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04 Gennaio 2026 - 12:19
Addio a Renata Fop, la voce di Porta Palazzo
È morta a 84 anni Renata Fop, una delle voci civiche più ferme e riconoscibili di Porta Palazzo. Si è spenta l’altro giorno all’ospedale Gradenigo. Questa mattina il commiato al tempio crematorio del cimitero Monumentale. Per oltre trent’anni è stata l’anima dei comitati di cittadini del quartiere, la prima donna a guidarne uno, trasformando l’esasperazione quotidiana in una pratica politica concreta: problemi messi sul tavolo, richieste nette, soluzioni pretese.
Tra la fine degli Anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, quando Porta Pila cambiava volto e diventava un crocevia di migrazioni, tensioni e nuove fragilità, Fop capì che la sicurezza non poteva restare una paura privata. La portò fuori dalle case e dentro le istituzioni. Lo fece con un tratto che in molti ricordano ancora: determinazione, ironia, assenza di timori reverenziali. In anni segnati da spaccio e microcriminalità, scelse di non voltarsi dall’altra parte. Mise insieme residenti, parrocchie, associazioni. E soprattutto pretese che il quartiere fosse ascoltato.

Renata Fop
È in quel contesto che fondò il Comitato Spontaneo San Gioacchino, legato alla parrocchia affacciata su corso Giulio Cesare. Da lì prese forma uno zoccolo duro di comitati che si irradiò nell’area di piazza della Repubblica e arrivò fino a San Salvario. Con i sindaci di allora, Domenico Carpanini prima e Sergio Chiamparino poi, il confronto fu diretto, senza sconti e senza servilismi. Ruoli chiari, toni franchi, rapporti personali solidi. Una cifra che oggi sembra lontana, ma che allora rese possibile un dialogo vero.
Fop non ha mai lasciato il suo perimetro affettivo e urbano. Abitava in corso Giulio Cesare, a due passi dal mercato. Era sposata con Mario Gambedotti, incisore e artista di origine marchigiana, e insieme avevano una figlia, Federica. Nei primi Anni Duemila non mancava a una riunione, a un tavolo, a un incontro: dove si parlava di sicurezza e vivibilità, c’era la sua sedia. Negli ultimi anni, complice l’età, aveva rallentato l’impegno in prima linea, senza però perdere l’attenzione per ciò che accadeva sotto casa.
L’eredità che lascia non sta solo nelle battaglie vinte, ma nel metodo: rendere visibili i problemi, pretendere risposte, offrire soluzioni. Tenere insieme fermezza e dialogo. Dimostrare che un comitato può essere un ponte, non un muro, tra cittadini e istituzioni. E che la partecipazione civica ha un costo personale — tempo, energie, perfino bollette salate — ma un valore pubblico che resta. Se oggi Porta Palazzo ha imparato a farsi ascoltare, una parte di quella voce era la sua.
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