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26 Novembre 2025 - 22:17
L'assessore Maurizio Marrone
C’era da aspettarselo: il Consiglio regionale ha approvato a maggioranza il Ddl 107, la riforma dell’edilizia sociale che la Giunta del presidente Alberto Cirio descrive con i soliti paroloni: “innovativa”, “rigenerativa”, “rivoluzionaria”. Parole ormai consumate, che non convincono più nessuno. E infatti, mentre nei palazzi si brinda, fuori ci sono migliaia di famiglie che aspettano una casa da anni. Ventinove sì e venti no: un Piemonte spaccato, con la maggioranza che tira dritto e un’opposizione che denuncia senza mezzi termini l’ennesima privatizzazione mascherata del patrimonio pubblico. Ma tant’è: per la Giunta basta dire “valorizzazione” e il trucco è fatto.
La relatrice di maggioranza, Alessandra Binzoni di Fratelli d’Italia, dipinge la norma come un gioiello. Fino al 20% degli alloggi ERP potrà essere destinato a “progetti di valorizzazione”, traduzione: entra il privato. Una mano lava l’altra: loro ci mettono i lavori, la Regione dà le chiavi. Tutto elegante, pulito, confezionato benissimo. Peccato che la confezione nasconda un dettaglio gigantesco: quei 5.000 alloggi oggi inagibili lo sono perché per anni la Regione non ha mosso un dito per ristrutturarli. Fondi dal PNRR, fondi dal Superbonus, fondi sparsi dappertutto… ma la manutenzione? Mai pervenuta.

Sarah Disabato
La prima a ricordarlo è Alice Ravinale (Avs), che non ci gira intorno: le carenze manutentive sono responsabilità della Regione. Punto. Ed è quasi grottesco vedere la stessa Regione che ha lasciato crollare le case popolari presentarsi oggi come la salvatrice che “rigenera”. E mentre loro rigenerano, il 70% di chi è in graduatoria resta fuori, a guardare il treno passare. Il problema vero? Che alla Giunta conviene non guardarlo.
Anche Monica Canalis (Pd) affonda il colpo, citando don Luigi Ciotti: così si consegna il patrimonio pubblico “al capitale privato”. E ha ragione: nella legge non c’è una riga, nemmeno mezza, che obblighi i privati a mantenere finalità sociali. Si apre la porta, si accende la luce e via: entrate pure, signori. E se davvero i ministeri hanno risorse per ristrutturare, perché il ministro Matteo Salvini non ha mai presentato un piano casa? Domanda imbarazzante. Silenzio imbarazzato.
Intanto la maggioranza, con Andrea Cerutti della Lega e Silvio Magliano, continua a ripetere la litania sul “non appesantire la finanza pubblica”. Tradotto: non spendiamo noi, facciano gli altri. E infatti, come spiega senza fronzoli Sarah Disabato del M5S, la Giunta si è presa milioni dal cielo grazie al Governo Conte e li ha usati per tagliare nastri. Poi, davanti alla fatica di ristrutturare davvero, ha preferito lavarsene le mani. Vi siete leccati le dita e poi lavati le mani, dice Disabato. Una sintesi perfetta.
Nel caos della seduta interviene anche Vittoria Nallo (Sue), che dice una cosa che dovrebbe essere ovvia per tutti: la casa è “il punto zero della dignità umana”. Ma oggi viene sottratta, non ampliata. E mentre questo accade, l’Atc Torinoha smantellato tutto ciò che serviva per far funzionare i quartieri popolari: accompagnamento sociale, mediazione culturale, prevenzione dei conflitti. Tutto azzerato. Quartieri sempre più lasciati a sé stessi, con buona pace della “rigenerazione”.
Poi arriva il grande protagonista del disegno di legge: l’assessore Maurizio Marrone. Prova a rassicurare, come se bastassero due sorrisi per far sparire i problemi. “Non vendiamo, valorizziamo”, dice. “Ogni euro resta nel pubblico”, ripete. Peccato che poi rivendichi orgogliosamente di non aver escluso “aprioristicamente il profit”. Tradotto: se arrivano investitori privati, perché dire no? Ecco la verità che nessuna conferenza stampa potrà mai lucidare: questa non è una riforma sociale, è una riforma di mercato. Punto.
Nelle dichiarazioni di voto, Gianna Pentenero (Pd) chiede una cosa semplice: come lo spieghiamo alle famiglie che aspettano da anni? La risposta della Giunta è una sperimentazione di otto anni che non risolve nulla nell’immediato. Una toppa messa storta su una tela già stracciata.
Dal fronte opposto, i vari Paolo Ruzzola (Forza Italia), Fabrizio Ricca (Lega) e Carlo Riva Vercellotti (Fdi) continuano a parlare di “meccanismi virtuosi”, “opportunità”, “buon senso”. Ma sono parole che suonano vuote, lontane dalla realtà dei quartieri. Suonano come slogan, non come soluzioni.
A mettere tutti con i piedi per terra ci pensa la vicepresidente della II Commissione, Nadia Conticelli, che ricapitola tutto con una chiarezza che fa quasi male: non si può ridurre il patrimonio pubblico. Sottrarre alloggi significa alimentare disagio, precarietà, sfruttamento. Significa abbandonare chi ha più bisogno. Senza linee guida chiare, senza mediazione, senza accompagnamento, parlare di “mix sociale” è una presa in giro.
Infine l’affondo finale del M5S: Sarah Disabato, Alberto Unica e Pasquale Coluccio parlano di “resa”, “svendita”, “vergogna”. E denunciano la cancellazione in blocco di migliaia di emendamenti: una deriva che definiscono apertamente “antidemocratica”.
Chiude ancora Gianna Pentenero, che chiede ciò che davvero serve: un vero piano casa. Una riforma seria, non un esperimento. Investimenti veri, non slogan. Perché le famiglie che aspettano non ne possono più di sentirsi dire che “prima o poi” qualcosa cambierà.
E mentre la maggioranza brinda alla “valorizzazione”, resta una domanda che rimbalza fuori da Palazzo Lascaris: quante altre persone dovranno aspettare anni per una casa, mentre la Regione continua a ridurre l’edilizia pubblica e a inseguire i privati? Insomma.
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