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Scandalo Asl To4. Dopo la Cooperativa Frassati, l'inferno. Perchè Rossi l'ha fatta fuori?

Pagamenti bloccati, subappalti fantasma, sedazioni fuori controllo e silenzi istituzionali: così l’arrivo di Rossi ha travolto l'ospedale di Settimo

Scandalo Asl To4. Ospedale di Settimo Torinese: la sindacalista vuota il sacco

Scandalo Asl To4. Ospedale di Settimo Torinese: la sindacalista vuota il sacco

Era tutto scritto, nero su bianco, molto prima che la parola “cricca” iniziasse a serpeggiare nei corridoi del tribunale di Ivrea. Bastava davvero poco: aprire quei faldoni ingialliti, sfogliare le determine, osservare le firme che tornavano sempre uguali, notare le cifre che ricorrevano come un mantra. Non è retorica, non è un artificio letterario. È la cruda realtà di un sistema che si rivelava da solo — per chi avesse avuto voglia, o coraggio, di guardarlo. Dentro quelle pagine c’erano contratti, proroghe, sospensioni improvvise dei pagamenti, scambi societari che si intrecciavano come fili elettrici sotto tensione, verbali di assemblee che lasciavano trapelare crepe profonde. Era tutto lì, in attesa che qualcuno unisse i puntini.

Perché quando prendi gli atti uno dopo l’altro, quando li ricollochi nella sequenza temporale, quando li affianchi alle testimonianze degli operatori e ai messaggi estratti dai cellulari, quello che emerge non è un’immagine confusa, ma un disegno. Un disegno preciso, coerente, quasi chirurgico nella sua progressione.

E quel disegno coincide con un momento, una data che oggi appare come lo spartiacque tra un prima e un dopo: l’arrivo di Alessandro Rossi alla guida di SAAPA a posto di Gabriella Gianoglio. Prima di lui la struttura arrancava, certo, come succede in ogni realtà pubblico-privata italiana. I turni erano pesanti, le risorse scarse, la burocrazia asfissiante. Ma la macchina, nonostante tutto, teneva. Era un meccanismo arrugginito, ma funzionante. Lo raccontano i bilanci. Lo spiega ai pm di Ivrea l'ex sindaco di Settimo, nonché ex direttore amministrativo Aldo Corgiat. Poi arriva Rossi. E ciò che accade nelle settimane successive ha qualcosa di vertiginoso. È come se qualcuno avesse dato una spallata violenta a una macchina già instabile, facendola deragliare.

Non c’è gradualità, non c’è transizione, non c'è un lento cambiare di passo. C’è un’accelerazione improvvisa, un’accelerazione che molti — a distanza di anni — ricordano ancora con un misto di incredulità e timore. Nel giro di poche settimane, accade tutto ciò che oggi costituisce l’ossatura dell’inchiesta: pagamenti sospesi senza motivo, contratti rivoltati come calzini, forniture revocate, delibere approvate a velocità irragionevole, subappalti improbabili, affidamenti diretti che ignorano completamente le regole del settore pubblico. E soprattutto: l’ingresso silenzioso, ma inarrestabile, di C.M. Service s.r.l. di Cascinette d'Ivrea come nuovo centro gravitazionale del sistema.

Il presidente della Cooperativa Frassati Roberto Galassi a cui facevano riferimento infermieri, medici, Oss, uomini e donne delle pulizie, lo dice chiaramente — e lo fa mettere a verbale durante un'assemblea — parlando di “ritardi ingiustificati e gravissimi...”, di un credito talmente elevato da “mettere a rischio la continuità aziendale”.

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Parole pesanti. Nessuno risponde. Nessuno chiede spiegazioni. Nessuno si assume la responsabilità di mesi di pagamenti bloccati. Anzi. Nelle stesse settimane in cui Frassati viene di fatto strangolata, SAAPA autorizza un subappalto a una società slovacca, la K.D.’W Co., che non dispone né del personale, né della struttura, né delle competenze necessarie. Il risultato è un collasso immediato: turni scoperti, reparti allo sbando, pazienti lasciati per ore senza assistenza. Ma quell’emergenza, anziché risolversi, sembra funzionale a qualcosa. Diventa la giustificazione perfetta per dire che bisogna intervenire subito, che non c’è più tempo, che una gara pubblica non è più possibile. Serve una soluzione urgente. Serve un soggetto già pronto. Serve qualcuno che possa subentrare immediatamente.

E quel qualcuno è C.M. Service s.r.l., che non entra da sola. Porta con sé un reticolo societario che si estende in modo quasi geometrico: Semiramis s.r.l., Aldebaran S.S., la 13 Leoni S.S. E in tutte queste società ritornano sempre gli stessi nomi, come se la galassia fosse costruita attorno a una piccola costellazione familiare: Anna Maria Conversa, Rita Carmela Conversa, Massimo Cassinelli. Questi nomi compaiono nei contratti, compaiono nelle assemblee, compaiono all’interno della rete societaria. E — dettaglio tutt’altro che secondario — compaiono anche nei corridoi dell’Ospedale Civico di Settimo Torinese. Una presenza a più livelli, amministrativa e operativa, che gli investigatori definiranno “coerente con l’ipotesi di un controllo centralizzato e non dichiarato”.

In quel contesto, è impossibile non vedere la simmetria temporale. C’è un prima, e c’è un dopo. Prima della nomina di Rossi, la cooperativa Frassati opera, anche tra mille difficoltà. Dopo la nomina di Rossi, viene prima lasciata senza risorse, poi privata dei pagamenti, poi sostituita. E contemporaneamente, mentre il vecchio gestore (che è anche socio) viene "piegato" e "cacciato", il nuovo arriva, cresce, si consolida. Senza gara. Senza concorrenza. Senza che nessuno degli enti pubblici soci — Asl To4, Asl Città di Torino, Comune di Settimo Torinese — sollevi un sopracciglio.

Tutto bene, anzi no, tutto male, considerando che mentre nei consigli di amministrazione si consuma questa transizione lampo, nei reparti scoppia l’inferno. È qui che la storia diventa carne, sudore, paura. Gli operatori iniziano a scrivere nelle chat, perché non sanno più a che santo rivolgersi.

I messaggi arrivano uno dopo l’altro, soprattutto di notte, quando la stanchezza rende tutto più crudo, più vero.

“La 339 aveva bisogno da ore”, scrive un’OSS. “Campanello a vuoto. Ho trovato le flebo del giorno prima ancora chiuse.”

Un’altra racconta l’isolamento Covid: “Solo camicino verde. Nessuna tuta. Nessun calzare. Nulla.”

E poi le frasi che fanno cadere le braccia: “L’infermiera non sapeva attaccare l’ossigeno. Le ho dovuto mostrare tutto io.” Oppure: “Hanno fatto solo metà giro. Il resto niente. Dormivano.”

E ancora: “Io questa notte ho visto cose che non avevo mai visto in vent’anni di lavoro.”

Ma il messaggio che ricorre più spesso è uno solo, sempre lo stesso, come un’eco che risuona tra i muri di un reparto che sembra dimenticato da tutti: “Qua muoiono davvero… e noi non possiamo fare nulla.”

È un grido, un appello, una denuncia messa nero su bianco in una chat privata. Una frase che non dovrebbe mai essere scritta da chi lavora in un ospedale.

In quelle stesse settimane accade qualcosa di ancora più inquietante. Gli operatori iniziano a notare un’anomalia nei pazienti. Sono troppo silenziosi. Troppo immobili. Troppo “addormentati”. Si svegliano — quando si svegliano — intontiti, confusi, incapaci di riconoscere dove si trovano. 

Quando la Procura mette insieme le testimonianze, i consumi dei farmaci e i registri, scopre l’incredibile: il consumo di benzodiazepine e sedativi è quintuplicato. Cinque volte tanto. Eppure non esiste una sola prescrizione che lo giustifichi. Non c’è una sola annotazione nelle cartelle cliniche. Non c’è un solo registro che riporti le sedazioni notturne. Nulla. Il vuoto. È come se, improvvisamente, qualcuno avesse iniziato a sedare i pazienti senza lasciarne traccia.

Le chat si riempiono di dubbi e manco a dirlo si assiste ad un aumento di decessi, a causa del decadimento indotto proprio dai farmaci e dalla mancata somministrazione di quelli effettivamente prescritti.

“Non è normale”, scrive un’OSS. “Non è proprio normale.”

Ma la domanda più pesante, la più ineludibile, è un’altra: dove erano gli enti pubblici?

Perché SAAPA non è una società privata. È una società mista, partecipata da soggetti pubblici che hanno un obbligo di vigilanza. Eppure nessuno interviene quando Frassati denuncia di non essere pagata da mesi. Nessuno chiede spiegazioni su un subappalto slovacco inventato da un giorno all’altro. Nessuno verifica l’ingresso di C.M. Service senza gara. Nessuno si accorge dell’esplosione dei consumi di sedativi. Nessuno si chiede perché SAAPA venga portata in liquidazione proprio mentre affida milioni di euro a un soggetto collegato al nuovo amministratore.

Sono omissioni che gridano. Omissioni che diventano corresponsabilità. O almeno, questo è ciò che emerge dalle carte, questo è ciò che immagina la Procura nel suo castello accusatorio.

Perché se esiste una cricca — e ogni giorno appare più evidente che esista — qualcuno le ha aperto le porte. Qualcuno l’ha legittimata. Qualcuno ha deciso che quel sistema potesse andare avanti indisturbato.

Il finale, che non è un finale ma un’incrinatura, arriva a novembre 2021, quando due magistrati Valentina Bossi e Alessandro Gallo decidono di avviare le intercettazioni sui telefoni di Conversa, Cassinelli, Scusello, Damian Toader e Alessandro Rossi. Da quel momento le chat iniziano a parlare. Le delibere iniziano a parlare. I turni iniziano a parlare. Gli operatori, per la prima volta, iniziano a parlare.

E più emergono dettagli, più appare chiaro che ciò che sappiamo oggi è solo l’inizio. Le cricche, nella storia italiana, non crollano mai in un giorno. Crollano lentamente. Crollano quando chi era protetto non lo è più. Crollano quando chi ha paura decide che la paura non basta più. Crollano quando le carte si allineano. Crollano quando il sistema che le ha create decide che non è più utile difenderle.

E ora è proprio questo il momento. Il momento in cui tutto ciò che era stato tenuto nascosto comincia a risalire. Il momento in cui la verità rompe la superficie. Il momento in cui ogni ingranaggio di quella macchina — ogni delibera, ogni omissione, ogni messaggio, ogni notte passata in un reparto in silenzio — torna al suo posto per formare un quadro che non può più essere ignorato.

E quando la verità emerge, non c’è più nessun amministratore, nessuna delibera, nessuna rete societaria in grado di soffocarla.
La verità, quando arriva, non chiede permesso. Arriva. E travolge tutto.

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