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Iran, la maratona di Kish diventa un caso nazionale: arrestati gli organizzatori per le atlete senza velo

La Kish Grand Marathon del 5 dicembre si trasforma in un terremoto politico e giudiziario: due organizzatori arrestati, accuse di «lesione della decenza pubblica», video virali di donne senza hijab, e un Paese di nuovo spaccato tra repressione e cambiamento

Iran, la maratona di Kish diventa un caso nazionale: arrestati gli organizzatori per le atlete senza velo

Iran, la maratona di Kish diventa un caso nazionale: arrestati gli organizzatori per le atlete senza velo

Una distesa di maglie rosse scorre lungo il lungomare di Kish, l’isola-vetrina del turismo iraniano nel Golfo Persico. Al traguardo ci sono applausi, smartphone sollevati, video che rimbalzano sui social. In alcune clip, alcune atlete corrono senza velo. Tutto sembra la fotografia perfetta di un evento sportivo internazionale, fino a quando, poche ore dopo, quello stesso materiale diventa “corpo del reato” in un fascicolo giudiziario. La magistratura annuncia l’arresto di due organizzatori, parla di «lesione della pubblica decenza», promette misure «senza indulgenza». Così la Kish Grand Marathon, disputata venerdì 5 dicembre 2025, si trasforma in meno di ventiquattro ore nell’ennesimo barometro sociale della battaglia sul velo obbligatorio in Iran.

maratona

Secondo fonti giudiziarie rilanciate da diversi media internazionali, «due dei principali organizzatori» sono finiti in custodia dopo che immagini di donne a capo scoperto hanno iniziato a circolare online. Le autorità hanno parlato di violazione di «norme legali, religiose e consuetudinarie» e hanno definito l’evento «contrario alla decenza pubblica». Uno dei due arrestati è un funzionario della Kish Free Zone Organization, l’altro appartiene alla società privata che ha gestito la corsa. Anche se Kish ospita spesso eventi sportivi e promozionali in un clima più rilassato rispetto ad altre aree del Paese, resta comunque soggetta alle stesse rigide leggi nazionali sul codice di abbigliamento.

Gli organizzatori sostengono che fosse stata prevista la separazione di genere e che circa 5.000 corridori abbiano preso parte alle varie prove in batterie distinte. Diverse testate citano una divisione tra 3.000 uomini e 2.000 donne. Sono proprio le immagini della porzione femminile a essere finite al centro delle indagini, per la presenza, confermata da foto e video, di un gruppo di partecipanti senza hijab. Le clip diventano virali in poche ore, attivando una reazione istituzionale immediata: un procedimento penale che accusa gli organizzatori di aver ignorato «avvertimenti preventivi»e di non aver garantito il rispetto delle norme di «pubblica moralità».

Il caso non riguarda solo una gara di corsa. In Iran, l’obbligo di hijab è legge dai primi anni ’80, ma negli ultimi anni la sua applicazione è diventata terreno di conflitto politico e sociale. Dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022 e la successiva ondata di proteste raccolte nello slogan «Donna, Vita, Libertà», molte donne hanno iniziato a sfidare apertamente il divieto di apparire in pubblico senza velo, pur consapevoli del rischio di multe, processi e arresti. Negli ultimi mesi si scontrano due spinte contrapposte: da un lato settori ultraconservatori e parti dell’apparato giudiziario che chiedono un irrigidimento delle sanzioni; dall’altro, l’ala politica vicina al presidente Masoud Pezeshkian, convinta che misure troppo dure rischierebbero di riaccendere la protesta. Già alla fine del 2024 era stata annunciata una sospensione dell’iter di una nuova legge più severa proprio per evitare tensioni sociali. L’episodio di Kish si inserisce in questo quadro e diventa un caso-simbolo nelle mani dei fautori della linea dura.

Il pubblico ministero dell’isola ha dichiarato che «il modo in cui l’evento è stato condotto ha danneggiato la decenza pubblica», sostenendo che gli organizzatori erano stati già avvisati sul rispetto rigoroso delle regole. Allo stesso tempo, diversi media vicini ai Guardiani della Rivoluzione hanno attaccato l’organizzazione per la «mancanza di vigilanza» e per le «infrazioni» al dress code da parte di «una parte significativa delle partecipanti». Il linguaggio, quasi identico su più piattaforme, suggerisce una strategia comunicativa coordinata: ribadire che neppure in un evento sportivo e in una zona franca come Kish è ammessa alcuna deroga al velo obbligatorio.

La maratona, secondo ricostruzioni di fonti ufficiali e locali, sarebbe giunta alla sua quinta o sesta edizione, crescendo di anno in anno da poche centinaia di partecipanti fino alle migliaia del 2025. Le stime parlano di circa 5.000 iscritti, divisi in varie distanze e categorie. L’obiettivo dichiarato era promuovere turismo interno, sport e un’immagine di “normalità”, ma la realtà legale e politica del Paese ha rapidamente ribaltato la narrazione. A complicare ulteriormente la vicenda c’è il dettaglio – riportato da fonti indipendenti iraniane – secondo cui la Federazione iraniana di atleticaavrebbe espresso riserve già in fase preliminare sull’evento, denunciando il mancato rispetto dei “requisiti legali e religiosi”. Se confermato, questo elemento farebbe emergere un conflitto in corso tra iniziativa privata e settori dell’apparato sportivo e giudiziario.

Kish rappresenta da sempre una contraddizione permanente: è una zona franca con hotel, centri commerciali e spiagge pensata per attrarre turismo e investimenti, ma allo stesso tempo resta un luogo sottoposto a un controllo sociale accurato. La sua immagine di apertura economica convive con norme morali rigidissime. Non stupisce, quindi, che un evento così partecipato e mediatizzato sia stato valutato attraverso la lente della “moralità pubblica”. In passato, infatti, non sono mancati interventi repressivi contro eventi giudicati “promiscui” o non adeguati alle regole di genere.

L’obbligo per le donne di coprirsi il capo con l’hijab e di indossare abiti larghi è in vigore da oltre quarant’anni. Le violazioni possono comportare multe, processi e, nei casi più gravi, detenzione. Nel 2023 il Parlamento iraniano ha approvato una normativa che irrigidisce ulteriormente le sanzioni, introducendo nuovi strumenti di sorveglianza e punizioni anche per le attività commerciali che servono clienti senza velo. La sua applicazione è però stata altalenante, con forti contrasti interni al governo e allo stesso apparato giudiziario. Secondo organizzazioni per i diritti umani, dopo le proteste del 2022 si è registrato un incremento di arresti arbitrari, frustate e misure intimidatorie contro attiviste, artisti e semplici cittadini accusati di violare il codice. Inchieste giornalistiche e denunce civili hanno documentato inoltre un crescente utilizzo di strumenti digitali – telecamere, software di riconoscimento facciale, app per segnalare violazioni – per monitorare il rispetto del velo obbligatorio.

La narrazione mediatica della maratona è stata immediatamente polarizzata. Per alcuni commentatori, quei video sono «immagini di libertà», la dimostrazione che una parte della società iraniana non intende tornare indietro. Per altri, soprattutto nei media conservatori e negli ambienti religiosi, l’evento è stato definito «indecente» e «irrispettoso delle leggi islamiche». La magistratura ha scelto una risposta rapida, trasformando la vicenda in un caso giudiziario che lancia un messaggio politico: nessuno spazio per zone ambigue nella questione del velo. I nomi dei due arrestati non sono stati resi pubblici, ma è stato confermato che uno è un funzionario della Kish Free Zone, l’altro un rappresentante della società organizzatrice. Le accuse potrebbero includere violazioni della decenza pubblica, mancata vigilanza e inosservanza di ordini scritti. In casi analoghi, non sono mancati divieti professionali temporanei per gli organizzatori.

La vicenda di Kish diventa così il riflesso di una dinamica più ampia: lo sport come luogo di esposizione del corpo femminile e, dunque, come spazio che rende impossibile nascondere ciò che accade. Una corsa su strada con migliaia di partecipanti produce immagini che sfuggono facilmente al controllo di qualsiasi sistema censorio, soprattutto in un paese segnato da un’altissima polarizzazione interna. In un contesto di “aperture controllate”, dove la promozione economica convive con un rigoroso controllo morale, ogni evento pubblico rischia di trasformarsi in un caso politico.

Le prossime mosse saranno cruciali. Sul fronte giudiziario, il fascicolo potrebbe sfociare in processi rapidi e in sanzioni per più soggetti coinvolti. Sul fronte sportivo, è probabile un irrigidimento delle regole per competizioni miste o con categorie femminili, con una maggiore supervisione di federazioni e autorità locali. Sul fronte sociale, il caso alimenta un dibattito che attraversa il paese: da un lato chi vede nella maratona di Kish un segnale di autodeterminazione ormai irreversibile da parte delle donne; dall’altro chi sfrutta l’episodio per invocare pene più dure, multe e perfino punizioni corporali contro chi sfida l’obbligo di velo.

Al di là della cronaca, l’immagine che emerge è quella di un paese che corre a due velocità. Da una parte una parte della società che ha ormai interiorizzato gesti quotidiani di disobbedienza civile, come uscire a capo scoperto anche nelle aree pubbliche; dall’altra un apparato repressivo che si aggiorna, sperimenta nuovi strumenti di sorveglianza e colpisce organizzatori, attiviste e artisti per riaffermare la propria autorità. In mezzo, lo sport, luogo dove il corpo è per definizione visibile, e dove si manifesta con chiarezza la distanza tra la spinta sociale al cambiamento e l’insistenza dello Stato sulle regole. La Kish Grand Marathon, nata per promuovere salute, movimento e turismo, è diventata involontariamente un test di resistenza per l’Iran contemporaneo: e la domanda è quanto, e a chi, il Paese sia disposto a concedere spazio nel proprio spazio pubblico.


Fonti utilizzate: Reuters, Associated Press, BBC Persian, Al Jazeera, Iran International, Human Rights Watch, Amnesty International.

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