AGGIORNAMENTI
Cerca
Lo stiletto di Clio
24 Giugno 2024 - 17:32
In foto Elio Marcuzzo (a sinistra) sul set di <<Ossessi one>> con Massimo Girotti e Luchino Visconti
Da qualche tempo, in Italia, nei variopinti e dissacranti cortei dei Gay pride, fra ambigui ammiccamenti e gesti blasfemi, si esibiscono cartelli e si scandiscono slogan che accostano la Resistenza alla fluidità sessuale. «Partigian∂ d’amore e di lotta» proclamava «urbi et orbi» lo striscione dietro al quale uno sparuto manipolo di baldi giovanotti ha sfilato a Torino, lo scorso sabato 15 giugno, salutando col pugno chiuso.
Com’è noto, secondo alcuni minoritari ma chiassosi gruppi, la ∂ (schwa) al posto delle normali desinenze sarebbe un segno inclusivo per evitare le discriminazioni di genere e comprendere le persone che non si sentono rappresentate né dal maschile né dal femminile. Talvolta i cortei sono aperti da sedicenti Brigate arcobaleno con un anzianissimo partigiano. Per esemplificare, in prima fila, a Roma, nell’ormai lontano 2018, vi era la battagliera Tina Costa, novantatreenne, staffetta durante la Resistenza, comunista dura e pura, sindacalista della Cgil e vicepresidente vicaria dell’Anpi di quella provincia, la quale morirà l’anno dopo.
Poiché il presente è sempre figlio del passato e prelude all’avvenire, tutto ciò lascerebbe intendere che vi furono partigiani «un po’ fri fri», come avrebbe detto il mitico commissario Auricchio, alias Lino Banfi. In termini differenti, volendo rifarsi a una ben più alta autorità religiosa e morale, tra i resistenti sarebbe allignata la frociaggine. Ma è davvero così?

IN foto Roma, Gay Pride 2018, la Brigata arcobaleno con l’immancabile partigiano
Durante la guerra di liberazione, in tutti i paesi occupati dai tedeschi, particolarmente in Francia, l’invertito – per ricorrere al crudo linguaggio dell’epoca – assurse ad archetipo junghiano o immagine collettiva più o meno inconscia del collaborazionista. Gli studiosi della Resistenza sono soliti rifarsi a un testo che il filosofo e letterato Jean-Paul Sartre (1905-1980) pubblicò nel settembre 1945, sostenendo che l’omosessualità costituiva un fertilissimo terreno sociale e psicologico per la diffusione del collaborazionismo.
Chi è il collaborazionista che affiancava i nazisti nelle loro peggiori prodezze? In primo luogo, stando al padre dell’esistenzialismo francese, era un uomo che viveva ai margini del consorzio civile, rassegnato e indolente, incapace di qualsivoglia integrazione. La sua passività era di natura storica e sessuale. Chi favoriva gli invasori, a Vichy come a Salò, cercava nella storia la giustificazione della propria incapacità di agire e di partecipare alla Resistenza, rischiando la vita. Egli si piegava volentieri agli occupanti, pur essendo consapevole che le sorti del nazifascismo erano ineluttabilmente segnate. Nella sottomissione del collaborazionista, Sartre scorgeva pure una nota di effeminatezza. Sostenendo e aiutando gli invasori, ci si dichiarava deboli e si cedeva remissivamente a un potere virile, adattandovisi con «le armi del debole, della donna». «Si potrebbe parlare – afferma Sartre – di una strana combinazione di masochismo e omosessualità».
«La morte nell’anima» (1949), terza e ultima parte della trilogia «I cammini della libertà», consentirà al filosofo di dare corpo a questi concetti. Daniel, il personaggio omosessuale del romanzo, simbolo della cattiva coscienza, percorre le strade di Parigi nel giugno 1940, quando le truppe del Terzo Reich irrompono in città, e s’inebria alla vista dei soldati tedeschi, gagliardi e aitanti. «Si rimpinzò di quei capelli biondi, di quei visi abbronzati nei quali gli occhi sembravano laghi glaciali, di quelle vite strette, di quelle cosce incredibilmente lunghe e muscolose». La figura di Daniel segnerà l’immaginario della Francia postbellica in maniera duratura.
Non è affatto un caso, per gettare uno sguardo alla cinematografia italiana, che una delle prime e rare rappresentazioni saffiche si trovi nel film drammatico «Roma città aperta» (1945) di Roberto Rossellini. Allo scopo di ottenere una dose di droga, Marina tradisce il fidanzato, Giorgio Manfredi, un uomo di spicco della Resistenza, e lo denuncia a Ingrid, un’agente della Gestapo, da cui è sessualmente attratta. Manfredi sarà catturato insieme a don Pietro, il parroco che aiuta i perseguitati politici, e morirà a causa delle torture, mentre il sacerdote sarà fucilato. Non bisogna dimenticare che la pellicola fu la prima di un ciclo sulla guerra antifascista (seguiranno «Paisà» nel 1946 e «Germania anno zero» nel 1948), in contrapposizione alla trilogia dello stesso regista sulla guerra fascista («La nave bianca», «Un pilota ritorna» e «L’uomo della croce», 1941-1943).
L’omosessualità, a dirla giusta, era più confacente al collaborazionismo fascista che alla Resistenza. Per decenni, del resto, la sinistra socialista e comunista ritenne che la pederastia – un altro termine in uso all’epoca – fosse un vizio decadente, un inequivocabile segno della degenerazione borghese di cui il capitalismo si avvaleva per puntellare una società iniqua, fondata sullo sfruttamento delle classi lavoratrici. Ne erano ben convinti, fra gli altri, negli anni a cavallo della Grande guerra, i giovani rivoluzionari del Borgo San Paolo di Torino, fra cui Rita Montagnana, la futura moglie di Palmiro Togliatti, e Teresa Noce, che poi sposerà Luigi Longo, comandante generale delle brigate Garibaldi (le quali dipendevano dal Partito comunista italiano) e vicecomandante del Cvl, il Corpo volontari della libertà.
L’omosessualità, ma anche la fluidità di genere, si addiceva bene a un intellettuale come Gabriele D’Annunzio (1863-1938) che non era certamente stimato né elogiato dai partigiani. A Settimo Torinese, fra i primissimi provvedimenti assunti dalla giunta del Cln all’indomani della Liberazione, il 22 maggio 1945, vi fu quello di cancellarne il nome dalla toponomastica stradale: gli si preferì Lodovico Antonio Muratori (1672-1750, prete integerrimo e padre della moderna storiografia italiana.
A Fiume occupata dai legionari del Vate nel settembre 1919, la sodomia era una pratica diffusa, associata dall’opinione pubblica a deprecabili devianze (la sfrenatezza e l’esibizionismo sessuale, l’amore di gruppo, la cocaina, i baccanali di varia natura e così via), in spregio all’ordine costituito, alla religione e alla famiglia. Lo scrittore trevigiano Giovanni Comisso (1895-1969), omosessuale, disertò dall’esercito per unirsi agli uomini di D’Annunzio e dare libero sfogo al suo edonismo eccentrico. Egli riferisce di quando il Comandante, che non era omosessuale, vedendo passeggiare gli arditi mano nella mano, esclamò compiaciuto: «Guardate i miei soldati, se ne vanno a coppie, come la legione tebana!».
Durante la Resistenza, poiché si riteneva che i pederasti fossero potenzialmente ricattabili dai fascisti, tutti i comandi partigiani, da quelli comunisti e socialisti a quelli monarchici e democristiani, si mostrarono più che diffidenti nei loro confronti. Dalle bande erano per lo più allontanati, talvolta in modo tacito, talaltra con ignominia e infamia. In qualche caso, temendosi le denunce e non disponendo di carceri, si fece ricorso al plotone di esecuzione.
Il tema è chiaramente complesso. Generalizzare ossia attribuire specifici comportamenti a un più ampio universo espone a nefasti abbagli. Lo scrittore tedesco Klaus Mann (1906-1949), omosessuale dichiarato e antifascista, figlio del più famoso Thomas Mann, mise in guardia dal rischio di consolidare vecchi stigmi. «Stiamo per fare dell’omosessuale – scrisse nel 1934 – l’ebreo degli antifascisti».

In foto Ingrid, agente della Gestapo, e Marina nel fil «Roma città aperta» di Rossellini
Per quanto concerne le unità partigiane più numerose ossia le brigate Garibaldi, imprescindibile appariva allora il richiamo all’Unione Sovietica. Il mito dell’Urss e di Stalin, il capo carismatico che aveva retto l’urto delle invincibili armate tedesche, sbaragliandole a Stalingrado, galvanizzava gli animi. Nella patria del socialismo, l’omosessualità era ritenuta una minaccia politica e costituiva, pertanto, un gravissimo reato. Ai pederasti, equiparati ai controrivoluzionari, si applicava l’articolo 121 del Codice penale che prevedeva la reclusione sino a cinque anni e i lavori forzati (leggasi gulag). Per coloro che ricorrevano alle minacce o alla violenza oppure traevano vantaggio dalla posizione subalterna della vittima o circuivano i minorenni, gli anni di carcere salivano a otto.
Sin dagli anni Venti, retate e arresti di massa sconquassarono gli ambienti omosessuali, specie a Mosca, Leningrado, Odessa e Charkiv: gli agenti dell’Nkvd (il Commissariato del popolo per gli affari interni) si misero d’impegno a stanare i pederasti sia nei ranghi dell’esercito e della marina sia nei circoli degli artisti dove le autorità ritenevano che si annidassero i potenziali corruttori della classe operaia.
A guerra finita, nel novembre 1945, «Rinascita», il mensile politico-culturale del Partito comunista italiano, pubblicherà un significativo articolo sulla «moralità sovietica». Il suo autore, nientemeno che Michail Ivanovič Kalinin, il presidente del Presidium del Soviet supremo, spiegherà che la morale del Partito comunista, «il partito di Lenin e di Stalin», era «la morale del […] popolo»: «essa dà allo Stato sovietico la sua straordinaria forza di resistenza contro gli aggressori», ispirando «i lavoratori nei campi e nelle officine». «È questa morale – argomenterà Kalinin – che trasforma l’eroismo individuale nel combattimento, nell’eroismo di massa di uomini». Le brigate Garibaldi, insomma, non sapevano che farsene dei pederasti.
Di recente ha suscitato scalpore l’agghiacciante vicenda del trevigiano Elio Marcuzzo, un giovane attore a cui Luchino Visconti, nel 1942, aveva affidato, in «Ossessione», il film che aprirà la strada al neorealismo, la parte di un equivoco venditore ambulante. La storia sarà fatta conoscere da Giampaolo Pansa nel suo discusso «I gendarmi della memoria» (2007). Dopo la fine della guerra, ingiustamente accusato di collaborazionismo, Marcuzzo fu rapito e ucciso assieme al fratello Armando da partigiani comunisti agli ordini di Gino Simionato (Falco). Intervistato nel 1998 dal critico cinematografico Tatti Sanguineti, Pietro Ingrao (1915-2015) parlò di «un terribile equivoco» e di «una storia […] amarissima e triste» poiché «Elio condivideva le nostre speranze e il nostro odio per il fascismo». Nel 2015, in concomitanza con la festa del 25 aprile, Flavio Romani, il presidente nazionale dell’Arcigay, chiese all’Anpi di riabilitare pubblicamente Marcuzzo, asserendo che fu ammazzato perché omosessuale.
Ce n’è a sufficienza per ritenere che la pederastia, fra i partigiani, fosse né più né meno diffusa che in altre comunità a forte prevalenza maschile, dai collegi alle caserme, dai circoli sportivi ai seminari. In buona sostanza, si trattò di un fenomeno marginalissimo. Serve a poco richiamarsi ai «femminielli», i maschi travestiti da donna e profondamente integrati nel tessuto sociale dei vicoli di Napoli, a cui il popolino attribuiva la capacità di portare fortuna. Durante le famose Quattro giornate, fra il 27 e il 30 settembre 1943, alcune decine di loro scesero in strada per concorrere a cacciare i tedeschi del colonnello Walter Scholl. Però il contributo dei «femminielli» fu decisamente modesto: non va disprezzato né svilito, ma neppure magnificato oltre ogni evidenza storica.
In definitiva, parlare di Brigate arcobaleno, alludendo implicitamente alle formazioni della Resistenza, è un palese anacronismo e un controsenso. Non sono mai esistiti partigiani che si batterono in quanto omosessuali contro i tedeschi e i loro alleati fascisti. O, più verosimilmente, i casi sembrano contarsi sulle dita di una mano. Coloro che lasciano intendere il contrario in maniera ambigua e ingannevole sono mossi dalla volontà di piegare la storia alle esigenze politiche del presente, un vizio assai diffuso in questi nostri tempi scombinati e nebulosi. A rimetterci è innanzi tutto la Resistenza.
Edicola digitale
I più letti
Ultimi Video
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.