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30 Novembre 2025 - 19:17
La Croazia s’infiamma: vernice, fascisti e piazze che non vogliono più tacere
Il primo getto parte da un gommone che scivola sul canale di Zara: schizzi di vernice rossa piovono sulla folla e macchiano cartelli, sciarpe, giacche. È una città reale, non una rievocazione teatrale. Intorno si sovrappongono fischi, sirene, un attimo di panico che congela il corteo. Poi la colonna si ricompatta e riparte, come se quell’imprevisto fosse solo un segnale in più del clima che si respira. È il 30 novembre 2025, e migliaia di persone riempiono simultaneamente le strade di Zagabria, Rijeka (Fiume) e Pola per dire no alla normalizzazione dell’estrema destra, dei suoi simboli e di un revisionismo storico che negli ultimi mesi ha oltrepassato il livello di guardia. A pochi isolati gruppi vestiti di nero lanciano petardi e insulti; la polizia osserva, contiene, interviene a tratti, con un approccio che sembra cambiare da angolo a angolo. La scena si ripete lungo l’Adriatico e nella capitale, dove il corteo parte dalla stazione centrale e si ferma davanti al memoriale dedicato alle vittime dell’Olocausto e del regime ustascia. Un’immagine che racconta il bivio in cui si trova oggi la Croazia.
Nel cuore di Zagabria, dietro lo striscione “Uniti contro il fascismo”, sfilano studenti, sindacalisti, intellettuali, veterani partigiani e famiglie. A Rijeka, città con una tradizione antifascista profondissima, la partenza dal Jadranski trg viene interrotta da una decina di giovani incappucciati che lanciano petardi e alzano il braccio nel saluto fascista. A Zara, oltre alle bombe di vernice esplose dal motoscafo, alcuni membri della tifoseria locale tentano di bloccare il corteo sul ponte principale prima di essere respinti dagli agenti. A Pola sfilano anche rappresentanti istituzionali come lo župan dell’Istria Boris Miletić e il sindaco Peđa Grbin, affiancati da parlamentari regionali. Le stime raccontano una partecipazione estesa: circa 5.000 persone a Zagabria, 1.000 a Rijeka e Pola, alcune centinaia a Zara.
La mobilitazione non nasce dal nulla. A inizio novembre, a Spalato, un gruppo di giovani fa irruzione alle “Giornate della cultura serba”, un evento organizzato dall’associazione culturale serba Prosvjeta, e costringe gli organizzatori a sospendere tutto. La ministra della Cultura Nina Obuljen Koržinek condanna l’episodio definendolo “inaccettabile”. Episodi simili, accompagnati da cori nazionalisti e minacce, si verificano a Zagabria e ancora a Spalato contro iniziative della minoranza serba. Sono fatti che riportano al centro la questione della responsabilità pubblica nel contenere la violenza politica e l’odio etnico, lasciati troppo spesso sedimentare nel sottosuolo sociale.
Molti manifestanti mostrano cartelli che chiedono di applicare con chiarezza la legge contro l’uso del saluto “Za dom spremni”, storicamente legato allo Stato indipendente croato NDH, il regime ustascia della Seconda guerra mondiale. La giurisprudenza croata sul tema oscilla da anni: nel 2019 l’Alta Corte per i reati minori (Visoki prekršajni sud)considera illecito l’uso del motto; nel 2020, un appello della stessa corte stabilisce che il cantante Marko Perković “Thompson” non viola la legge se lo usa all’inizio della canzone “Bojna Čavoglave”. Una decisione molto criticata che costringe la Corte costituzionale a intervenire, ricordando che si tratta comunque di un “saluto ustascia” incompatibile con la Costituzione, pur senza affrontare i singoli casi. Questo zig-zag giudiziario ha creato vaste zone grigie, sfruttate da gruppi radicali negli stadi, nei concerti e nelle piazze.
Sul terreno politico la tensione cresce ulteriormente. Dopo le elezioni parlamentari del 17 aprile 2024, il partito conservatore HDZ guidato dal premier Andrej Plenković forma il suo terzo governo grazie all’accordo con l’estrema destra del Domovinski pokret (DP, Movimento della Patria), decisiva con i suoi 14 seggi. Nelle trattative, DPimpone l’esclusione del SDSS (il partito serbo di Milorad Pupovac) e dei verdi di Možemo!: per la prima volta dopo anni, la rappresentanza politica serba resta fuori dalla maggioranza parlamentare. Il nuovo esecutivo ottiene la fiducia con 79 voti su 141 presenti: una maggioranza numericamente fragile e politicamente spinta verso destra, nonostante il premier prometta continuità europeista.
A Rijeka i cori “Smo svi antifašisti!” coprono i fischi dei black bloc locali. A Zara compare il gruppo organizzato dei Tornado, la tifoseria cittadina, respinta dagli agenti in antisommossa. A Pola, la presenza di figure istituzionali come Boris Miletić, Peđa Grbin e Siniša Gordić dà al corteo un carattere trasversale che va dal civismo alla politica. L’immagine complessiva è quella di un Paese reale che decide di mostrarsi mentre la politica istituzionale fatica a contenere le sue fratture.
Il 18 novembre 2025 la Croazia ha commemorato la caduta di Vukovar, simbolo del 1991, con decine di migliaia di persone e la partecipazione delle massime autorità dello Stato. La memoria della guerra del 1991-1995 resta un pilastro identitario ma anche un terreno altamente infiammabile, dove si riaccendono tensioni tra maggioranza croata e minoranza serba. Le proteste del 30 novembre arrivano pochi giorni dopo quelle celebrazioni; molti manifestanti citano proprio le recenti interruzioni di eventi culturali serbi come un segnale preoccupante della deriva in corso.
La figura di Marko Perković “Thompson” torna al centro del dibattito dopo un grande concerto estivo in cui il pubblico scandisce slogan controversi. Non è folklore musicale: lo spazio culturale diventa amplificatore di parole e simboli che, per storici e giuristi, tendono a normalizzare linguaggi d’odio e nostalgie per l’NDH. Lo stesso accade negli stadi, dove cori e striscioni finiscono sulle scrivanie della UEFA e delle federazioni nazionali dei Paesi vicini.
Il premier Plenković respinge l’idea che il suo governo chiuda gli occhi sull’estremismo di destra. Accusa l’opposizione di esasperare i toni per dividere il Paese e rivendica l’impegno dell’esecutivo contro l’odio politico. I manifestanti, però, chiedono atti concreti: linee guida chiare sull’uso dei simboli proibiti, più interventi contro i reati d’odio, formazione specifica per le forze dell’ordine, sostegno alle associazioni che organizzano eventi interculturali, protezione effettiva delle minoranze.
Secondo la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI, Consiglio d’Europa), il linguaggio d’odio contro serbi, rom e persone LGBTI in Croazia rimane pervasivo sia nello spazio pubblico sia online. L’under-reporting dei reati e il rischio di profilazione etnica restano problemi strutturali. Il Consiglio nazionale serbo (SNV), con il suo Bollettino annuale, fotografa un Paese a macchia di leopardo: nelle realtà più polarizzate aumentano revisionismo, intimidazioni, vandalismi contro istituzioni culturali e monumenti. Non sono numeri perfetti, perché raccolta e classificazione variano, ma raccontano un fenomeno che né le autorità né la società civile possono ignorare.
Il confronto identitario non si ferma ai confini. All’inizio del 2025 la Croazia sconsiglia i viaggi non essenziali verso la Serbia dopo il fermo e l’espulsione di cinque attivisti civici croati a Belgrado, episodio che Zagabria considera ostile e che Belgrado definisce applicazione della legge. È l’ennesimo scambio ruvido in una relazione che alterna cooperazione pragmatica e tensioni simboliche fin dagli anni Novanta.
Il cuore del problema resta il revisionismo storico. Ogni volta che nel discorso pubblico riaffiorano formule che minimizzano i crimini dell’NDH, o quando si tollera l’uso di simboli che l’ordine costituzionale ha indicato come incompatibili con i valori democratici, si apre una zona grigia dove le minoranze diventano bersagli e l’arena politica scivola nella delegittimazione reciproca. Le oscillazioni giuridiche sullo “Za dom spremni” e la loro eco nella cultura pop hanno avuto un effetto normalizzante che le piazze del 30 novembre contestano in modo esplicito.
Le immagini dei petardi a Rijeka e della vernice a Zara sollevano domande sulla gestione dell’ordine pubblico. Gli organizzatori accusano alcuni reparti di polizia di aver agito con inerzia nelle fasi iniziali; il ministero dell’Interno rivendica interventi che avrebbero evitato situazioni peggiori e annuncia verifiche interne sulle condotte degli agenti. La richiesta che sale dalle piazze è chiara: migliore prevenzione, identificazione tempestiva dei gruppi violenti, perimetri di sicurezza adeguati e maggiore trasparenza dopo gli incidenti.
Dietro lo striscione “Ujedinjeni protiv fašizma” marciano una decina di organizzazioni femministe, ambientaliste, culturali e studentesche, impegnate da anni nella difesa del pluralismo. Chiedono applicazione rigorosa delle norme contro simboli e saluti fascisti, sostegno economico e logistico alle istituzioni culturali che promuovono memoria e diversità, formazione antidiscriminatoria per forze dell’ordine, docenti e operatori, e un tavolo stabile tra governo e minoranza serba per affrontare hate speech, vandalismi e sicurezza degli eventi.
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La Croazia, entrata nell’Unione Europea nel 2013 e poi in Schengen e nell’eurozona nel 2023, si è presentata come uno dei pilastri pro-europei dei Balcani. Ma il vero test europeo non si gioca solo su economia e riforme: riguarda la tenuta democratica, la tutela delle minoranze e la gestione del passato. L’alleanza tra HDZ e DP espone il premier Plenković a pressioni che arrivano dal suo fianco destro, mentre la società civile reclama garanzie chiare sui diritti e sulla memoria. Le piazze del 30 novembre non sono contro un governo “in quanto tale”, ma contro la possibilità che la storia venga piegata fino a giustificare nel presente comportamenti intimidatori.
La giornata si chiude senza tragedie ma con molte domande irrisolte. A Zagabria i manifestanti si disperdono tra Trg kralja Tomislava e Ban Jelačić; a Rijeka qualcuno rientra lungo il Korzo con ancora addosso i segni della vernice; a Zara i video del gommone rimbalzano sui social. La Croazia ha visto che esiste un’altra piazza, pronta a difendere la democrazia quando scricchiola. Perché quei cori non restino una parentesi serviranno scelte politiche, regole chiare, educazione alla memoria e alla convivenza. Tutto il resto rischia di diventare, ancora una volta, un colore che scolora alla prima pioggia.
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