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Cantamessa, il giornalismo universale e il rimbambimento

l dipendente comunale che su Facebook lancia imperativi categorici e si dimentica che i botti non si spengono con le ordinanze teatrali di Capodanno

Matteo Cantamessa

Matteo Cantamessa

E poi arriva lui, Matteo Cantamessa, dipendente comunale, marito della capogruppo del Pd Elena Ruzza e con un passato in ruoli di spicco nei partiti di sinistra e centrosinistra, appena qualche mese fa indicato tra i papabili a guidare la segreteria cittadina del Pd. Insomma, tutto, fuorché imparziale e con un cognome che sembra quasi un destino: Cantamessa.

Stavolta ce ne voleva cantare quattro davvero.

Succede su Facebook, con un commento sotto ad un nostro articolo sui fuochi d’artificio fuori controllo a Capodanno.

“Adesso però scrivi lo stesso articolo per i restanti 7.895 comuni italiani…” ci dice.

Il tono è di chi si erge a direttore editoriale senza preavviso: imperativo, intransigente, categorico. E ironico? Neanche per sbaglio.

No, perché l’ironia richiede una sottigliezza che qui proprio manca. In compenso, il perentorio “Adesso scrivi!” sa di altri tempi, di comizi monocorde e imposizioni, di atmosfere da comizio sovietico che nessuno rimpiange.

Col cazzo che un giornale scrive sotto dettatura: pirlotto! E scriviamo "...pirlotto" per rendere la frase meno offensiva, in realtà avremmo voluto scrivere "pirla" o "vaffanculo" ma tant'è!

Matteo Cantamessa

Matteo Cantamessa al festa dell'Unità

E fermiamoci un attimo e riflettiamo sul senso di questa richiesta, o meglio, sulla sua assenza.

Qual è l’obiettivo di Cantamessa? Forse lanciare una nuova corrente del giornalismo universale, dove ogni problema locale deve essere moltiplicato all’infinito per essere preso sul serio? La logica è semplice: o parli di tutto o non parli di nulla. Un capolavoro di relativismo che però non regge.

Facciamo qualche esempio per chiarire. 

Un articolo sulla guerra in Ucraina? “Adesso però scrivi delle altre 50 guerre che si combattono nel mondo.” 

Racconti dei senzatetto a Roma o Torino? “Adesso però scrivi dei senzatetto di Novara, Milano e di Sanremo.” 

Vuoi parlare dell'erba alta? "Adesso però scrivi dell'erba di tutta Italia"

Ti occupi della fame nel mondo? Guai a non includere ogni singola carestia, dal Sahel ai sobborghi di Jakarta. 

Insomma, per Cantamessa, un giornalista che non copre l’intero pianeta è come un prete che celebra messa senza vangelo: inutile.

Ma torniamo a Settimo Torinese, dove, a quanto pare, l’ordinanza anti-botti di Capodanno, partorita dalla sindaca Elena Piastra, è stata firmata con l’unico obiettivo (per stessa ammissione di Cantamessa, a questo punto) di raccogliere qualche like sui social. “Bene!”, “Brava!”, “Bis!”, “Piastra sei tutti noi!” – e giù applausi virtuali. La forma prima della sostanza. 

Peccato che in una città dove i botti risuonano tutto l’anno, vietarli a San Silvestro sia come proibire il panettone a Natale: ridicolo e inutile.

E allora chiediamo a Cantamessa: non è una presa per i fondelli firmare ordinanze che nessuno ha intenzione di far rispettare? E perché mai un giornale locale, con i piedi ben piantati a Settimo Torinese, dovrebbe prendersi la briga di giudicare le prese per i fondelli dei sindaci di Mondovì, Cuneo o Salerno? 

La verità è che il commento di Cantamessa, con il suo tono pretenzioso e il suo imperativo paternalistico, non fa altro che confermare una triste verità: a Settimo, tra ordinanze di facciata e interventi social, il rimbambimento collettivo, anche e soprattutto politico, è ormai una calamità ufficiale.

Sveglia, Cantamessa! È il 2025, la messa è finita, puoi anche andare in pace… 

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