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Cronaca

Ospedale di Settimo Torinese durante il Covid. Scusello e i tunisini poi "spariti"

Dai verbali della Procura di Ivrea: turni ricuciti all'ultimo, personale non sempre qualificato, barriere linguistiche e terapie saltate — segnalazioni ignorate che dipingono un ospedale in crisi.

Ospedale di Settimo Torinese durante il Covid.  Scusello e i tunisini poi "spariti"

Ospedale di Settimo Torinese durante il Covid. Scusello e i tunisini poi "spariti"

Non servono telecamere nascoste né infiltrati. Per capire cosa sia esploso davvero all’ospedale di Settimo Torinese basta aprire i verbali dell’inchiesta sull’Asl To4 della Procura di Ivrea, una delle più vaste che l’Italia ricordi: trentotto indagati tra medici, direttori, dirigenti e amministratori. È tutto lì, nudo, spietato, senza appigli. Non serve interpretare: basta leggere per respirare l’odore acre di un sistema che ha smesso di funzionare e ha iniziato a fingere di farlo. Un ospedale che, mentre fuori il Covid mordeva, dentro si reggeva su turni improvvisati, qualifiche opache, comunicazioni inesistenti e un appalto che ha generato più disordine che soluzioni.

Il 14 febbraio 2022 la prima testimone, un’operatrice con anni di servizio, è davanti ai pubblici ministeri Valentina Bossi e Alessandro Gallo. Non parla di impressioni: parla di fatti. Racconta che all’arrivo di CM Service, subentrata alla cooperativa Frassati, è iniziato il disfacimento. Turni ricuciti all’ultimo, personale non presentato, figure che entrano ed escono senza spiegazioni. “Non sapevo più chi fosse infermiere e chi OSS”, dice. Un ospedale dove i ruoli dovrebbero essere scolpiti, e invece si sbriciolano.

La prima faglia è la più elementare: la lingua. CM Service inserisce infermieri tunisini che, racconta, “non parlavano italiano. Non riuscivamo a comunicare in nessun modo”. Chiede loro di compilare cartelle cliniche: “non sapevano leggere, non sapevano scrivere in italiano”. Una falla talmente grande da mandare in frantumi ogni procedura basilare.

La seconda è la gestione dei farmaci. L’operatrice trova buste con medicinali scambiati, terapie non somministrate, flebo rimaste appese tutta la notte. E aggiunge un episodio che fa gelare il sangue: operatori socio-sanitari trasformati in infermieri “da un giorno all’altro”, senza un albo, senza titoli, senza un’abilitazione. Un salto di mansione che mette in mano a persone non qualificate procedure delicate, con conseguenze che nessuno vuole immaginare.

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In mezzo a tutto questo, un nome ritorna come un punto fermo: Michele Scusello, figura di riferimento di CM Service. Ogni volta che la lavoratrice gli segnala qualcosa, ogni dubbio, ogni irregolarità, la risposta è sempre la stessa: “non è importante”. Tre parole che nei verbali diventano un marchio e un metodo.

Poi il reparto Covid. Più che un reparto, un lazzaretto. Qui il racconto supera il limite dell’immaginabile: infermieri che dormono nei letti vuoti dei degenti. Non una voce, non un sospetto. È ciò che la testimone vede con i suoi occhi. In quel contesto, i ruoli si capovolgono: chi è autorizzato a somministrare terapie dorme, chi non lo è si ritrova a sostenere il reparto. È il paradosso massimo dentro la più grande emergenza sanitaria del secolo.

La seconda testimone, una sindacalista, non ripete: aggiunge. Mette ordine nel caos. Racconta come con CM Service il clima interno sia cambiato radicalmente: turni comunicati all’ultimo giorno del mese, organici non dichiarati, assenza totale di trasparenza sulle qualifiche. Riporta il caso di un’OSS diventata infermiera “senza aver mai visto l’iscrizione all’albo”. Parla di infermieri che non consegnano le terapie al mattino, lasciando il turno successivo senza informazioni. E lo dice chiaramente: “abbiamo avvisato, ma CM Service non ha ascoltato”.

Poi il dettaglio che completa il quadro: molti degli infermieri tunisini non conoscevano i medici, non sapevano chi fosse il primario, non avevano idea di a chi rivolgersi in caso di emergenza. Non è un problema organizzativo: è un rischio clinico sistemico.

La terza testimonianza, quella di un operatore straniero, chiude il cerchio. La barriera linguistica, per lui, non è un limite: è un muro. “Parlavano con i pazienti usando le poche parole che conoscevano”, racconta. Prova a spiegare una procedura a un’infermiera tunisina: la risposta arriva in francese. È lui a descrivere ciò che spesso sfugge ai vertici: infermieri che passano la notte su una poltrona all’ingresso, altri che si sdraiano su letti vuoti nel reparto Covid.

Poi l’episodio più feroce di tutti: “una paziente suonava il campanello e l’infermiera lo spegneva”. La paziente chiama ancora. Il campanello si spegne di nuovo. Una scena che, dentro un ospedale, non dovrebbe esistere.

Racconta anche del progressivo sparire di alcune figure tunisine: “le ragazze tunisine non le ho più viste, il ragazzo tunisino credo sia stato ripreso”. E della svolta improvvisa: “da novembre 2021 non ho più trovato pazienti bagnati: hanno messo un OSS fisso di notte che fa i giri e controlla”. Bastava vigilare. E tutto è cambiato.

Accanto a Scusello, i verbali individuano anche Mia Damian, infermiera e responsabile del personale di CM Service. È attorno a queste due figure che ruotano turni, assegnazioni, gestione del personale straniero, risposte — o silenzi — alle segnalazioni interne.

Alla fine, dopo tre testimonianze, decine di episodi, barriere linguistiche, letti sbagliati, terapie saltate e un reparto Covid trasformato in dormitorio, la domanda è inevitabile: com’è stato possibile che tutto questo sia avvenuto senza che nessuno intervenisse? Chi doveva verificare le qualifiche? Chi coordinare i turni? Chi formare il personale straniero? Chi controllare le terapie? Chi ascoltare le segnalazioni?

Perché se ciò che emerge dai verbali venisse confermato, non siamo davanti a sviste o falle temporanee. Siamo davanti a un sistema che ha perso la capacità di esercitare controllo su se stesso. E quando a perdere controllo è una struttura che custodisce le persone più fragili, le responsabilità non sono mai diffuse: hanno nomi, cognomi e ruoli.

Tre lavoratori hanno raccontato tutto.
Ora tocca alla Procura.

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