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22 Aprile 2024 - 14:36
Mele
Il melo (Malus communis della famiglia delle Rosacee) è un albero che porta con sé tutta la storia dell’umanità, e quando si ha la possibilità di ammirarlo, in particolare all’epoca della sua splendida fioritura o nell’abbondanza dei suoi frutti maturi, non si può rimanere indifferenti alla grande magia che questa pianta riesce a comunicarci.
L’albero delle mele ci porta infatti all’origine dell’umanità quando, secondo la Bibbia, Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre mangiarono il frutto proibito con le conseguenze che tutti sappiamo (anche se, per la verità storica, è solo a partire dal V secolo d.C. che si individua la mela come il frutto proibito che la tradizione orientale identificava invece nel fico).
La mela, nella mitologia (dove è considerato il frutto simbolico della conoscenza salvifica che conduce all’immortalità) e nella tradizione popolare, è stata quasi sempre associata alla fertilità femminile, alla seduzione ed al peccato, all’amore ed alla discordia, ma anche alla salute (basti ricordare il famoso proverbio «una mela al giorno toglie il medico di torno»).
Nella mitologia greca Gaia, la madre terra, regalò a Zeus ed Hera, nel giorno del loro matrimonio, un albero carico di mele d’oro che venne collocato nel giardino delle Esperidi e vigilato dal serpente Ladon. Le mele d’oro di quell’albero divennero poi il centro di tante famose storie d’amore, di tentazione e di corruzione: come non ricordare la mela d’oro che Paride dovrà assegnare come premio alla più bella delle dee (Venere) e che sarà poi la causa della guerra di Troia?
La mela poi, per la sua rotondità, ha ispirato il simbolo del globo terrestre e della sovranità, tanto che l’imperatore romano Caracalla si fece effigiare con una mela d’oro. A volte sulla mela d’oro veniva aggiunta la Vittoria alata a simboleggiare il potere assoluto.
Tra la storia ed il folclore come non ricordare la mela che Guglielmo Tell colpisce sulla testa del figlio o quella che cade sulla testa di Newton? Nelle favole abbiamo, tra le tante, la mela di Biancaneve, dove si evidenzia il passaggio dalla pubertà alla maturità femminile; nei libri, e citiamo solo i Promessi Sposi, importanti sono le mele che Renzo Tramaglino mangia fuggendo da Milano; nei quadri la mela è uno dei frutti principali che appare in tutte le nature morte, e famoso è il canestro di frutta di Caravaggio. Ci sembra infine interessante citare il Cantico dei Cantici nell’Antico testamento, che recita tra l’altro, «egli mi rifocilla con torte e mi ristora con mele, cosicché io sono ammalata d’amor», od il Corano, codificato dal califfo Utman nel 650 d.C., che eleva la mela a «sublime dono di Dio», o l’affermazione pronunciata da Martin Lutero «se domani dovesse arrivare la fine del mondo pianterei oggi il mio piccolo melo».
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La comparsa degli alberi di mele, che si ritengono originari del continente Euro-Asiatico, si fa risalire al Neolitico: pare che nomadi che vivevano lungo l’Eufrate conoscessero quest’albero già 8000 anni a.C.; spedizioni archeologiche hanno rinvenuto resti di albero di melo a Gerico, che hanno fatto risalire ad almeno 6500 anni a.C.; altre scoperte sono state fatte successivamente in Cina, dove si presume conoscessero l’albero da almeno 5000 anni a.C., in Iran (fin dal 2500 a.C.), in Mesopotamia (dal 1500 a.C.) e via via nel corso dei secoli, con ritrovamenti sempre più numerosi e più databili con certezza.
Per quanto riguarda l’Italia sembra che gli Etruschi coltivassero già meli dal 700 a.C. e la coltura delle mele, che i Romani appresero proprio dagli Etruschi, era ben conosciuta nell’antica Roma, tanto che Plinio il Vecchio nel I secolo d.C. descrisse trentasei tipi di mele; le varietà allora più coltivate erano l’appio (in onore di Appio Claudio), la decio e l’orcola, che troviamo raffigurata negli affreschi di Pompei.
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Non è quindi una sorpresa che il melo sia una delle piante da frutta più antiche del Canavese (unitamente alla vite, al ciliegio, al castagno ed alle numerose varietà di prugni selvatici), anche se non abbiamo notizie certe sulla sua origine: secondo alcuni esistevano già da tempi remoti piante di melo autoctone (e certamente non confrontabili con le qualità che oggi conosciamo), mentre secondo altre fonti le piante di melo arrivarono in Canavese solo con le legioni romane. In particolare si coltivavano le varietà decio ed orcola, ancora presenti nel nostro territorio con le mele Decia ed Annurca.
Peraltro in Piemonte ed in Canavese fino al secolo XIII gli alberi sono considerati piante ornamentali e la raccolta delle mele avviene da piante spontanee, mentre solo alcuni ordini monastici si dedicano alla loro coltivazione. Nel tardo Medioevo alcuni statuti comunali segnalano la presenza di alberi di melo coltivati ai bordi dei campi o nei giardini o negli orti, e verso la fine del Quattrocento comincia a svilupparsi una coltivazione più consistente.
Solamente dal Settecento la frutticoltura piemontese si sviluppa grazie ai Savoia, che importano dalla Francia varietà differenti di meli incrementando la produzione ed incentivando il consumo e, verso la prima metà del Novecento, la melicoltura, dalla ampia diffusione anche lungo le vallate alpine, nelle zone pedemontane e collinari. Si assiste così all’inizio del secolo scorso ad uno sviluppo importante della produzione, soprattutto di frutteti di piccole dimensioni, dai quali si ottengono però prodotti di qualità superiore.
In particolare, le mele del Canavese, quelle prodotte in provincia di Cuneo e nella zona di Masserano, nel Biellese, sono tra quelle più pregiate.
Dopo la Seconda guerra mondiale comincia però lo spopolamento delle campagne, con l’abbandono della terra e quindi anche dei piccoli frutteti, a beneficio di coltivazioni intensive dalla ristretta gamma varietale; di conseguenza si assiste alla perdita e all’abbandono delle vecchie varietà autoctone, sicuramente non prive di difetti ma più rustiche e portatrici di caratteri di pregio.
Attualmente anche in Canavese gran parte delle vecchie varietà sono scomparse dalle coltivazioni e solo la paziente ricerca di enti ed appassionati ha consentito di ritrovare le tracce della melicoltura del passato, con il fortunato recupero di diverse varietà di mele autoctone.
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Delle varietà antiche presenti sul nostro territorio − presumibilmente oltre 50 − ne elenchiamo alcune che sono state recuperate da aziende agricole locali interessate anche alla coltivazione biologica, o ritrovate da appassionati ricercatori in orti o piccoli frutteti familiari, anche se spesso sono difficilmente classificabili fra le piante madri.

Le elenchiamo con i loro nomi «ufficiali» che, a seconda delle località e del dialetto, potrebbero anche assumere una denominazione differente.
Bella Elisabetta. È un melo dall’aspetto attraente che fiorisce tra fine aprile/inizio maggio, mentre i frutti con colore di fondo giallo-verde e sovraccolore rosso brillante si raccolgono verso la fine di settembre.
Buras. Pianta resistente alla ticchiolatura che fiorisce nelle prime settimane di aprile, con raccolta a settembre dei frutti, di media dimensione e di colore bianco-verde.
Cavilla Rossa. È una delle varietà europee più antiche. Si hanno testimonianze di questa pianta in Germania (già nel 1598) ed in Francia, dove si coltivava fin dal ‘600, ed era una delle varietà preferite da Luigi XIII. Diverse sono le varietà di Cavilla: quelle più comuni sono la Cavilla Bianca e la Cavilla Rossa (nelle sue varietà estiva, invernale ed autunnale), che fiorisce dalla seconda metà di aprile, mentre i frutti, di colore verde-rosso vinoso, si raccolgono da agosto a ottobre.
Ferminel. È una delle piante più antiche e comuni che si trovano nel nostro territorio. Fiorisce verso la fine di aprile e si raccolgono i frutti, di colore verde e di pezzatura media, verso la fine di settembre.
Piatlìn. Varietà antica che troviamo in particolare sulla Serra, con ancora una diffusione importante soprattutto nel Biellese. L’epoca della fioritura inizia a metà aprile e la raccolta si effettua in ottobre. I frutti, di forma appiattita, sono medio-piccoli, con la buccia rugosa e rugginosa.
Ross Furnas. Albero con fioritura tardiva (maggio) e con raccolta dopo la metà di settembre. I frutti sono di grande pezzatura e di colore giallo-verde con sfumatura di rosso.
Magnana. Varietà coltivata già sul finire dell’Ottocento in Piemonte, in particolare nel Biellese. È considerata di qualità superiore. L’albero fiorisce entro metà aprile ed il raccolto viene effettuato tardivamente, tra fine ottobre e novembre. I frutti di pezzatura media hanno colore verde-rosso.
Pom d’la Martina. È una delle numerose varietà di pomi (dla biulla, limun, dla composta, dla Madona, purtigal, meraviglia ecc.) diffuse sul nostro territorio. Fiorisce verso la fine di aprile e si raccolgono i frutti – di media dimensione – all’inizio di settembre. Le mele sono di colore giallo-verde con sopraccolore rosso.
Renetta. Se ne conoscono diverse varietà (grigia, rossa, verde) che sono originarie molto probabilmente della Francia. Fioriscono verso la fine di aprile ed i frutti si raccolgono in settembre. Sono di formato molto grande e si differenziano le varietà dal colore di fondo: verde per la renetta grigia, verde con rosso sfumato quella rossa e verde con rosso aranciato per quella verde.
Runsé. È una delle varietà locali più diffuse, della quale si ha notizia fin dalla metà dell’Ottocento. Ha una fioritura precoce (metà aprile) ed una raccolta tardiva (novembre). I frutti di media dimensione sono di colore di fondo giallo-verde con sopraccolore rosso brillante.
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Questa è solo una sintetica descrizione di alcune vecchie varietà di meli in quanto, come già detto, in Canavese se ne sono ritrovate oltre cinquanta e di queste è a volte difficile stabilire se sono originali o derivanti dall’incrocio con altre varietà. Agli appassionati, quindi, il piacere di cercare vecchie piante di mele da catalogare tra le varie cultivar locali conosciute o, se particolarmente fortunati, scoprire qualche varietà ancora dimenticata.
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