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24 Aprile 2024 - 17:28
A rischio 125 posti di lavoro
Ore 14 di questo mercoledì di aprile di sole, freddo come una giornata di gennaio. I lavoratori del primo turno iniziano ad uscire dai cancelli della multinazionale francese leader nel settore sportivo. Quelli del secondo sono dentro dalle 12. Qui si lavora dalle 6 alle 20, non di notte e i turni sono condensati in queste 14 ore lavorative.
Ieri hanno saputo che il polo Decathlon di Brandizzo per cui lavorano, tra un anno chiuderà.
Dei 125 lavoratori assunti, la maggior parte sono ragazzi giovani a cui quel contratto par-time da circa 900 euro al mese serve per gettare le basi del proprio futuro. C'è chi lavora per terminare gli studi. Chi per coltivare un sogno. E chi per crearsi una famiglia. Ma tra loro c'è anche chi ha qualche anno in più, una famiglia ce l'ha già e con quello stipendio manda avanti la casa, paga un mutuo, fa studiare i figli.
La notizia della chiusura del polo logistico di Brandizzo l'hanno ricevuta ieri nel corso di un'assemblea aziendale: "Sì, ma non è stato proprio un fulmine a ciel sereno. Che le cose non andassero poi così bene si sapeva. Non credevamo, però, che si sarebbe arrivati proprio alla chiusura" racconta Paolo, 31 anni.
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No, nessuno credeva che questo polo di eccellenza inaugurato nel 2016 potesse chiudere definitivamente dopo appena nove anni. Invece ieri è stato detto chiaramente: la fine delle attività sarà a marzo 2025, il 31 per l'esattezza.
"Lavoro in magazzino - ci racconta Alessia, 27 anni, mentre, con le scarpe antinfortunistiche ai piedi e il rossetto rosso sulle labbra, esce dallo stabilimento -. Sono stata assunta nel 2018. Questo polo era operativo da appena due anni. Devo ammettere che su questo lavoro avevo fondato delle aspettative".
Anche lei conferma che già da un po' si parlava di cambiamenti: "Più che altro si parlava in generale di Decathlon Italia, non di Brandizzo in particolare. La chiusura di questo polo era la più remota delle possibilità. Invece... E' vero, era una delle opzioni, ma non ce l'aspettavamo proprio".
Per quanto riguarda il futuro c'è preoccupazione: "Aspettiamo delle risposte - dice Laura, 29 anni -. Ad oggi neppure i capi sanno dirci cosa ne sarà di noi. Ci rassicurano dicendoci che Decathlon è un'azienda grande, che ha tante sedi. Parlano di ricollocamento. Ma quelle che vorremmo noi sono delle risposte ufficiali".
In questa vertenza non si sentono abbandonati: "I sindacati sono molto presenti. Erano intervenuti già prima che ci venisse comunicata questa decisione. sono previsti nei prossimi giorni degli incontri sindacali sia con noi lavoratori che con l'azienda".
Si prevedono scioperi e agitazioni nei prossimi giorni, ma nulla è ancora stato stabilito.
"Ci hanno detto che ci proteggeranno - racconta Alessandro, 30 anni -. Delle garanzie, a parole, ce le stanno dando. Ma è quello che dicono loro. Io ho già lavorato per una multinazionale e alla fine posso dire che noi siamo solo dei numeri. Quando il lavoro finisce non ci resta che rimboccarsi le maniche".
Sono ragazzi disincantanti, figli del precariato. E' una generazione che al posto fisso non crede più. Guardarsi intorno alla ricerca del prossimo lavoro per loro è la triste normalità.
Luca, 28 anni, allarga le braccia: "Per otto anni ho fatto lo stewart per importanti compagnie aeree - racconta -. Il mio sogno, però era quello di diventare un pilota di aerei. Così ho deciso di mettermi a studiare per prendere i brevetti di volo. Questo lavoro mi serviva per pagarmi i debiti fatti per permettermi i corsi. Ma se finisce, pazienza, ne cercherò un altro".
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Il clima, per ora, in azienda è sereno: "Essendo tutti ragazzi giovani, siamo tutti con altri percorsi già avviati - racconta Serena 26 anni -. La maggior parte di noi studia in Università. Questo, per molti, è un lavoretto come un altro. E' un po' la strategia delle multinazionali quella di assumere ragazzi giovani destinati già a fare altro nella vita. Quello che devo riconoscere è che qui, al Decathlon, c'è un bell'ambiente di lavoro. Non riceviamo pressioni dai nostri capi, anzi. Veniamo trattati benissimo".
"La notizia ha travolto più i nostri capi che noi lavoratori - spiega Guido, 25 anni -. Li abbiamo visti con "la faccia a terra" come si dice dalle mie parti. Non se l'aspettavano neanche loro. Il problema sarà più che altro loro perché più sei in alto e più è difficile ricollocarti".
Sergio lavora qui dal 2022 e qualche sentore di crisi l'aveva avuto: "Quando sono stato assunto, due anni fa, la chiusura era alle 22. Poi è stato ridotto l'orario alle 20. La notizia della chiusura non è stato affatto un fulmine a ciel sereno. Le avvisaglie c'erano anche se fino alla fine ci abbiamo sperato. Non volevamo crederci, certo, ma pazienza, riprenderemo da un'altra parte. Succede...".
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