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Ospedale di Settimo: caccia alle streghe

La vicenda esplode durante una riunione di reparto del 2021: una lavoratrice viene accusata di registrare l’incontro per darlo ai giornali, nasce un caso sindacale, intervengono i Carabinieri e oggi quel sospetto mai dimostrato diventa un elemento dell’inchiesta dell’ASL TO4 seguita dalla Procura di Ivrea.

Ospedale di Settimo: caccia alle streghe

Ospedale di Settimo: caccia alle streghe

Nei documenti ora finiti sul tavolo della Procura di Ivrea, nell’ambito dell’inchiesta con 38 indagati sull’Asl To4firmata dai pm Valentina Bossi e Alessandro Gallo, coordinati dalla procuratrice capo Gabriella Viglione, c’è anche un episodio che sembra uscito da un piccolo romanzo di burocrazia e sospetto. Una presunta registrazione di una riunione di reparto da parte di un’operatrice socio–sanitaria. Un’accusa nata all’improvviso, in un corridoio dell’ospedale civico di Settimo Torinese, durante un incontro del 6 ottobre 2021, ma che nel giro di pochi giorni si trasforma in molto più di una contestazione interna. È la scintilla che accende tensioni, scontri verbali, interventi sindacali, un malore, un’ambulanza chiamata in reparto e, alla fine, un esposto ai Carabinieri.

Tutto ruota attorno a un momento preciso, a una frase lanciata in pubblico, davanti a infermieri, medici e operatori, quando la coordinatrice infermieristica Damian Toader Mia avrebbe accusato una collega di avere con sé il cellulare per registrare la riunione e “girare tutto ai giornalisti”. Una frase scagliata, raccontano i presenti, con toni sgarbati, come se si trattasse di un reato. Nessuna prova, nessun file audio, nessun riscontro. Solo un sospetto, diventato in un attimo un’accusa morale, capace di incrinare rapporti e gerarchie e di creare un clima da caccia all’untore.

La Cisl Fp, che assiste la lavoratrice, reagisce con una diffida formale: definisce quelle affermazioni “false, prive di fondamento e lesive”, ricordando che registrare una riunione a cui si partecipa non è illecito, se non c’è diffusione impropria. Ma nel reparto di Lungodegenza, quel principio giuridico evapora come un disinfettante. L’accusa diventa dogma, la presunzione sostituisce la prova, il sospetto si trasforma in sistema.

Da quel giorno, racconta la donna, tutto cambia. Ogni gesto viene interpretato come una nuova potenziale minaccia: un telefono in mano? Sospetto. Una pausa in bagno? Sospetto. Una telefonata alla figlia? Ancora sospetto. Una vita sotto lente, come se un’accusa mai dimostrata avesse il potere di riscrivere i rapporti di forza. Il direttore del personale di Cm Service, Michele Scusello, interviene più volte; i toni si alzano; la tensione diventa palpabile.

Il 27 ottobre la situazione esplode. Dopo l’ennesimo alterco, Scusello — secondo la ricostruzione — avrebbe alzato la voce, ordinando a tutti di tornare immediatamente al lavoro. La lavoratrice accusa un malore: tachicardia, pressione a 140, agitazione. L’infermiera presente conferma i parametri anomali e chiama il 118. L’ambulanza arriva, ma la scena non si calma: mentre il mezzo sta per lasciare il parcheggio, Scusello lo ferma per “verificare che la dipendente fosse davvero a bordo”. Il personale sanitario riparte e la porta al pronto soccorso di Chivasso, dove le viene diagnosticato un episodio acuto di cardiopalmo da stress.

Nei tre documenti acquisiti ora dalla Procura — la diffida sindacale, la dichiarazione personale e l’esposto ai Carabinieri — torna sempre lo stesso filo conduttore: tutto nasce da quell’accusa di aver registrato una riunione, mai provata, ma trattata come verità rivelata. E da lì in poi, una spirale di pressioni, rimproveri, urla e paura. L’esposto parla di “atti persecutori”, “toni minacciosi” e “condotta vessatoria” collegata sempre allo stesso punto di partenza: un comportamento attribuito senza prove e poi gestito come colpa accertata.

Alla Procura non interessa solo cosa è accaduto, ma come. Come certe parole vengono pronunciate, dove, davanti a chi e con quali conseguenze. Perché a volte, nella sanità pubblica piemontese, non è necessario legare qualcuno a un letto per togliergli la dignità: basta accusarlo davanti a tutti, senza prova, e lasciarlo marcire nel sospetto.

È la storia di un’accusa mai dimostrata che diventa il centro di una frattura. Una parola — “stai registrando?” — che si trasforma in un veleno lento: prima un sospetto, poi una contestazione, poi un caso sindacale, infine un malore e un’indagine. E in mezzo, il solito contorno: cooperative che cambiano nome, dirigenti che si riciclano, promesse di “trasparenza” che puzzano di chiuso.

E mentre l’Asl To4 si prepara ad assorbire Saapa e a mettere le mani sulla struttura di Settimo, con la benedizione dell’assessore regionale Federico Riboldi, che parla di “rilancio” e “riorganizzazione”, resta la domanda più semplice, quella che nessuno ha mai voluto affrontare: perché tanta paura delle registrazioni? Forse perché, se qualcuno avesse davvero registrato tutto, oggi non servirebbero le inchieste per sapere come si lavora nei reparti del Piemonte.

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