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13 Aprile 2024 - 16:12
Mauro Salizzoni
Alla fine, come l'uomo Del Monte, ha detto "sì". Il dottor Mauro Salizzoni, ha accettato di correre come capolista del Partito Democratico alle elezioni regionali di giugno. La notizia è arrivata via social.
Quando lo ha saputo (di essere stato cancellato, s'intende), si trovava in sala del consiglio con il microfono acceso e gli era scappato un bel "vaffanculo” tondo, tondo... Non era la prima volta. Poteva essere l'ultima... Per fortuna non lo aveva sentito nessuno.
La decisione, come aveva ammesso lo stesso Salizzoni, segnava la fine della sua breve ma intensa esperienza politica. Non che lui non se lo aspettasse, ma fino alla fine c'è chi dice ci avesse sperato.
Tant’è! Una croce su Salizzoni perché lui non avrebbe avuto problemi a farsi rieleggere e sarebbe poi stato conteggiato nell'elenco degli amici di Schlein. Una croce su Salizzoni perché il suo posto tra gli amici di Schlein lo aveva già occupato la candidata alla Presidenza, Gianna Pentenero.
Una croce sull'imprevedibilità e sull'autonomia di un uomo che, da “Mago dei trapianti di fegato” 5 anni fa, su suggerimento dell'amico Sergio Chiamparino, aveva deciso di mettere la sua popolarità e competenza al servizio della politica, raccogliendo oltre 18.000 preferenze.
La sua esclusione, manco a dirlo, come risultato di un complesso gioco di alleanze e compromessi interni al partito. Salizzoni uguale “sacrificio necessario” per placare le tensioni interne e favorire altri candidati ritenuti più idonei a rappresentare il partito.
"Basta, la mia esperienza in politica finisce qui", aveva dichiarato a caldo a chi glielo aveva chiesto.
"Ho fatto quello che dovevo fare, ora basta”. Una reazione, se vogliamo, priva di risentimento ma non di delusione.
Parliamo del posto nella lista del Partito Democratico che era di Raffaele Gallo prima del grande passo indietro conseguente alla tempesta mediatica, e a un'indagine giudiziaria che punta diritto al papà Salvatore detto Sasà.
Nonostante gli incontri virtuali e le chiacchierate, il posto vacante è sembrato quasi maledetto, nessuno ha voluto sedersi.
Il Pd, a parole, almeno in un primo momento, avrebbe voluto tirare fuori dal cilindro un nome pulito, che potesse far dimenticare le trame lette in questi giorni nell'inchiesta Echidna della Procura di Torino, degne di un film noir con boss, voti in compravendita e, oggi, in libera uscita.
Si è chiesta la disponibilità all'ex sindaco di Grugliasco Roberto Montà che ha detto no, poi a Maria Josè Fava dell'associazione Libera (quale miglior sostituto di Gallo) ma anche lei ha detto "no", aggiungendoci un "ma chi me lo fa fare...
La verità è che la ricerca si è sempre concentrata su qualcuno che non solo avesse la forza di risollevare le sorti del partito ma che non facesse ombra agli altri, un utile allocco, insomma ...
Tra i possibili candidati, l’ex deputato Davide Mattiello, che "allocco non è" e aveva gli occhi già puntati sull’Europa.
Tra i nomi dell'ultima ora anche quello di Antonella Parigi, l'ex assessora regionale alla cultura con Sergio Chiamparino
Infine, toh guarda, di nuovo Mauro Salizzoni, l’ex chirurgo che però andava in giro dicendo a tutti di aver appeso la politica al chiodo.
Qui, in verità il suo nome lo si faceva ma sotto sotto si sperava che continuasse a dire no, perchè lui i voti ce li ha e son tutti buoni...
"Come sto? - ci aveva detto solo l'altro ieri al telefono - Non sto benissimo. Sono a disposizione del partito ma sicuramente non mi candido. Cosa penso dell'indagine? Fino all'altro ieri avrei detto che nel partito c'erano solo delle brave persone, oggi non più. Quello che ho letto in questi giorni mi ha letteralmente sbalordito. Alla fine si raccoglieranno i frutti di quel che si è seminato. Manca un'idea precisa di centrosinistra ma si vogliono a tutti i costi fare accordi con forze ideologicamente distanti. Manca un'unità delle forze progressiste. In quest'area ognuno crede di essere più forte dell'altro... Ci vorrà del tempo per rimettere insieme i cocci. Non si può risolvere tutto in un mese. E' necessario innescare il processo per una nuova e più giovane classe dirigente. Durerà degli anni...".
E secondo Salizzoni tutto questo è successo perché la politica è diventata un mestiere, uno stipendio certo che ti fa fare di tutto per continuare a prenderlo.
"Quando ho cominciato a fare politica era un'altra cosa - ci aveva raccontato - Si candidavano gli intellettuali di valore o gli operai. Gente di fabbrica che rientrava in fabbrica. Vicini ai lavoratori e alla classe povera perchè arrivata da lì. C'erano poi i vecchi della Resistenza. Il mondo di oggi non è paragonabile ad allora. Insomma nasciamo da lì ma siamo un'altra cosa. C'è molto da rimpiangere ...".
Chi è Salizzoni? Lui è quello che, quando tutti correvano a tesserarsi al Pd di Renzi, la tessera non ce l'aveva e fiero se ne andava in giro per la città con la scritta "indipendente".
Poi, d'un tratto, nel dicembre del 2022, quando tutti scappano via, lui che fa?
Sui social annuncia d'aver preso la tessera del PD nella sezione Mirafiori Nord auspicando il ritorno ad un Partito dei Lavoratori, delle persone più deboli, degli "esclusi".
Qualcuno lo definì "Bastian Contrario" e lui alzò le spalle, ma da lì in avanti si scatenò un dibattito sul futuro del PD come non se ne vedevano da anni.
Pacifista convinto fin dentro al midollo, nell'ottobre del 2022, Salizzoni entra in rotta di collisione con i colleghi di partito per via di un post sulla necessità "di infilarsi nel conflitto russo-ucraino".
Alcuni esponenti del PD lo definiscono "scandaloso", ma Salizzoni non cambia opinione neanche di una virgola, peraltro rispondendo tono su tono a tutti gli attacchi.
"Nella mia vita sono sempre stato dalla parte degli aggrediti, a cominciare dal Vietnam. Non ho nessun dubbio su chi sia l'aggredito e su chi sia l'aggressore - scrisse sul suo profilo Facebook - Non ho nessun dubbio che Putin e la Russia siano da condannare e che al popolo ucraino vada il nostro sostegno. Nel mio post ho insistito soprattutto sul termine oltranzista, perché l'oltranzismo in questa fase non può che portare all'inasprimento della guerra e al rischio dell'uso di armi nucleari, quindi al disastro. Sono convinto che la pace 'è urgente e necessaria', come ha affermato il Presidente Mattarella, e, quindi, credo si debbano aprire negoziati, anziché ulteriori corse agli armamenti...".
E poi ancora: "Certe volte non bisogna mettersi in una situazione in cui non c'è più via d'uscita. Entrare in guerra è come buttarsi da un palazzo. A metà caduta, vuoi sapere da me cosa fare?".
Parole dure come le pietre e vere come la Bibbia....

Salizzoni in ospedale
Due a zero per Salizzoni....
Eppure qualcosa ancora da dire c'è, non solo per chi si stupì della dichiarazione di "pace", ma anche e soprattutto per chi si chiese che motivo ci fosse di iscriversi a un partito moribondo.
Bastino a tutti le foto di Marx, Fidel Castro e Che Guevara che campeggiavano nel suo ufficio la prima volta che lo intervistammo.
Figlio di una coppia di operai eporediesi, laureatosi a Torino e specializzatosi in chirurgia epatica ed esofagea a Parigi, Bruxelles e ad Hanoi, dove ha imparato a tagliare il fegato da trapiantare con le mani e senza bisturi, Salizzoni, primario alle Molinette dal 1993, la politica ce l'ha sempre avuta nel sangue.
Iscritto prima al PSIUP e poi al PCI, arrestato e incarcerato durante una manifestazione nel periodo della contestazione, non rinnovò la tessera per divergenze sull'intervento militare in Afghanistan.
Nel 1991 aderisce a Rifondazione Comunista, sotto il cui simbolo viene eletto consigliere comunale a Ivrea nel 1994. Esce da Rifondazione nel 2008, per aderire ai Comunisti Italiani, quando il governo di Romano Prodi va a casa per il mancato appoggio di due senatori di Rifondazione.
E basterebbe questo per capire che Salizzoni è proprio quel tipo lì, uno che scrive e dice sempre quello che pensa, ragionando con la testa, ma a volte anche con la pancia.
Salizzoni è anche altro, molto più di quanto non siano decine e decine di esponenti del Partito Democratico.
È quello che nel 2002, nel suo reparto, ha operato uno straniero senza permesso di soggiorno e che non avrebbe avuto diritto al trapianto.
È quello che un anno dopo ha presentato una denuncia al procuratore Guariniello sulle precarie condizioni della sanità italiana di quel tempo, che porteranno alla condanna di alcuni dirigenti dell'Ospedale Molinette per un'epidemia di legionella (due morti tra i suoi pazienti) e di aspergillosi (altri 12 morti tra i ricoverati).
Infine, è quello che da pensionato ha continuato a varcare, gratuitamente, le porte del suo non ancora ex reparto alle Molinette, per lavorare e curare i malati finché la salute glielo avesse concesso.
Nel curriculum una sfilza di primati mondiali, lunga come la Quaresima, sui trapianti di fegato, tra cui quello al buio su un paziente affetto da protoporfirina e quindi in pericolo di vita nel caso in cui il suo sangue fosse stato colpito dalle luci della sala operatoria. Infine, Salizzoni è quello della Ivrea Mombarone. Insomma uno che corre.
Ad avercene di uomini così!
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