’ingresso nel Consiglio di leadership presidenziale (PLC, Presidential Leadership Council) nell’aprile 2022, l’organo esecutivo del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale. Negli ultimi mesi, però, la sua figura è diventata il punto di frizione principale nel fronte anti-huthi.

Secondo la versione della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, al Zubaidi avrebbe evitato l’imbarco per Riad, dove erano previsti colloqui di de-escalation, e nel frattempo avrebbe concentrato forze armate, mezzi corazzati e armi pesanti verso Al Dali. Da qui la decisione di colpire in anticipo. Lo STC respinge questa lettura e sostiene che al Zubaidi abbia continuato a operare da Aden, definendo i raid un atto di forza destinato a riaccendere il conflitto nel sud. Al di là delle versioni contrapposte, resta il dato operativo: più di quindici attacchi aerei concentrati sulla provincia, con vittime civili confermate da strutture sanitarie. Sui numeri delle perdite militari non esistono, al momento della pubblicazione, dati verificabili in modo indipendente.

La sequenza degli eventi parte il 4 gennaio, quando il portavoce della coalizione, il generale Turki al-Maliki, invita formalmente al Zubaidi a recarsi entro quarantotto ore in Arabia Saudita per un confronto con il presidente del PLC, Rashad al-Alimi, e con i vertici della coalizione. Il tema sono le recenti operazioni dello STC nel Hadramawt e ad al-Mahra, dove in dicembre le milizie separatiste avevano avanzato rapidamente. Il 6 gennaio lo STC annuncia che la delegazione è pronta a partire, ma a Aden il volo della compagnia Yemenia subisce lunghi ritardi. Nello stesso arco di ore, la coalizione afferma di aver raccolto informazioni di intelligence su movimenti di mezzi separatiste verso Al Dali. Alle 04:00 del 7 gennaio iniziano i bombardamenti, seguiti poche ore dopo da una dichiarazione ufficiale che parla di neutralizzazione di capacità militari in preparazione. Lo STC chiede la cessazione immediata dei raid e segnala di aver perso contatti con parte della propria delegazione diretta a Riad.

L’episodio si inserisce in un contesto regionale sempre più frammentato. Per anni Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno combattuto insieme contro i ribelli huthi, sostenuti dall’Iran, ma nel sud dello Yemen hanno appoggiato attori diversi. Riad ha puntato sul governo riconosciuto e su forze come le National Shield Forces (Forze di scudo nazionale, note anche come Homeland Forces), mentre Abu Dhabi ha investito politicamente e militarmente sullo STC. Questa divergenza si è trasformata in una competizione diretta sul terreno. A fine dicembre 2025, lo STC ha annunciato l’obiettivo di creare entro due anni uno Stato del Sud, richiamando l’esperienza della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen esistita tra il 1967 e il 1990. Nelle stesse settimane, le sue milizie sono avanzate nel Hadramawt e ad al-Mahra, mosse che Riad considera una minaccia all’integrità territoriale yemenita e ai propri interessi di sicurezza. Tra il 3 e il 4 gennaio, forze governative sostenute dai sauditi, con l’appoggio aereo della coalizione, hanno riconquistato posizioni chiave, ribaltando parte dei successi separatisti. Il 7 gennaio, esponenti filosauditi del PLC hanno annunciato la rimozione di al Zubaidi, accusandolo di alto tradimento, una decisione che lo STC giudica illegittima.

Il risultato è un fronte anti-huthi diviso, con effetti immediati sulla capacità del governo riconosciuto di negoziare o di condurre operazioni militari coordinate. In questo quadro, Aden resta il principale indicatore della stabilità del sud. È il centro amministrativo dello STC, un nodo per il transito di armi, uomini e risorse finanziarie, e un hub logistico essenziale anche per gli operatori umanitari. Qualsiasi pressione militare sul perimetro urbano alimenta il rischio di combattimenti in aree densamente popolate, con conseguenze dirette su civili, infrastrutture e porti.

La posizione degli Emirati Arabi Uniti dopo i raid appare più prudente rispetto al passato. Secondo fonti diplomatiche e analisti citati da media internazionali, Abu Dhabi avrebbe ridimensionato la propria presenza diretta dopo i primi attacchi sauditi su asset legati agli interessi dello STC, segnalando una fase di tensione aperta nel rapporto con Riad sul dossier yemenita. Lo STC continua tuttavia a contare su reti di sostegno e su una narrativa identitaria che trova consenso in parte della popolazione meridionale, aumentando il rischio di una “guerra nella guerra” mentre il fronte settentrionale contro gli huthi resta relativamente congelato.

Il Consiglio di leadership presidenziale, creato nell’aprile 2022 per superare la frammentazione istituzionale, si conferma un organismo fragile. L’ingresso di al Zubaidi come vicepresidente doveva integrare le istanze del sud nel campo anti-huthi; la sua estromissione mostra invece i limiti di una struttura priva di un accordo politico chiaro sul futuro del Sud. I raid su Al Dali mirano a dimostrare che il PLC mantiene l’iniziativa, ma il controllo militare da solo non garantisce stabilità senza un processo politico inclusivo.

Le conseguenze umanitarie sono immediate. Secondo le Nazioni Unite, nel 2025 circa 19,5 milioni di persone nello Yemen hanno avuto bisogno di assistenza, con un sistema sanitario in cui circa il 40% delle strutture risulta parzialmente o totalmente non funzionante. A inizio gennaio 2026, gli aggiornamenti umanitari hanno segnalato il rischio di chiusura per oltre 450 strutture sanitarie in 22 governatorati, con un piano di risposta finanziato solo tra il 25e il 28% del fabbisogno. Ospedali come quelli di Al Dali operano con scorte limitate di farmaci, sangue e personale, e un aumento improvviso dei feriti può portare rapidamente al collasso dei servizi essenziali, con effetti su vaccinazioni, assistenza materno-infantile e cure per malattie endemiche.

Sul piano del diritto internazionale umanitario, gli attori armati sono vincolati ai principi di distinzione, proporzionalità e precauzione. La definizione di “attacchi preventivi di portata limitata” adottata dalla coalizione richiede verifiche indipendenti sui bersagli colpiti e sull’impatto sui civili. La conferma di vittime non combattenti rende necessari accertamenti e trasparenza sulle misure adottate per ridurre i danni collaterali.

Nel breve periodo, il Sud potrebbe conoscere una fase di pressione controllata, con le forze sostenute da Riadimpegnate a consolidare le posizioni nel Hadramawt e ad al-Mahra per costringere lo STC al negoziato, oppure una escalation frammentata, con milizie locali che approfittano del caos e un aumento di attacchi a convogli e infrastrutture. Esiste anche la possibilità di un rientro negoziale sotto garanzia regionale e internazionale, con una riduzione delle operazioni militari e l’avvio di un percorso politico che riconosca allo STC un ruolo istituzionale senza una secessione unilaterale.

Nel nord, gli huthi osservano. Le divisioni tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, governo riconosciuto e STCrappresentano un vantaggio strategico, riducendo la probabilità di una pressione coordinata su Sanaa. Allo stesso tempo, il gruppo deve fare i conti con una crescente attenzione internazionale sulle rotte del Mar Rosso e con una crisi economica persistente nelle aree sotto il suo controllo.

Il 7 gennaio 2026 segna quindi un passaggio delicato. I raid su Al Dali possono contenere temporaneamente l’iniziativa separatista, ma difficilmente cancellano una dinamica politica e identitaria radicata. Senza un accordo negoziato sul rapporto tra centro e periferie, sulle risorse e sulla rappresentanza, il rischio è che la forza militare continui a sostituire la politica, prolungando un conflitto che ha già consumato un’intera generazione.

Fonti: coalizione a guida saudita, dichiarazioni del generale Turki al-Maliki; comunicati del Consiglio di transizione del sud (STC, Southern Transitional Council); Nazioni Unite (aggiornamenti umanitari 2025-2026); testimonianze di personale sanitario dell’ospedale Al-Nasr; analisi di Reuters, Associated Press, Al Jazeera, International Crisis Group.

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