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Lo Stiletto di Clio
29 Novembre 2024 - 10:05
Papa Francesco
«Eludere la storia» è «una forma di cecità che ci spinge a […] sprecare energie per un mondo che non esiste, ponendoci falsi problemi e indirizzandoci verso soluzioni inadeguate». Diversamente, applicarsi con diligenza allo scopo di conoscere il passato aiuta a mantenere accesa la «fiamma della coscienza collettiva» e a «interpretare meglio la realtà».
La lettera risale allo scorso 21 novembre, memoria liturgica della presentazione di Maria al tempio, come si legge a piè di pagina, pertanto è abbastanza recente. Ma ciò non giustifica lo scarso interesse finora suscitato sia in Italia sia all’estero. Per noncuranza, albagia laicistica o snobismo irriguardoso? Chissà! Sta di fatto che soltanto i quotidiani cattolici, salvo «Il Corriere della Sera», hanno concesso un po’ di spazio al documento con cui Francesco invita a considerare in modo nuovo lo studio della storia, cominciando da quella del cristianesimo e della Chiesa. Ed è un vero peccato perché il testo contiene importanti elementi innovativi.

Francesco al tavolo di lavoro
In primo luogo, il pontefice assicura che una «corretta sensibilità storica aiuta ciascuno di noi» a comprendere la realtà «per come essa è», evitando le «pericolose e disincarnate astrazioni» che conducono a considerarla «per come la si immagina o si vorrebbe che fosse». «Altrimenti – prosegue il papa – rimane solo la memoria personale dei fatti legati al proprio interesse o alle proprie emozioni, senza un vero collegamento con la comunità umana ed ecclesiale nella quale ci troviamo a vivere». Parole sante, verrebbe da dire, considerando il pulpito da cui provengono.
Il francese Marc Bloch (1886-1944), uno fra i maggiori storici del ventesimo secolo, forse colui che ha influito in maniera più duratura sul rinnovo metodologico della ricerca, ricordava che il cristianesimo è essenzialmente «una religione storica». I deisti, sostenitori di una visione razionalistica della divinità, fanno discendere la fede da un qualche istinto congenito in ogni uomo: per credere necessitano soltanto di un’illuminazione interiore. In altri termini, concepiscono l’esperienza religiosa prescindendo dalla storia.
Ai cristiani, invece, la faccenda si prospetta in forme assai più complesse e problematiche. I dogmi basilari della fede, infatti, «poggiano su avvenimenti». Lo stesso Bloch sollecitava a riflettere sul simbolo apostolico che si recita durante le celebrazioni eucaristiche: «Credo in Gesù Cristo […] che fu crocifisso sotto Ponzio Pilato […] e il terzo giorno risuscitò dai morti». «I cominciamenti della fede – asseriva – sono anche i suoi fondamenti». Parafrasando il famoso storico transalpino, la religione cristiana affonda le proprie radici nella storia ossia nell’annuncio della risurrezione di un uomo messo a morte dal procuratore romano della Giudea, ai tempi dell’imperatore Tiberio, e riconosciuto figlio di Dio. In buona sostanza, il cristianesimo non s’impernia su eventi e personaggi indefiniti, mitologici o epici, ma reali. Si spiega così la lunghissima tradizione storiografica del cattolicesimo, la quale rimonta perlomeno a Eusebio di Cesarea, vescovo, esegeta e apologista vissuto fra il terzo e il quarto secolo, un po’ sospetto per quanto concerne l’ortodossia della fede, ma autore di eruditi e pionieristici testi.
Malgrado tutto, nel corso del tempo, mutevolezze e discontinuità hanno caratterizzato il rapporto fra la Chiesa e la storia. Sino all’Ottocento, come osservava il domenicano Marie-Dominique Chenu (1895-1990), convinto propugnatore della necessità di adeguare l’insegnamento teologico alle esigenze della società contemporanea, la storia della Chiesa fu considerata alla stregua di un mero repertorio a cui i pastori d’anime attingevano enunciazioni e norme bell’e pronte, adattandole ai casi concreti che si trovavano ad affrontare. La storia, insomma, era ritenuta una sorta d’immensa raccolta di exempla o modelli, utili in ogni circostanza per trarre insegnamenti soprattutto morali. Allignava, inoltre, una diffidenza di fondo verso il metodo storico nel timore che, emergendo contraddittorietà e incoerenze nelle vicende del cristianesimo, per tacere delle turpitudini e dei compromessi col potere, si finisse per ridurre la fede a un’invenzione umana.

: L'atto di fondazione dell'abbazia de lla Novalesa risale 30 gennaio 726; è il più antico documento conservato dall'Archivio di Stato di Torino
Il Concilio Vaticano II (1962-1965) dischiuse nuovi orizzonti alle ricerche. Per assolvere il suo compito – puntualizzò sic et simpliciter il tedesco Hubert Jedin (1900-1980), dalla cui penna sono scaturite monumentali opere – «la storia della Chiesa si serve del metodo storico» e «non soggiace a limitazione alcuna causata dalla realtà stessa», nonostante le possibili tensioni tra la fede o i suoi presupposti, da una parte, e «i dati scientifici, reali o soltanto apparentemente sicuri», dall’altra.
Ora Francesco è intervenuto perché «la realtà, passata o presente, non […] può essere ridotta a ingenue e pericolose semplificazioni» mediante «memorie, spesso false, artificiali e anche menzognere», le quali dilagano non soltanto nel web, grazie a «un’assenza di storia e di coscienza storica nella società civile». Il papa mette in guardia contro la sempre più diffusa pretesa d’ignorare e cancellare il passato per «costruire tutto a partire da zero», in nome di una malintesa «libertà umana». E argomenta che «restano in piedi unicamente il bisogno di consumare senza limiti e l’accentuarsi di molte forme di individualismo senza contenuti». Ormai, purtroppo, si tende a vivere e agire in una sorta di presente senza passato del quale approfittano talune ideologie per indurre a respingere «la ricchezza spirituale e umana» pervenutaci «attraverso le generazioni», imponendo «oculatamente e occultamente […] memorie ad hoc, memorie identitarie e memorie escludenti». La conoscenza della storia può costituire un utile antidoto al fine di «fronteggiare questo mortale regime dell’odio che poggia sull’ignoranza e sui pregiudizi».
La lettera di Francesco termina con un’autocitazione dal discorso tenuto nella piazza San Domenico, a Bologna, il 1° ottobre 2017, davanti al rettore, ai docenti e agli universitari. Modelli effimeri e mediocri di vita «spingono a perseguire il successo a basso costo, screditando il sacrificio, inculcando l’idea che lo studio non serve se non dà subito qualcosa di concreto»: «no, lo studio serve a porsi domande, a non farsi anestetizzare dalla banalità, a cercare senso nella vita. È da rivendicare il diritto a non far prevalere le tante sirene che oggi distolgono da questa ricerca».
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