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26 Novembre 2025 - 17:11
Julia Klöckner
Una porta che sbatte in una stanza rosa shocking di un mega-club alla periferia di Berlino, un campanello discreto suona due volte, il cameriere passa con tre flute di prosecco. Poi, all’improvviso, la politica irrompe in scena: dal palco di una premiazione femminista, Julia Klöckner spezza la coreografia patinata e lancia una delle frasi destinate a segnare l’anno politico tedesco. La nuova presidente del Bundestag chiede di vietare la prostituzione e l’acquisto di servizi sessuali, definendo la Germania “il bordello d’Europa”. È il 4 novembre 2025. Da allora il dibattito non si è più spento: dopo oltre venticinque anni di impianto liberale, il Paese si ritrova a interrogarsi su un possibile cambio di paradigma che scardina certezze e consuetudini legislative.
Le parole di Klöckner non restano un esercizio retorico. Sono benzina politica: l’ala conservatrice si ricompatta, una parte della coalizione di governo si ritrova in affanno e la ministra della Salute, la cristiano-democratica Nina Warken, sceglie di rilanciare, invocando un divieto penale per i clienti sul modello nordico e programmi strutturati di uscita per chi si prostituisce. “La Germania non può restare il bordello d’Europa”, ribadisce. Il tema entra ufficialmente nell’agenda governativa, forte anche dell’impegno già scritto nel contratto di coalizione CDU–SPD, che impone una revisione critica della normativa vigente.
Il quadro legislativo che ha regolato gli ultimi vent’anni è il frutto di un’evoluzione a strappi. Il Prostitutionsgesetz (ProstG), varato il 1° gennaio 2002 dal governo rosso-verde, ha eliminato la qualifica di “attività immorale”, aprendo ai contratti di lavoro e alla protezione sociale. La successiva stretta del Prostituiertenschutzgesetz (ProstSchG) del 2017 ha introdotto registrazione obbligatoria, licenze per i locali, obbligo di preservativo e limiti pubblicitari. L’obiettivo dichiarato era quello di aumentare la tutela e ridurre lo sfruttamento, ma il bilancio resta frammentato. A distanza di anni, nessuno può affermare con sicurezza se la legalizzazione abbia davvero migliorato le condizioni di chi lavora nel settore o se abbia ridotto la criminalità di contorno. E la domanda torna ora a pesare più che mai.
I numeri ufficiali raccontano una storia incompleta. A fine 2024 risultano registrate circa 32.300 persone che si prostituiscono, +5,3% rispetto al 2023 ma significativamente meno rispetto alle 40.400 del 2019 pre-pandemia. Le autorizzazioni ai cosiddetti prostitutionsgewerbe scendono a 2.250. La mappa delle nazionalità è eloquente: solo il 17% è tedesco, mentre la quota più ampia è composta da cittadine rumene (36%), bulgare (11%) e spagnole (8%). La parte più significativa, però, è quella che non appare: nessuno conosce il numero reale delle persone non registrate. Le stime di associazioni come Solwodi oscillano tra 250.000 e 400.000, una forbice che dice molto più dell’aritmetica. Significa che il fenomeno vive ancora in un cono d’ombra che nessuna normativa è riuscita a illuminare del tutto.

La miccia che fa esplodere il dibattito arriva durante la Heldinnen-Award della fondazione di Alice Schwarzer. Dal palco, Klöckner condanna senza sfumature la Germania-“bordello” e invoca il divieto totale della prostituzione e del sex-kauf. Un ribaltamento della prospettiva tedesca che affonda il cuore del modello costruito negli anni. “Considerare la prostituzione un lavoro come un altro è offensivo per i diritti delle donne”, dichiara. In poche ore talk show, partiti, ONG, sindacati e organizzazioni si accapigliano su un nodo che non riguarda più soltanto la morale pubblica, ma la lotta alla tratta, la prevenzione della violenza di genere e l’efficacia – o l’inefficacia – di una politica fondata su registrazione, controlli amministrativi e riduzione del danno.
A rendere il momento ancora più esplosivo è la pubblicazione della valutazione indipendente del 24 giugno 2025, commissionata al Kriminologisches Forschungsinstitut Niedersachsen (KFN): 693 pagine basate su oltre 2.300 interviste a persone in prostituzione, 3.400 clienti, 800 funzionari pubblici e 280 operatori. Il verdetto è un esercizio di realtà: il ProstSchG ha migliorato alcune condizioni per chi si registra, ma fallisce nel far emergere le vittime di tratta e nel controllare l’enorme spostamento del mercato verso l’online. Non è il cambio strutturale che molti auspicavano, ma nemmeno un disastro. Una base da cui ripartire, se si accetta che la soluzione non può stare in una sola legge.
Nel frattempo, il confronto politico guarda a ciò che accade fuori dai confini. La Svezia, con il suo sex-köpslagen del 1999, punisce l’acquisto e non la vendita. La Francia, dal 2016, segue lo stesso schema, imponendo ammende e percorsi di sensibilizzazione ai clienti. I sostenitori sostengono che il modello abbatta la domanda e chiuda i bordelli, lanciando un messaggio culturale. I critici ribattono che il risultato più immediato è lo spostamento verso la clandestinità, dove il rischio aumenta e le tutele si assottigliano. Dalle banlieue parigine a Stoccolma, l’applicazione è diseguale e spesso legata più alle risorse locali che alla norma nazionale. La Germania deve decidere se e quale “best practice” esista davvero.
La società civile resta divisa lungo linee profonde. Le organizzazioni abolizioniste, da Terre des Femmes ai network del Bundesverband Nordisches Modell, leggono la prostituzione come violenza strutturale. Dall’altra parte, realtà come il Deutscher Juristinnenbund (djb), la Deutsche Aidshilfe, il BesD e Hydra chiedono di togliere stigma e rischi attraverso i diritti del lavoro e non attraverso il penale. Per il djb, non esiste prova che la criminalizzazione dei clienti riduca la violenza; per la Deutsche Aidshilfe, più penale significa meno accesso alla salute. Due visioni antropologiche opposte che la ricerca KFN fotografa come un continuum impossibile da incasellare.
Il governo, intanto, tenta una mossa prudente: annuncia una commissione di esperti incaricata di formulare proposte entro un anno. È un atto politico bifronte: riconosce i limiti dell’attuale impianto normativo e allo stesso tempo prende tempo, mentre l’onda lunga della spinta di Klöckner continua a spostare il baricentro del dibattito.
Dietro ai numeri c’è l’asimmetria che condiziona l’intera discussione: i registrati sono la punta dell’iceberg, mentre la parte sommersa sfugge a ogni controllo. La registrazione è percepita come rischiosa, soprattutto da chi vive in situazioni familiari fragili o ha permessi di soggiorno precari. Il mercato si è spostato dagli spazi visibili agli appartamenti e agli hotel, dove i controlli sono più difficili. Le migrazioni intra-UE continuano ad alimentare un flusso che la normativa da sola non può governare, spingendo verso la Germania donne che uniscono bisogno economico e vulnerabilità.
Il lessico, come sempre, diventa un campo di battaglia. Per Klöckner e gli abolizionisti, parlare di “sex work” normalizza un rapporto di potere sbilanciato. Per il BesD e Hydra, chiamarlo “lavoro” serve a far emergere condizioni, rischi e diritti esigibili. È una guerra di parole che riflette una frattura culturale più profonda della riforma stessa.
Anche la Francia, spesso citata come riferimento, non offre risposte rassicuranti. I report mostrano applicazioni discontinue e difficoltà a raggiungere chi vive situazioni di maggiore vulnerabilità. Le associazioni denunciano maggiore clandestinità e rischio aumentato. Ciò che sulla carta appare un modello, nella pratica dipende da risorse, investigazione, politiche sociali e migrazioni.
Il nodo sicurezza resta centrale. I sostenitori del divieto affermano che punire la domanda permette di perseguire reti e clienti predatori. I contrari ritengono che generi incontri più rapidi e meno negoziabili e riduca le possibilità di controllare l’uso del preservativo. La Deutsche Aidshilfe avverte che la criminalizzazione può compromettere l’accesso alla salute; il djb richiama i profili costituzionali: introdurre masse di comportamenti nel penale rischia di forzare il perimetro della Legge fondamentale.
Le strade intermedie non mancano, ma richiedono risorse e strategia: controlli mirati nei centri della prostituzione e nell’online, registrazioni meno punitive e più protettive, percorsi d’uscita credibili, norme capaci di colpire lo sfruttamento distinguendolo dalla collaborazione lecita, responsabilità per le piattaforme digitali. È ciò che la commissione dovrà articolare, anche mentre la politica sembra guardare altrove, attirata dal fascino semplice del divieto.
Vietare, infatti, produce un messaggio immediato e riconoscibile, e in un’Europa attraversata da insicurezza, migrazioni e diseguaglianze è un segnale che parla alla pancia degli elettori. Ma l’esperienza insegna che senza soldi, personale, formazione e prevenzione, le leggi simboliche restano scatole vuote. La partita tedesca si gioca su due piani: il messaggio culturale e l’ingegneria delle politiche pubbliche. Ed è la distanza tra un titolo di giornale e un cambiamento reale.
Alla fine, il Paese è davanti allo specchio.
La Germania resta uno dei sistemi più liberali d’Europa, ma non ha risolto tratta, violenza e irregolarità. Il ProstSchG ha fornito strumenti, non soluzioni; dove la rete è forte funziona, dove manca resta lettera morta. Il salto verso il sex-kaufverbot riscrive l’equilibrio tra penale e welfare e può cambiare la vita quotidiana di chi lavora nel settore. La domanda che Klöckner ha riportato al centro – “Cos’è la prostituzione per uno Stato democratico?” – non ha una risposta rapida. È materia di diritti, sicurezza, povertà, disuguaglianze. La Germania è davvero “il bordello d’Europa”?
Dipende dai dati che scegliamo e dalla lente con cui guardiamo. Per molte ONG, il mercato è troppo grande e opaco per essere tollerato; per i movimenti dei sex worker è lo stigma, non la legalità, a produrre violenza. Tra questi poli, il legislatore dovrà fare ciò che raramente la politica accetta: prendere posizione senza smettere di contare. Una legge non cancella la domanda, ma decide dove e come questa domanda incontra l’offerta: sotto i neon regolamentati di un club o nell’anonimato di un ascensore qualunque.
Ed è lì che si giocherà la vera partita, quella che stabilisce quanto resterà alla luce del sole e quanto continuerà a scivolare nelle zone d’ombra.
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