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Mentre il mondo si arma, la Cina pianta alberi e copre i deserti di pannelli solari

Tra Gobi, Taklamakan e Kubuqi, Pechino trasforma la sabbia in energia, ferma l’avanzata dei deserti e investe nel green mentre il resto del pianeta spende in guerre, riarmo e propaganda

Mentre il mondo si arma, la Cina pianta alberi e copre i deserti di pannelli solari

Distese di pannelli solari nel deserto di Kubuqi

Mentre il mondo si consuma in una geopolitica da trincea, tra guerre vecchie e nuove, escalation militari, riarmo e propaganda, la Cina guarda dove nessuno aveva più voglia di guardare: la sabbia. Il Gobi, il Taklamakan, il Kubuqi. Nomi che per decenni hanno significato solo una cosa: avanzata del deserto, tempeste di sabbia, villaggi evacuati, terre perse. Oggi, per Pechino, significano qualcos’altro: energia, stabilità, controllo climatico, futuro.

Non si tratta di un’operazione cosmetica. Non è greenwashing. È una strategia di Stato che unisce politica industriale, sicurezza ambientale e dominio tecnologico. La Cina non “combatte” il deserto per renderlo verde come una cartolina svizzera. Lo addomestica, lo rende funzionale, lo trasforma da minaccia a risorsa.

Il pilastro più visibile – e più impressionante – è il fotovoltaico su scala continentale. Nelle regioni settentrionali e occidentali del Paese, Pechino sta costruendo mega-impianti solari nei deserti, lontano dalle grandi città, dove lo spazio è infinito e il sole abbonda. Non parliamo di qualche parco fotovoltaico sparso, ma di intere distese di pannelli che si estendono per decine e decine di chilometri.

Distese di pannelli solari nel deserto di Kubuqi, in Mongolia Interna. Qui la Cina sperimenta il fotovoltaico su scala continentale: energia pulita, ombra sul suolo e una nuova barriera contro l’avanzata della sabbia.

Distese di pannelli solari nel deserto di Kubuqi, in Mongolia Interna. Qui la Cina sperimenta il fotovoltaico su scala continentale: energia pulita, ombra sul suolo e una nuova barriera contro l’avanzata della sabbia.

Il piano ufficiale prevede, entro il 2030, oltre 250 gigawatt di nuova capacità solare installata proprio nelle aree desertiche. Per dare un’idea delle dimensioni: è più di tutta la capacità fotovoltaica attualmente installata in molti Paesi europei messi insieme. È un salto di scala che rende quasi ridicole le discussioni occidentali su “paesaggio sì, paesaggio no”.

Ma il punto non è solo produrre energia. Il punto è usare l’energia per cambiare il territorio. I pannelli solari, nel deserto, non sono semplici superfici nere che catturano il sole. Diventano strutture climatiche. Creano ombra, abbassano la temperatura del suolo, riducono l’evaporazione dell’umidità residua, spezzano il vento che sposta la sabbia. Sotto e tra i pannelli, il terreno inizia lentamente a trattenere acqua. E dove l’acqua resta, la vita torna.

In molte aree, sotto gli impianti fotovoltaici, stanno ricomparendo erbe spontanee, piante resistenti alla siccità, micro-ecosistemi. Non foreste tropicali, ma abbastanza vegetazione da stabilizzare il suolo e fermare l’avanzata delle dune. È un concetto semplice e allo stesso tempo rivoluzionario: il solare come strumento di lotta alla desertificazione.

Nel deserto di Kubuqi, in Mongolia Interna, questo approccio è diventato quasi un manifesto politico. Qui si parla apertamente di una “Grande Muraglia Solare”: una fascia continua di impianti fotovoltaici lunga centinaia di chilometri, progettata per produrre energia pulita e, allo stesso tempo, fare da barriera fisica e climatica contro il deserto. Dove prima c’erano solo sabbia e vento, oggi ci sono pannelli, strade di servizio, stazioni elettriche, vegetazione sperimentale.

Accanto allo Stato, operano grandi gruppi industriali e finanziari cinesi, come Elion Group, che da anni lavora proprio a Kubuqi su progetti di ripristino ambientale combinato con sviluppo economico. Qui la logica è brutale e pragmatica: se il deserto diventa produttivo, la popolazione resta, l’economia locale respira, lo Stato consolida il controllo del territorio.

Ma il solare è solo una parte della storia. L’altra, forse ancora più ambiziosa, è quella della riforestazione di massa. La Cina porta avanti da quasi cinquant’anni il programma noto come Three-North Shelterbelt Programme, spesso chiamato “Grande Muraglia Verde”. Un progetto iniziato nel 1978 con un obiettivo chiaro: fermare l’avanzata dei deserti del nord e proteggere le aree agricole e urbane.

La cosiddetta Grande Muraglia Verde: oltre 4.500 chilometri di alberi piantati per fermare l’espansione dei deserti del nord della Cina. Un progetto iniziato nel 1978 e ancora in corso.

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La cosiddetta Grande Muraglia Verde: oltre 4.500 chilometri di alberi piantati per fermare l’espansione dei deserti del nord della Cina. Un progetto iniziato nel 1978 e ancora in corso.

Nel corso dei decenni sono stati piantati decine di miliardi di alberi lungo un corridoio che attraversa il Paese da est a ovest per oltre 4.500 chilometri. È uno dei più grandi programmi di riforestazione mai tentati. Non senza errori: in passato si è puntato su specie poco adatte, con alti tassi di mortalità. Ma invece di abbandonare il progetto, la Cina ha corretto il tiro, introducendo specie più resistenti, tecniche di irrigazione mirata, approcci meno ideologici e più scientifici.

Oggi la riforestazione non è più solo “piantare alberi”. È ingegneria ecologica. Si usano barriere di paglia a scacchiera per fissare le dune, si piantano arbusti autoctoni capaci di sopravvivere con pochissima acqua, si sfruttano le falde saline per colture sperimentali. In molte zone si combinano agricoltura, allevamento leggero e fotovoltaico, in un modello che in Occidente viene chiamato agrivoltaico ma che in Cina è già pratica diffusa.

Tutto questo avviene mentre il resto del mondo guarda alla Cina con sospetto, quando non con aperta ostilità. Eppure c’è un dato che resta difficile da ignorare: mentre molti Paesi parlano di ambiente come di un costo, Pechino lo tratta come un investimento strategico. La qualità dell’aria, per esempio, non è solo una questione sanitaria. È una questione di ordine pubblico. Le grandi proteste urbane degli anni passati, legate allo smog, hanno insegnato al Partito comunista che l’aria irrespirabile è politicamente pericolosa.

E allora ecco il paradosso. La Cina, spesso accusata – a ragione – di autoritarismo, pianifica il futuro ambientale con una lucidità che le democrazie occidentali sembrano aver perso. Qui i piani durano decenni. Non saltano a ogni cambio di governo. Non vengono riscritti per inseguire un hashtag.

Questo non significa che la Cina sia un modello perfetto. Le contraddizioni restano enormi. È ancora il primo emettitore mondiale di CO₂. Brucia carbone. Costruisce centrali fossili. Ma allo stesso tempo investe nelle rinnovabili più di chiunque altro. Tiene insieme vecchio e nuovo, sporco e pulito, presente e futuro, in una transizione che non è ideologica ma spietatamente pragmatica.

E allora il confronto con il resto del mondo diventa inevitabile. Mentre si spendono trilioni in armi, la Cina spende trilioni in pannelli, alberi, reti elettriche. Mentre si parla di difesa dei confini, Pechino difende il suolo. Mentre si moltiplicano i fronti di guerra, qualcuno lavora per ridurre le tempeste di sabbia che soffocano intere regioni.

Non è pacifismo. È potere. Perché controllare l’energia, l’acqua, il territorio e il clima locale significa controllare la stabilità di un Paese. La Cina questo lo ha capito prima di altri. E mentre il mondo si prepara al prossimo conflitto, lei prepara il prossimo secolo.

Insomma: non sta salvando il pianeta per bontà d’animo. Sta costruendo un vantaggio strategico enorme. E forse, tra vent’anni, quando il resto del mondo si chiederà come convivere con deserti che avanzano e risorse che scarseggiano, sarà costretto a guardare proprio lì, a quelle distese di sabbia trasformate in centrali solari e barriere verdi, e ammettere che mentre si faceva la guerra, qualcuno aveva già capito che il vero campo di battaglia era la terra sotto i piedi.

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