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Francesco e la storia: il passato come antidoto alla banalità del presente

Il Papa invita a riscoprire il valore dello studio storico per contrastare ideologie semplicistiche e una società senza memoria

Papa Francesco

Papa Francesco

«Eludere la storia» è «una forma di cecità che ci spinge a […] sprecare energie per un mondo che non esiste, ponendoci falsi problemi e indirizzandoci verso soluzioni inadeguate». Diversamente, applicarsi con diligenza allo scopo di conoscere il passato aiuta a mantenere accesa la «fiamma della coscienza collettiva» e a «interpretare meglio la realtà».

La lettera risale allo scorso 21 novembre, memoria liturgica della presentazione di Maria al tempio, come si legge a piè di pagina, pertanto è abbastanza recente. Ma ciò non giustifica lo scarso interesse finora suscitato sia in Italia sia all’estero. Per noncuranza, albagia laicistica o snobismo irriguardoso? Chissà! Sta di fatto che soltanto i quotidiani cattolici, salvo «Il Corriere della Sera», hanno concesso un po’ di spazio al documento con cui Francesco invita a considerare in modo nuovo lo studio della storia, cominciando da quella del cristianesimo e della Chiesa. Ed è un vero peccato perché il testo contiene importanti elementi innovativi.

Francesco al tavolo di lavoro

 Francesco al tavolo di lavoro

In primo luogo, il pontefice assicura che una «corretta sensibilità storica aiuta ciascuno di noi» a comprendere la realtà «per come essa è», evitando le «pericolose e disincarnate astrazioni» che conducono a considerarla «per come la si immagina o si vorrebbe che fosse». «Altrimenti – prosegue il papa – rimane solo la memoria personale dei fatti legati al proprio interesse o alle proprie emozioni, senza un vero collegamento con la comunità umana ed ecclesiale nella quale ci troviamo a vivere». Parole sante, verrebbe da dire, considerando il pulpito da cui provengono.

Il francese Marc Bloch (1886-1944), uno fra i maggiori storici del ventesimo secolo, forse colui che ha influito in maniera più duratura sul rinnovo metodologico della ricerca, ricordava che il cristianesimo è essenzialmente «una religione storica». I deisti, sostenitori di una visione razionalistica della divinità, fanno discendere la fede da un qualche istinto congenito in ogni uomo: per credere necessitano soltanto di un’illuminazione interiore. In altri termini, concepiscono l’esperienza religiosa prescindendo dalla storia.

Ai cristiani, invece, la faccenda si prospetta in forme assai più complesse e problematiche. I dogmi basilari della fede, infatti, «poggiano su avvenimenti». Lo stesso Bloch sollecitava a riflettere sul simbolo apostolico che si recita durante le celebrazioni eucaristiche: «Credo in Gesù Cristo […] che fu crocifisso sotto Ponzio Pilato […] e il terzo giorno risuscitò dai morti». «I cominciamenti della fede – asseriva – sono anche i suoi fondamenti». Parafrasando il famoso storico transalpino, la religione cristiana affonda le proprie radici nella storia ossia nell’annuncio della risurrezione di un uomo messo a morte dal procuratore romano della Giudea, ai tempi dell’imperatore Tiberio, e riconosciuto figlio di Dio. In buona sostanza, il cristianesimo non s’impernia su eventi e personaggi indefiniti, mitologici o epici, ma reali. Si spiega così la lunghissima tradizione storiografica del cattolicesimo, la quale rimonta perlomeno a Eusebio di Cesarea, vescovo, esegeta e apologista vissuto fra il terzo e il quarto secolo, un po’ sospetto per quanto concerne l’ortodossia della fede, ma autore di eruditi e pionieristici testi.

Malgrado tutto, nel corso del tempo, mutevolezze e discontinuità hanno caratterizzato il rapporto fra la Chiesa e la storia. Sino all’Ottocento, come osservava il domenicano Marie-Dominique Chenu (1895-1990), convinto propugnatore della necessità di adeguare l’insegnamento teologico alle esigenze della società contemporanea, la storia della Chiesa fu considerata alla stregua di un mero repertorio a cui i pastori d’anime attingevano enunciazioni e norme bell’e pronte, adattandole ai casi concreti che si trovavano ad affrontare. La storia, insomma, era ritenuta una sorta d’immensa raccolta di exempla o modelli, utili in ogni circostanza per trarre insegnamenti soprattutto morali. Allignava, inoltre, una diffidenza di fondo verso il metodo storico nel timore che, emergendo contraddittorietà e incoerenze nelle vicende del cristianesimo, per tacere delle turpitudini e dei compromessi col potere, si finisse per ridurre la fede a un’invenzione umana.

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: L'atto di fondazione dell'abbazia de lla Novalesa risale 30 gennaio 726; è il più antico documento conservato dall'Archivio di Stato di Torino

Il Concilio Vaticano II (1962-1965) dischiuse nuovi orizzonti alle ricerche. Per assolvere il suo compito – puntualizzò sic et simpliciter il tedesco Hubert Jedin (1900-1980), dalla cui penna sono scaturite monumentali opere – «la storia della Chiesa si serve del metodo storico» e «non soggiace a limitazione alcuna causata dalla realtà stessa», nonostante le possibili tensioni tra la fede o i suoi presupposti, da una parte, e «i dati scientifici, reali o soltanto apparentemente sicuri», dall’altra.

Ora Francesco è intervenuto perché «la realtà, passata o presente, non […] può essere ridotta a ingenue e pericolose semplificazioni» mediante «memorie, spesso false, artificiali e anche menzognere», le quali dilagano non soltanto nel web, grazie a «un’assenza di storia e di coscienza storica nella società civile». Il papa mette in guardia contro la sempre più diffusa pretesa d’ignorare e cancellare il passato per «costruire tutto a partire da zero», in nome di una malintesa «libertà umana». E argomenta che «restano in piedi unicamente il bisogno di consumare senza limiti e l’accentuarsi di molte forme di individualismo senza contenuti». Ormai, purtroppo, si tende a vivere e agire in una sorta di presente senza passato del quale approfittano talune ideologie per indurre a respingere «la ricchezza spirituale e umana» pervenutaci «attraverso le generazioni», imponendo «oculatamente e occultamente […] memorie ad hoc, memorie identitarie e memorie escludenti». La conoscenza della storia può costituire un utile antidoto al fine di «fronteggiare questo mortale regime dell’odio che poggia sull’ignoranza e sui pregiudizi».

La lettera di Francesco termina con un’autocitazione dal discorso tenuto nella piazza San Domenico, a Bologna, il 1° ottobre 2017, davanti al rettore, ai docenti e agli universitari. Modelli effimeri e mediocri di vita «spingono a perseguire il successo a basso costo, screditando il sacrificio, inculcando l’idea che lo studio non serve se non dà subito qualcosa di concreto»: «no, lo studio serve a porsi domande, a non farsi anestetizzare dalla banalità, a cercare senso nella vita. È da rivendicare il diritto a non far prevalere le tante sirene che oggi distolgono da questa ricerca».

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