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02 Gennaio 2026 - 15:55
Uganda, legge anti gay: pena di morte, censura online e paura quotidiana
La prima cosa che si nota è la musica. Bassi, luci strobo, migliaia di corpi compressi sotto il cielo caldo di Jinja, sulla sponda settentrionale del lago Vittoria. Al festival Nyege Nyege, alla fine di novembre, due giovani si sfiorano e poi si separano bruscamente. Può sembrare un gesto banale, ma in Uganda ogni contatto è diventato un potenziale rischio. Da maggio 2023, con l’entrata in vigore dell’Anti-Homosexuality Act, anche un movimento istintivo può trasformarsi in sospetto. Eppure, per una parte della gioventù urbana, Nyege Nyege continua a essere una parentesi fragile ma reale: poche ore in cui il desiderio trova spazio e la paura arretra, anche solo di poco. È in questa tensione costante, tra festa e precarietà, che si muove la vita quotidiana di molti giovani LGBT ugandesi.
Nel maggio 2023, il Parlamento ugandese e la Presidenza hanno approvato e promulgato una legge che ha riscritto il quadro penale sull’orientamento sessuale. Il testo, promosso dal deputato Asuman Basalirwa e firmato dal presidente Yoweri Museveni il 26 maggio 2023, è entrato in vigore quattro giorni dopo. Non si limita a confermare la criminalizzazione dei rapporti tra persone dello stesso sesso già prevista dal codice penale di origine coloniale, ma introduce nuove fattispecie e sanzioni molto più severe. La più nota è l’“omosessualità aggravata”, punita con la pena di morte. A questa si affianca il reato di “promozione dell’omosessualità”, che può comportare fino a 20 anni di carcere, oltre a un sistema sanzionatorio che colpisce la circolazione di contenuti online, il sostegno economico e le attività di organizzazioni considerate favorevoli ai diritti LGBT.

L’impatto è stato immediato. Arresti, sfratti, estorsioni, interruzioni di servizi sanitari e un diffuso clima di autocensura hanno segnato i mesi successivi. Nell’agosto 2023 è arrivato il primo caso noto di imputazione per “omosessualità aggravata”: un ragazzo di 20 anni è finito formalmente a rischio di pena capitale. È stato il segnale più chiaro che la legge non era un atto simbolico, ma uno strumento operativo.
Il linguaggio giuridico è centrale per comprendere la portata della norma. La definizione di “omosessualità aggravata” è ampia e include recidiva, violenza, rapporti in posizione di autorità e il coinvolgimento di persone considerate “vulnerabili”. Anche il tentativo è punito severamente, fino a 14 anni di carcere, mentre il tentativo di “omosessualità” può costare fino a 10 anni. Non esistono nel continente africano leggi con un’estensione e una durezza comparabili. La nozione di “promozione” è altrettanto elastica: comprende attività di advocacy, pubblicazioni, condivisioni online, uso di computer o Internet, finanziamenti e iniziative ritenute di “normalizzazione”. Le pene arrivano a 20 anni e, per ONG e associazioni, includono multe elevate e la sospensione o revoca delle licenze fino a 10 anni. È un impianto che colpisce in modo diretto società civile, media, centri sanitari e comunicazione pubblica.
La minaccia penale ha trasformato la rete in un terreno minato. Ogni post, foto o messaggio può essere interpretato come prova. Molte associazioni hanno cambiato politiche editoriali e procedure di sicurezza digitale. Un rapporto di Amnesty International, pubblicato nel 2024, documenta un aumento di abusi online, outing forzati, ricatti e perquisizioni di dispositivi elettronici.
Il 3 aprile 2024, la Corte costituzionale dell’Uganda ha respinto le richieste di annullamento totale della legge, ma ha eliminato alcune disposizioni. Sono state dichiarate incostituzionali le norme che criminalizzavano la concessione di locali per atti omosessuali e l’obbligo generalizzato di denuncia, che prevedeva fino a 5 anni di carcere per chi non segnalava presunti comportamenti illeciti. Secondo la Corte, queste clausole violavano il diritto alla salute, alla privacy e alla libertà religiosa. Tuttavia, le parti centrali della legge, incluse la pena di morte per l’“aggravata” e i 20 anni per la “promozione”, sono rimaste in vigore. Per la comunità LGBT, si è trattato di un risultato parziale. Denunce arbitrarie, sfratti da parte dei proprietari e aggressioni continuano a essere segnalati. La coalizione Convening for Equality ha registrato oltre 1.200 violazioni tra settembre e maggio, quadruplicando i casi rispetto al periodo precedente.
Le conseguenze si sono estese oltre i confini nazionali. L’8 agosto 2023, la Banca Mondiale ha annunciato il blocco di nuovi finanziamenti pubblici all’Uganda, citando l’incompatibilità della legge con i propri standard di non discriminazione. Nel 2025, dopo l’introduzione di misure di mitigazione per la tutela delle minoranze nei progetti finanziati, l’istituto ha iniziato a sbloccare gradualmente nuove linee di credito. È stato un segnale della forza, ma anche dei limiti, della condizionalità economica. Gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni sui visti a funzionari ugandesi coinvolti in violazioni dei diritti umani, aggiornato gli avvisi di viaggio ed escluso Kampala dall’AGOA (African Growth and Opportunity Act). Nonostante ciò, il governo non ha modificato la sostanza della legge.
Sul piano sanitario, l’effetto è stato profondo. Agenzie delle Nazioni Unite avevano avvertito già nella primavera del 2023 che la stigmatizzazione legale avrebbe allontanato le persone dai servizi, con un impatto diretto sulla lotta all’HIV. Nei Paesi che criminalizzano i rapporti tra uomini, la prevalenza del virus tra MSM (Men who have Sex with Men) è in media cinque volte più alta. In Uganda, alcune cliniche hanno ridotto le attività, personale qualificato ha lasciato i posti e molti pazienti hanno rinunciato a PrEP (profilassi pre-esposizione), test e terapie antiretrovirali per paura. Allo stesso tempo, sono emerse risposte di adattamento. Secondo UNAIDS, tra 2022 e 2023 è stato elaborato un Piano nazionale di adattamento per limitare l’impatto dell’Anti-Homosexuality Act sui servizi essenziali, coinvolgendo anche polizia, autorità distrettuali e leader religiosi. Queste misure non risolvono il problema, ma hanno evitato il collasso totale dell’offerta sanitaria.
Nella vita quotidiana, il profilo di rischio è cambiato. Le conversazioni si spostano su app cifrate, i profili social vengono ripuliti o nascosti, gli affitti diventano un punto di vulnerabilità. Proprietari e consigli locali possono trasformarsi in strumenti di sfratto o ricatto. L’odio online, l’outing forzato e le minacce configurano una forma crescente di violenza di genere tecnologica. Anche il lavoro è coinvolto: la legge introduce disqualifiche professionali e obblighi di comunicazione dopo una condanna. Non è solo la perdita dell’impiego, ma l’accesso stesso al lavoro a essere compromesso, soprattutto nei settori della sanità, dell’educazione e dei servizi alla persona, dove le donne lesbiche subiscono una doppia discriminazione.
In questo contesto, gli spazi culturali assumono un valore concreto. A Kampala, piccoli house-party su invito hanno sostituito i locali pubblici. Liste blindate, parole chiave e stanze sicure sono diventate prassi. Anche nelle chiese, centrali nella vita sociale, esistono circuiti informali di accompagnamento pastorale. Gruppi di supporto psicologico offrono linee d’ascolto anonime e sessioni online. La cultura, dalla musica alla scrittura, diventa un modo per tenere insieme comunità disperse, senza poter sostituire diritti e tutele.
La legge si è affermata anche grazie a una retorica che mescola moralità, sovranità nazionale e anticolonialismo culturale. Criminalizzare viene presentato come difesa della famiglia. È un messaggio che ha raccolto ampio consenso parlamentare e che la Corte costituzionale ha interpretato come espressione della volontà popolare. Le pressioni internazionali, dalle Nazioni Unite all’Unione Europea, hanno rafforzato, per reazione, la narrativa di un Paese sotto attacco esterno. In questo scontro politico, i giovani LGBT diventano oggetto del conflitto, non soggetti titolari di diritti.
Dopo la sentenza del 3 aprile 2024, sono stati annunciati nuovi ricorsi, compresa la strada della Corte Suprema. Ogni passaggio richiede tempo e risorse, mentre la legge continua a produrre effetti. Il capitolo Banca Mondiale mostra che la leva finanziaria può ottenere correttivi procedurali, ma non necessariamente cambiamenti legislativi. In sanità, ONGe operatori chiedono protezione per chi lavora con popolazioni chiave e l’applicazione effettiva delle tutele riconosciute dalla Corte. Ridurre la paura è diventata una priorità clinica, tanto quanto garantire farmaci e test. Sul piano dell’informazione, la criminalizzazione della “promozione” ha congelato il dibattito pubblico, lasciando spazio a disinformazione e miti che mettono a rischio vite.
Il 2025 ha segnato un parziale riavvio dei flussi finanziari internazionali e un assestamento giurisprudenziale. Il 2026 si apre con una campagna elettorale e una generazione che ha imparato soprattutto a sopravvivere. Finché la minaccia penale grava sulla vita privata, la fiducia tra cittadini, istituzioni e servizi resta fragile. Eppure, osservando i giovani che si muovono tra le luci del Nyege Nyege, appare chiaro che la legge non ha cancellato l’idea di futuro. L’ha resa più cauta e più nascosta. Ha spinto la musica sottotraccia, senza spegnerla. È per questo che la battaglia sulle parole giuridiche, da “promozione” a “aggravata”, non è un dettaglio tecnico: riguarda la possibilità stessa di respirare senza paura.
Per i lettori italiani è importante sapere che l’impianto principale della legge resta in vigore, che le attività online sono particolarmente esposte a interpretazioni punitive e che, nonostante alcune riaperture finanziarie nel 2025, le pressioni internazionali non hanno cambiato la sostanza normativa. In sanità, UNAIDS e gli operatori locali continuano a segnalare il rischio di una regressione nella lotta all’HIV, mentre la società civile costruisce micro-reti di protezione per garantire continuità assistenziale.
Non servono slogan. Servono misure concrete: tutela degli spazi sicuri, fondi per servizi sanitari inclusivi, supporto legale alle ONG locali, formazione contro l’odio online e una diplomazia paziente, capace di lavorare sulle crepe del sistema. Nel frattempo, la musica riparte. Qualcuno controlla l’uscita di sicurezza, qualcun altro abbassa il volume prima di tornare a casa. Per il tempo di una canzone, la clandestinità pesa un po’ meno. Poi tutto ricomincia.
Fonti: Parlamento dell’Uganda, Presidenza dell’Uganda, Corte costituzionale dell’Uganda, Amnesty International, Convening for Equality, Banca Mondiale, Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, UNAIDS, Nazioni Unite.
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