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I prigionieri inglesi in Canavese dopo l'8 settembre 1943. I rifugi di Forno, Alpette e in Valle Sacra

Un testo di Claretta Coda, per la rivista Canavèis. Prigionieri di guerra alleati, civili e partigiani in Canavese dopo l’8 settembre: documenti d’archivio e testimonianze ricostruiscono la rete di solidarietà che salvò vite e portò alla tragedia del Passo della Galisia

Galìsia 1944, la neve, la fuga e la strana alleanza. I prigionieri inglesi in Canavese

Alpette: la chiesa dell'Immacolata Concezione di Serai, poco sopra Onsino, sulla strada che porta a Sparone in Valle Orco. La borgata fu distrutta da un incendio nel 1962 (archivio Fulvio Vigna)

Nel novembre ’44 un gruppo di inglesi, ex prigionieri di guerra, cercò di raggiungere la Francia attraverso il colle della Galisia, nella valle dell’Orco. Ma nella bufera la traversata si trasformò in tragedia. Uno solo si salvò, Alfred Southon, che raccontò le vicende nel libro Alpine Partisan, pubblicato a Londra nel 1957.

Nell’autunno scorso, a cura del Corsac cuorgnatese, veniva dato alle stampe Galisia 1944-2014.

Lo scritto, composto a più mani, oltre alla traduzione delle pagine del Southon, forniva una ricostruzione storica della vicenda, elaborata da Claretta Coda.

Canavèis propone adesso un succinto ma chiarificatore saggio dell’autrice ad integrazione di quanto già pubblicato nel volume a proposito della strange alliance, l’allenza inattesa tra la popolazione italiana e gli ex prigionieri alleati che si era venuta a creare dopo l’8 settembre 1943. I documenti citati provengono dal Fondo Borghetti conservato all'Istoreto (Istituto Storico della Resistenza di Torino).

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Si è già provato a ricostruire la storia dei Prigionieri di Guerra alleati in questa parte di Canavese nel volume Galisia 1944-2014. L’analisi di nuovi documenti permette di gettare un ulteriore sguardo sulla fitta rete sorta tra la popolazione dopo l’8 settembre (talvolta già dopo il crollo del fascismo il 25 luglio) a supporto dei POWs (prigionieri di guerra) fuggiti dai campi di prigionia e dai distaccamenti di lavoro.

Si è trattato di una rete che ha visto interagire strettamente e pericolosamente, direttamente o indirettamente, civili e partigiani della nostra zona con civili, militari resistenti e/o collaboratori del Comitato Militare e del Cln torinesi e di altre zone del Piemonte.

Nella frazione Spineto di Castellamonte era sito il Campo PG 112/5, che ospitava cinquanta inglesi catturati in Nord Africa nel 1942; lavoravano presso la C.A.I. (Conceria Alta Italia) dei fratelli Giraudo e allo scavo di un canale alla periferia del paese.

Molti degli ex-prigionieri fuggitivi in questa terra dopo l’armistizio provenivano, pertanto, da lì, ma non erano i soli. Tanti giunsero dai campi della pianura al seguito dei militari sbandati e parecchi arrivarono attraverso contatti e percorsi tortuosi, di fortuna, dapprima improvvisati e realizzati seguendo la trama delle conoscenze personali o della sorte, poi sempre più consolidati, a mano a mano che sul territorio calarono il peso e la violenza dell’occupazione nazifascista.

Al Campo PG 112/1 di Torino Ponte Stura si trovavano 75 prigionieri provenienti dal Campo PG 60 di Lucca, al Campo di Venaria Reale-La Mandria 100 adibiti alla costruzione di un canale per ricavare energia elettrica, a Gassino (Campo PG 112/4) 126 adibiti allo scavo di un canale, a Castellamonte (Campo PG 112/5) 50 provenienti dal Campo PG 53 di Macerata, al Campo di Beinasco (PG 112/9) 50 che lavoravano per le Fornaci Riunite.

Veduta panoramica di Forno Canavese, con la chiesa parrocchiale di S. Maria dell'Assunta. Nelle borgate attorno al paese trovarono ospitalità decine di prigionieri inglesi

Veduta panoramica di Forno Canavese, con la chiesa parrocchiale di S. Maria dell'Assunta. Nelle borgate attorno al paese trovarono ospitalità decine di prigionieri inglesi

La zona della Valle Sacra.

A Torino era presente (tra gli altri) Fulvio Borghetti.

Nato a Pretoria nel 1904, in Sud Africa, dove il padre, un medico veronese, aveva posto la sua residenza, tornò con la famiglia in Italia nel 1920. Studiò chimica industriale a Torino e qui prese contatti, cautamente in quanto cittadino britannico, con i gruppi antifascisti. Profondamente democratico e sostenitore del sistema politico inglese, dopo l’8 settembre fu attivissimo nell’attività di soccorso, supporto e salvataggio dei prigionieri alleati fuggiti dai campi di prigionia: «Questi prigionieri − scrive nell’ottobre del 1945 al Cln Piemontese –, uomini venuti da lontano a combattere per la democrazia, per quella causa che anche il nostro paese oggi ha fatto sua, sono stati sempre accolti e trattati assai bene dalla popolazione. Ed esiste al riguardo una commovente storia di eroismo e di sacrificio che riscatterà, quando sarà pienamente conosciuta, la vergogna delle denunce isolate».

Il fratello di Fulvio Borghetti, Hector, ricorda nell’introduzione scritta per il suo Diario di un’attività clandestina 1943-1945, rimasto inedito, che: «Terminata la guerra (Fulvio, nda) cerca ancora di avere notizie dei Prigionieri di Guerra rimpatriati attraverso una lista di nomi e numeri di matricola.

Molte lettere gli arrivano con ringraziamenti ed elogi per l’aiuto e la condotta degli italiani. Rintraccia anche l’unico superstite dell’allucinante tragedia avvenuta al Passo della Galisia, nell’alta Val dell’Orco, Alfred Southon, e mi invia a Londra a chiedergli il permesso di far tradurre e pubblicare in italiano il suo tremendo racconto» (1).

La pubblicazione non avvenne. Tra le carte di Fulvio Borghetti conservate all'Istoreto è presente invece una relazione anonima, quattro fogli sottilissimi di cui il primo in pessime condizioni, probabilmente trasmessagli da un collaboratore che racconta e riferisce:

«Il (..) 16 ottobre, (..), col treno, salii a Cuorgné. Da Cuorgné mi portai a Chiesanuova, e da qui nella baita che ospita tre “individui” (inglesi, nda).

Interrogandoli, ecco alcune loro risposte: erano a conoscenza della taglia di 20 sterline; mangiano una volta al giorno; divorano castagne a volontà; non sono per nulla martiri del lavoro; ingrassano; soffrono il freddo; da parte della popolazione godono più simpatia che gli stessi sfollati; se nelle vicinanze si aggirasse qualche tedesco, essi verrebbero subito avvertiti dai terrazzani, e potrebbero ritirarsi più a nord in covi conosciuti solo a Dio e a qualcuno del luogo; essi hanno bisogno di vestiario per l’inverno. Li invito ad andare ad interpellare i loro camerati (47 disseminati in “grangie”) sui seguenti punti: 1) quanti possono rimanere lì senza pericolo, e quanti invece sono più o meno esposti; 2) quanti possono stare a carico della popolazione per tutta la durata dell’occupazione tedesca, e quanti devono sloggiare più o meno presto; 3) che cosa occorre loro più urgentemente (specificando numero e genere di indumenti necessari).

Inoltre allo scopo, come dissi loro, di inviare tramite la Croce Rossa loro notizie alle rispettive famiglie, li esortai a comporre una lista delle loro generalità civili e militari. Essi mi assicurarono che avrebbero fatto ciò che desideravo. Dopo aver promesso di ritornare il mattino successivo, ci lasciammo salutandoci con un cordiale good bye.

Domenica 17 ottobre mi incammino da Cuorgné all’alba. Alle 8 a meno di un chilometro dalla dimora degli “individui” sono fermato da 4 sconosciuti. (..) “Vi consigliamo di ritornare a Torino immediatamente”. Io non accetto il loro consiglio, ed essi mi aggrediscono, mi atterrano, mi fracassano l’orologio, mi stracciano il soprabito, mi perquisiscono, mi malmenano, e poi la smettono, forse spaventati dal sangue che grondava dal mio viso. La pioggerella e il fango accrescevano la spettacolosità della scena cruenta. Essi allora credettero di aver oltrepassato la misura, e si allontanarono in fretta. Di lì a poco due di essi ritornarono indietro, e mi ingiunsero, pena la morte, di scomparire da quei paraggi entro un’ora. (..) Mi hanno conciato in questo stato perché, a loro dire, io andavo a spiare gli inglesi».

I sospetti e le diffidenze della popolazione del luogo verso i «foresti» sono più che giustificate, se si considera il pericolo grave e costante di delazioni e inganni.

Spesso, inoltre, i fascisti stessi, vestiti da soldati alleati, si confondevano tra la gente e i fuggitivi per conquistarne la fiducia e procedere poi alla loro cattura. 

Forno Canavese, regione Ribondi: la baita in cui gli ex prigionieri inglesi fuggitivi erano ricoverati da Domenico Vieta (archivio M.G. Obert e G. Vieta).

Forno Canavese, regione Ribondi: la baita in cui gli ex prigionieri inglesi fuggitivi erano ricoverati da Domenico Vieta (archivio M.G. Obert e G. Vieta).

I prigionieri ad Alpette.

Nel volume Donne e Resistenza in Canavese (2), si legge il resoconto della signora Rita Seren Gay di Alpette, che descrive la situazione nella frazione Serai.

Tra gli inglesi aiutati da Rita e dalla gente del paese c’era Denis Brook; dopo la guerra tornò ad Alpette a trovare chi l’aveva aiutato e, finché non morì, continuò a scrivere a Rita.

Ancora oggi, Rita Seren Gay ricorda con dolore quei giorni: «Ricordo quei ragazzi come fosse ora; abitavo a Serai, dove loro erano nascosti. Conservavo la fotografia di tutti loro, poi c’è stato l’incendio (nel 1962, nda) che ha devastato la montagna e sono andate distrutte anche le fotografie.

Avevo l’anello che Charles ha lasciato a mia mamma prima di partire per il Galisia e morire lassù nella neve. Al suo interno c’era scritto il nome di sua madre: Eveleen. Ora io sono vecchia e l’ho dato a mia figlia perché non vada perduto.

Gli Inglesi cantavano le loro melodie e poi chiedevano a me di cantare “Mamma, solo per te la mia canzone vola…”. Avevo dodici anni allora; cantavo, e i loro occhi si riempivano di lacrime. Ricordo bene anche Denis Brook. Non è partito con la corvée del Galisia, ai primi di novembre ’44, perché quel giorno doveva fare un’operazione coi partigiani.

Se penso alla Galisia, ancora oggi… − la signora Rita scuote il capo e si porta le mani sul viso come chi non vuole più vedere una cosa troppo dolorosa −. Era un bel ragazzo, alto, con i capelli castani chiari. Erano tutti bei ragazzi, bravi. Voi scrivete, raccontate, ricostruite, ma bisogna aver vissuto quei tempi per capire». Ha ragione.

Incredibilmente, ad Alpette arrivò anche un altro Denis Brook. Prigioniero della pianura, giunse nell’autunno-inverno del ’43 e vi rimase fino alla primavera successiva. Riusciamo a ricomporre la sua storia, arricchendola delle vicende che precedettero e che seguirono la sua permanenza in Canavese, attraverso fonti d’archivio e la dichiarazione, lunga e dettagliata, resa a fine conflitto dalla signora Delfina Enria di Castiglione Torinese.

Denis E.M. Brook, Frank Edward Clayton e John Barnard erano stati fatti prigionieri in Libia durante la guerra in Nord Africa e da lì portati in Italia.

Dopo l’8 settembre fuggirono dal Campo di Gassino e raggiunsero Castiglione Torinese, dove furono soccorsi dalla popolazione del luogo.

La dichiarazione di Delfina Enria si diffonde ampiamente su questi fatti e ancora una volta conferma la strange alliance (3), l’alleanza inattesa, la strana alleanza, diffusa, sofferta, capillare, che si venne a creare in Italia dopo l’8 settembre tra ex-prigionieri alleati e uomini, donne, bambini italiani nel contesto tragico del secondo conflitto mondiale e dell’occupazione nazifascista.

«Dopo aver per uno o due giorni girovagato per le colline e i boschi circostanti consumando le provviste portate dal campo, indecisi se chiedere ospitalità alla popolazione perché temevano che tutti fossero “fascisti”, vennero avvicinati dalla popolazione stessa che con entusiasmo e commozione offrì loro cibo e rifugio compatibilmente ai pericoli enormi causa le leggi emanate in quei giorni. Io, recandomi nel bosco vicino a casa mia, vidi i tre soldati inglesi di cui sopra.

Pensai coi miei famigliari a dar loro subito cibo caldo e cambiammo le loro divise militari con abiti borghesi. Allestimmo una capanna nel bosco con paglia e coperte; era aperta, mio fratello applicò una porta di legno e qui li alloggiammo (..). La mia famiglia, mia sorella Maria, in special modo, la signora Maria Gaviorno che da Torino veniva su qualche volta, ed i vicini, pensammo al loro sostentamento. Il proprietario della capanna era Giuseppe Scursatone.

Ma la presenza di questi tre ragazzi aveva appassionato tutti e tutti volevano vederli, non era più un segreto. Cominciammo a temere il peggio e per mezzo della signora Maria Gaviorno fu interessato il Comitato di Liberazione.

Il signor Fulvio Borghetti con altro Signore pensò a trovare rifugio più sicuro nelle montagne di Crissolo e si incaricò di venire a prenderli ed accompagnarli colà con grave rischio. Era il 30 ottobre. Ma qui avevano lasciato le loro piccole cose (..).

Dopo pochi giorni, di loro iniziativa, lasciarono Crissolo e ritornarono; giunsero però solo il Brook e il Clayton, avendo smarrito a Barge il John Barnard.

(..) Li tenemmo in casa per qualche giorno poi di nuovo nella capanna (..) portavo loro nel bosco pentolone di minestra, la pietanza, la frutta. Ciò per due giorni alla settimana. Non vi era già più abbondanza di viveri, così ci aiutarono pure i vicini e tra tutti non mancò certo loro il necessario. Ma si avvicinava l’inverno. Qui siamo ancora troppo vicini al paese (..). Ancora una volta pensammo di accompagnarli in luogo più sicuro ed il Parroco di Castiglione li appoggiò in una cascina del Canavese: Celestino Varetto di qui in bicicletta li accompagnò colà.

Dopo pochi giorni vi fu un rastrellamento e dovettero andare in montagna ad Alpette sopra Pont Canavese (..). Denis Brook ritornò in pessime condizioni di salute. Erano i primi di maggio 1944. Il compagno Frank Clayton si era allontanato sperando di raggiungere gli Alleati. Lentamente Denis riprese salute e ritornò nella capanna dopo aver passato i primi giorni in casa».

Confrontando questa dichiarazione con la testimonianza di Rita Seren Gay, siamo tentati di riconoscere in Denis Brook e Frank Clayton i due inglesi che, secondo la stessa, non partirono con la corvée che, attraverso il Passo Galisia, avrebbe dovuto portarli in Francia a ricongiungersi coi loro Comandi e che finì in tragedia; rimasero a Serai «perché quel giorno dovevano andare a Pont Canavese a fare l’assalto al ponte». I tempi però, come si nota, non coincidono.

Il Denis Brook del campo di Gassino era stato catturato dai tedeschi la sera del 23 novembre 1941 a circa dodici miglia a sud di Tobruk (in Cirenaica), presso l’aerodromo di Gambut. Fu consegnato agli italiani e, insieme a circa duemila altri prigionieri, fu trasportato al Pen-Recinto, un terreno chiuso da filo spinato a circa cinquanta miglia da dove era stato preso; «lungo il percorso eravamo colpiti e bombardati dalle nostre stesse forze» si legge su un suo appunto. Il 25 novembre sera, arrivarono a Derna; dormirono all’aperto, sul nudo terreno, senza stuoie né coperte, al freddo, sotto la pioggia battente, e il giorno successivo raggiunsero il campo prigionieri di Bengasi «terribilmente affamati».

Il 2 dicembre Denis Brook fu imbarcato per l’Italia su un cacciatorpediniere insieme a duecento ufficiali e centocinquanta uomini; venne «separato da Pollard» (evidentemente un amico, prigioniero come lui) e dalla maggior parte dei compagni. Rimasero in quattro. «Notte d’inferno, si credeva d’essere inseguiti dalla “Marina”, tutti quanti col mal di mare».

Denis Brook si salvò, così come si salvò il Denis Brook aiutato a Serai da Rita Seren Gay. Verosimilmente si salvarono anche Frank Edward Clayton e John Barnard, se a loro si riferisce la fotografia, trovata in archivio, che rappresenta un uomo che ne spinge un altro seduto su una carrozzella. Una nota manoscritta sul retro informa che il primo si chiama Clayton e il secondo, invalido, Barnard.

Non si trovano altri Clayton tra i tantissimi prigionieri citati nel fondo Borghetti. 

Tra Alpette e Forno Canavese.

Dal Campo di Torino Ponte Stura fuggirono, il 10 settembre 1943, i soldati John Ronald Parry, Harry Oviatt, George Emmett e Donald Russel, quest’ultimo fucilato dai nazifascisti con altri diciassette partigiani a Forno Canavese il 9 dicembre 1943.

 «(..) in tre − Harry Oviatt, George Emmett e io − andammo in un piccolissimo paese chiamato Alpette, a circa 25 miglia da Torino − dichiarò John Ronald Parry nel suo Affidavit, a guerra conclusa. − Harry Ovviatt era soldato semplice del R.A.S.C. (..). L’indirizzo di casa di George Emmett è ad Edmonton, ma non sono in grado di fornire altri dettagli su di lui. Non conosco il Reggimento in cui serviva. Al nostro arrivo ad Alpette, trovammo un italiano, di cui non ricordo il nome, stava formando una banda di partigiani. Oviatt, Emmett ed io ci unimmo alla banda dei partigiani, ma non fummo mai impegnati in nessuna operazione di resistenza attiva ad Alpette.

Nel novembre 1943, Emmett ed io lasciammo quel paese e andammo a Forno Canavese, a circa cinque miglia di distanza sulle montagne, dove ci unimmo ad un’altra banda di partigiani guidata da un italiano chiamato, io credo, Alfonso (Nicola Alfonso Prospero). Questa banda consisteva in quel momento di trentasei prigionieri di guerra fuggiti e circa centocinquanta italiani. Donald Russel faceva già parte del gruppo».

Abbiamo raccontato nel libro Galisia 1944-1914 le vicende dei tre prigionieri durante la battaglia di Forno Canavese e l’esecuzione di Donald Russel. In John Ronald Parry, Harry Oviatt e George Emmett, riconosciamo però gli inglesi descritti nella sua dichiarazione al C.L.N. Regionale Piemontese dal signor Dante Rubiola di Volpiano, sfollato in quei giorni ad Alpette: «Li feci venire con me dove abitavo in una baita scrive e feci vita comune, avendo un po' di rifornimento e avendo verdura dai paesani».

Attorno a Forno Canavese.

A curare i collegamenti da Torino col comandante Nicola Prospero a Forno Canavese era per lo più il dottor Attilio Bersano Begey, che nel maggio 1945 dichiara di essersi dedicato «nei mesi di settembre, ottobre e novembre 1943 (..) alla ricerca ed alla raccolta di prigionieri inglesi, canadesi, zelandesi e serbi nelle zone di Gassino, Castagneto Po e nel Vercellese.

Ventidue prigionieri furono così da lui rintracciati e portati a Torino da dove ne ha curato lo smistamento verso i primi gruppi partigiani, dopo averli riforniti di denaro e di vestiario nella misura delle sue possibilità».

Il dottor Bersano Begey era in quel periodo agli ordini del colonnello Ratti, capo di S.M., mentre nell’attività di soccorso degli ex-prigionieri di guerra alleati collaborava col signor Del Beccaro per il loro accompagnamento da Livorno Ferraris, col professor Luigi Bruzzone per lo smistamento su Condove e con l’avvocato Valdo Fusi, il futuro autore di Fiori rossi al Martinetto, per lo smistamento verso la Val di Susa. È lo stesso Bersano Begey (già comandante Claudio Ferrero, Ispettore di Sanità della Divisione Garibaldi Valli di Lanzo) a raccontare questi fatti e quei giorni nelle prime battute del suo lavoro Il servizio sanitario partigiano in Piemonte (1943-1945):

«Il 12 settembre 1943, avevo lasciata la divisa di ufficiale medico della C.R.I. per riprendere il mio posto di Primario Dermatologo presso l’ospedale Maria Vittoria in Torino, ed ero subito entrato in contatto con i primi organizzatori della Resistenza, vecchi amici antifascisti.

Poiché gli studi professionali meglio potevano mascherare le prime riunioni clandestine, misi subito a disposizione degli amici antifascisti il mio Ambulatorio di Via San Francesco d’Assisi 15.

Nello studio dell’Avv. Cornelio Brosio ebbi i primi contatti con Riccardo Peretti Griva; in quello di Valdo Fusi ritrovai l’amico, colonnello degli Alpini, Giuseppe Ratti e poi i membri del primo Comitato Militare. Venni subito messo a disposizione del maggiore Pezzetti e da lui incaricato di assistere, nella fase organizzativa, il Comandante Nicola Prospero che a Cimapiasole (frazione di Forno Canavese) aveva stabilito il Comando del Battaglione Autonomo Monte Soglio, divenuto poi il Battaglione Carlo Monzani. (..) Per nascondere 126 ex-prigionieri inglesi, si erano rivolti a me Valdo Fusi e Don Brovero, Parroco di Castiglione Torinese, ma altri ex-prigionieri inglesi, serbi e polacchi si rivolgevano a me direttamente per essere accompagnati presso formazioni partigiane».

Quanto al Comandante Nicola Alfonso Prospero, è Walter Azzarelli (chiamato «Padre Walter», a causa degli studi teologici intrapresi prima del conflitto e dell’abito talare che era solito indossare durante la Resistenza per sfuggire ai nazifascisti) a ricordare quale cura riservasse a questi ex-prigionieri che gli venivano consegnati: «gli Inglesi erano pieni di febbre e di lebbra (..), se li prendeva in braccio, era fortissimo, li portava nelle case dove eventualmente potevano trovare rifugio, perché li accudissero». Nicola Prospero affidò alcuni di loro all’amico Domenico Vieta, padre di Rosalia Vieta, la cui testimonianza in merito è contenuta nel volume, già citato, Donne e Resistenza in Canavese. Domenico Vieta li nascose nella sua baita in regione Ribondi sopra la frazione Cimapiasole, e quando qui non li sentì più al sicuro provvide ad accompagnarli altrove.

Nel limite delle informazioni disponibili, degli inglesi di Forno Canavese si è già parlato in Galisia 1944 - 2014; ai nomi colà riportati aggiungiamo quelli di John Thomas Sims, Stallord James Glover, Sidney Demeinsky, Albert Savage (4). L’elenco è in ogni caso incompleto, ma purtroppo non si conoscono tutti.

Note

  1. Si tratta del libro di Vivian Milroy, Alpine Partisan. The Survival of Trooper Southon, Hammond, Hammond & Company, London, 1957; tr. it. in C. Coda-M.E. Coha, Galisia 1944-2014, Edizioni Corsac, Cuorgnè 2014.
  2. Maria Paola Capra (a cura di), Donne e Resistenza in Canavese, Edizioni Tipografia Gianotti, 2010.
  3. Il termine strange alliance fu utilizzato dall’ambasciatore britannico Sir Noel Charles il 17 maggio 1946 in un discorso tenuto presso il Teatro Adriano a Roma in occasione della Allied Screening Commission Cerimony, quando sottolineò che: «Fino al giorno della Liberazione la maggioranza della popolazione italiana creò un’alleanza inattesa con i prigionieri».
  4. Informazioni gentilmente fornite dai signori Mauro Giacomo Obert e Giacomo Vieta di Forno Canavese.
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