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Lo stiletto di Clio
01 Ottobre 2024 - 07:00
Presunta penna esplosiva della Seconda Guerra Mondiale
Se ne parlava insistentemente sino a una trentina circa di anni or sono. La questione torna d’attualità dopo il diabolico piano culminato, in Libano, con l’esplosione di walkie-talkie e altri apparecchi riceventi tascabili. A Settimo Torinese, durante la seconda guerra mondiale, si sono fabbricate penne deflagranti su commissione dei nazisti?
Occorre premettere che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando buona parte della penisola italiana fu occupata dai tedeschi, le non poche aziendine locali che producevano articoli per la scrittura passarono a lavorare quasi esclusivamente per gli invasori, i quali pagavano assai bene.
Le richieste erano così numerose che si stentava a soddisfarle nei tempi previsti. A Milano, più frequentemente a Saronno, nel Varesotto, avevano luogo le consegne della merce, subito spedita per ferrovia nelle grandi città del Reich (Berlino, Monaco, Dresda, Colonia, Brema, ecc.), per altro martoriate dalle incursioni aeree degli angloamericani.

Manifesto di propaganda fascista che accusa gli americani di spargere penne esplosive. Il suo auto re e il famoso Gino Boccasile
Il fatto che i tedeschi acquistassero anche stilografiche incomplete contribuì, assai verosimilmente, a diffondere la voce secondo cui le penne di Settimo venivano trasformate in micidiali ordigni. Ancora sul finire del secolo scorso, pur non disponendo né di prove né d’indizi, molti si richiamavano a tale diceria per spiegare il grande commercio di stilografiche che faceva capo, in quegli anni, agli occupanti.
Com’è noto, sin dall’inizio della guerra, la propaganda delle nazioni belligeranti si richiamò ripetutamente alle penne esplosive – ma anche ai giocattoli, agli astucci e alle scatole portasigarette – per screditare il nemico. Già nel 1940, durante la battaglia d’Inghilterra, i sudditi di sua maestà britannica fantasticavano di false scatole per dolciumi e bottiglie di whisky che contenevano veleni o piccole cariche deflagranti: secondo la voce popolare, gli aerei tedeschi le lasciavano cadere dal cielo per seminare il panico.
Alcune testimonianze paiono attestare l’effettivo ricorso a ordigni del genere in particolarissime circostanze. È il caso dei famosi «novecento giorni» dell’assedio tedesco di Leningrado: dal cielo, oltre a sacchi di rubli falsi e volantini di propaganda, sarebbero piovuti giocattoli e penne che esplodevano non appena toccati con le mani.
Per quanto riguarda le stilografiche di Settimo, nulla induce a ritenere che i tedeschi le trasformassero per utilizzarle a fini terroristici.
Tuttavia la popolazione era propensa a prestare fede a certe storie poiché la propaganda fascista continuava a mettere in guardia contro simili ordigni.
Ad esempio, nella primavera del 1943, dopo il raid americano su Grosseto con ordigni a frammentazione e a grappolo (la cosiddetta strage di Pasquetta), gli organi d’informazione sostennero che gli aeroplani avevano sganciato oggetti che attiravano la curiosità dei bambini e scoppiavano all’improvviso. In quella circostanza, da parte del Minculpop, il ministero della Cultura popolare, fu imposto alla stampa di «sviluppare vivacemente la polemica sul criminale mitragliamento di donne e bambini […] e sull’impiego di penne e matite esplosive».
Significativa è pure la seguente nota inviata dallo stesso ministero ai direttori dei quotidiani: «La polemica contro la criminalità dei piloti angloamericani, assassini di donne e bambini, non ha sufficiente mordente. Sviluppare i concetti di barbarie, gangsterismo, vigliaccheria. Evitare il tono pietistico. Non accennare per ora a rappresaglie. La pubblicazione di una fotografia circa il bambino ferito dalla penna stilografica è obbligatoria per domani e dopodomani».
Il medico Giulio Bedeschi (1915-1990), conosciuto per il suo romanzo autobiografico «Centomila gavette di ghiaccio», riferì di due bambini siciliani a cui esplose in mano, nel giugno 1944, un oggetto dorato che assomigliava a una stilografica: uno dei due perse la vista. Un altro caso, sempre riferito da Bedeschi, avvenne l’anno dopo a Trieste: armeggiando con un oggetto che sembrava una penna o una matita o «qualcosa del genere», un ragazzino vi rimise tre dita.
Emblematiche di un diffuso stato di inquietudine sono le osservazioni del sanmaurese Bruno Olivero che pubblicò, nel 1989, un libro di ricordi: «Noi bambini, ancora per molti anni dopo la fine del conflitto, ci guardavamo bene dal raccogliere da terra le penne, poiché ci era stato detto che, oltre a sganciare bombe, i bombardieri seminavano anche matite esplosive».
Come tutti gli italiani, dunque, gli abitanti di Settimo Torinese avevano buone ragioni per credere alle voci che parlavano con insistenza di ordigni camuffati di produzione locale. Da lì a pensare che proprio le penne da loro fabbricate in grande quantità, su commissione dei tedeschi, trovassero impieghi speciali, il passo è breve. Ma le dicerie non hanno mai trovato conferme.
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