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08 Maggio 2024 - 18:50
Il caso del "Decapitato di Pinerolo" - L'omicidio Mazzoni
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Jacopo del Casentino è un pittore del XIV secolo autore di moltissime opere d’ispirazione religiosa. Attivo soprattutto a Firenze entro la prima metà del secolo, è noto per aver lasciato in eredità al capoluogo toscano il cosiddetto “Trittico Cagnola” un quadro tempera e oro su tavola esposto agli Uffizi.
Un suo trittico meno famoso, intorno al 1970, finisce nelle mani di un uomo soprannominato “L’imperatore” o anche “Il re degli antiquari”. Le cronache dell’epoca lo definiscono il più grande mercante d’arte d’Italia: Pietro Accorsi. Quando muore, nel 1982, lascia un patrimonio di circa 100 miliardi di lire d’allora tra tele, arazzi, sculture, arredi e libri. Tra questi, tuttavia, non figura il trittico del Casentino perché, nel 1979, è stato rubato.

Il "trittico" rubato
Accorsi sa chi è il ladro, ne è amico e forse è per questo motivo che non denuncia né la scomparsa né il colpevole. È costretto ad ammetterne la sparizione nel giugno 1980. I carabinieri si presentano a casa sua con una foto del dipinto, reperita in una villa di Bricherasio, chiedendogli se lo conoscesse. L’antiquario “confessa” ma neanche stavolta accusa il rapinatore anche perché sarebbe totalmente inutile. I gendarmi gli danno la notizia proprio in quell’occasione: Mario Gabriele Mazzoni, l’amico di Accorsi, è morto circa un mese prima. Qualcuno lo ha ammazzato.
Mercoledì 7 maggio 1980.
A pagina 14 de “La Stampa” compare un titolo da film dell’orrore: “Trovato a Pinerolo cadavere senza testa, mani e piedi bruciati, sei colpi nel petto”. A fare la scoperta è un gruppo di netturbini che rinviene il corpo sul ciglio della strada avvolto da due coperte e da un sacco a pelo. La salma appartiene a un uomo tra i 20 e i 40 anni e la perizia sembra indicare un regolamento di conti di stampo mafioso. La decapitazione risulta “un lavoro pulito, da esperti, quasi come se fosse stata usata una sega circolare” e mani e piedi sono stati bruciati “per impedire l’eventuale riconoscimento tramite impronte” con l’utilizzo di “liquidi particolarmente infiammabili che hanno tenuto a lungo vivo l’incendio con una certa tecnica criminale”.

A dare un nome al morto ci pensa la testimonianza di Antonio Merlo. Questi vive a Bricherasio in un’abitazione di fronte a un palazzotto del ‘700 circondato da un alto muro di cinta e adornato da diverse statue, Villa Bonansea. Di proprietà di due fratelli emigrati in Argentina, la magione, in quel momento in ristrutturazione, è gestita da un loro lontano parente, Mario Gabriele Mazzoni, detto Marco.
La sera del 5 maggio, intorno alle 22, Merlo nota del fumo molto denso e dall’odore particolarmente sgradevole uscire dalla canna fumaria dalla villa. Allarmato va a bussare ma ad aprire non si presenta l’affidatario (che il vicino conosce) ma un giovane alto e magro che riferisce che ha acceso il camino “per scaldare l’ambiente”. Il giorno dopo il capo di Mazzoni (che lavora per una filiale dell’Alitalia di via Lagrange a Torino) ne denuncia la scomparsa e l’auto dello stesso viene trovata nel cortile di Villa Bonansea aperta e con sopra un bigliettino che ne annuncia la partenza per un viaggio per l’Africa. Gli indizi sono sufficienti a convocare le sorelle del presunto proprietario di quel corpo dalla testa mozzata. Il riconoscimento in obitorio da esito positivo: è Marco.

Mario Gabriele Mazzoni
39 anni, Mazzoni, dichiaratamente gay, abita da circa un anno in una elegante mansarda di corso Regina 23 insieme a un ex olimpionico della squadra tunisina di boxe di nome Mohamed Ben Amor Ferchichi. I due si conoscono in Tunisia dove l’impiegato è in viaggio di lavoro. A Mazzoni quel ventitreenne così atletico piace da morire ma gli fa anche pena. Lo raccoglie per strada che è senza un soldo, lo porta a Torino, gli fa ottenere il permesso di soggiorno e lo iscrive a una scuola da acconciatore per capelli. La loro storia si consuma tra la città e i weekend a Bricherasio dove tutti conoscono la coppia che, nonostante i tempi, vive il proprio amore in piena libertà.

Mohamed Ben Amor Ferchichi
Gli inquirenti si convincono che il colpevole sia proprio Ferchichi. Testimoni lo hanno visto giungere alla villa insieme alla vittima la sera dell’omicidio e, il giorno dopo, il capomastro addetto alla ristrutturazione lo ha notato arrivare con spazzole, detergenti e deodoranti. Nonostante il tentativo di far sparire tutte le tracce, lembi di pelle degli arti di Mazzoni spuntano nel camino vicino al quale vengono repertate due taniche vuote che contenevano kerosene.
Il movente sarebbe nella vita privata dei due e l’omicidio si sarebbe consumato all’apice di un furioso litigio. L’omosessualità di Mohamed, dopo qualche mese di relazione, si sarebbe rivelata se non fasulla quantomeno ambigua. L’ex pugile, che già si era già visto negare dall’amante un finanziamento per aprire un negozio da parrucchiere, avrebbe confessato a Mazzoni di avere una storia con una donna con cui presto sarebbe andato ad abitare. A questo si aggiunge che Ferchichi sembra fosse perfettamente a conoscenza del fatto che il partner avesse rubato il Casentino ad Accorsi e che, come “buonauscita” avesse preteso parte dei 100 milioni di lire che lo stesso avrebbe guadagnato piazzandolo a un ricettatore. Da par suo il tunisino si complica la vita cambiando versione sull’accaduto molte volte. Prima riferisce che il compagno sarebbe rimasto vittima di spacciatori coi quali era coinvolto in un traffico internazionale di droga, poi che il giorno della tragedia sarebbe stato da tutta altra parte e infine che si trovava effettivamente nella villa ma che a uccidere Marco sarebbe stato un terzo uomo dopo averlo legato e rinchiuso in un’altra stanza.
Per i carabinieri, invece, i due avrebbero litigato e Mohamed avrebbe trafitto il petto della vittima sei volte con un attizzatoio del camino. Gli avrebbe poi tagliato la testa e avrebbe tentato di dare fuoco al cadavere, rinunciando all’impresa dopo l’intervento del vicino di casa. A processo, nel 1982, le attenuanti generiche varranno a Ferchichi una pena di 21 anni. Questa sentenza, tuttavia, lascia aperta un mare di interrogativi. Chi era il ragazzo (che i giudici stabiliranno non essere il condannato) ad aver aperto al signor Merlo? Perché decapitarlo se l’idea era di cremare il corpo con il kerosene? Dove sono finite la testa del povero Mazzoni e l’arma del delitto? C’entra davvero qualcosa il furto del quadro di Jacopo del Casentino?
Domande che, allo stato attuale, sono rimaste senza risposta.
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