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Ivrea
24 Marzo 2024 - 07:30
In foto, Igor Bosonin, Andrea Cantoni, la bambina con la valigia e il sindaco Matteo Chiantore
In consiglio comunale a procurar battaglia. Si riparte dal “patrocinio negato” al Comitato 10 febbraio di Igor Bosonin, per la commemorazione del Giorno del ricordo tenutasi il 25 febbraio scorso. Inaspettata, secondo il centrodestra, la motivazione scritta nero su bianco: “L’amministrazione comunale ritiene di non procedere alla concessione richiesta, in quanto la medesima potrebbe assumere carattere politico”.
Da qui la decisione di presentare una mozione per chiedere alla giunta di inserire nella programmazione degli eventi annuali anche questo, quindi di patrocinare le iniziative di commemorazione degli infoibati e delle vittime dell’esodo giuliano-dalmata e infine di lavorare alla “realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende”.
A firmarla sono i consiglieri comunali di opposizione Gabriele Garino, Andrea Cantoni, Paolo Noascone e Elisabetta Piccoli.

“Non si capisce perché - scrivono - la Città di Ivrea non abbia organizzato una commemorazione per la ricorrenza denominata Giorno del Ricordo così come si fa il 2 giugno, il 25 aprile, il 27 gennaio in occasione della Giornata della Memoria. Questa decisione dimostra che è l’Ente stesso a creare le condizioni per una discussione di carattere politico, esplicitando de facto che vi siano vittime di serie A e vittime di serie B...”.
Si chiede anche al sindaco di attivarsi presso la Presidenza della Repubblica, per la revoca del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana a Josip Broz Tito, Primo Ministro e Presidente della Jugoslavia dal 1945 al 1980, e di dichiarare la Città di Ivrea sensibile alle tematiche della tragedia delle Foibe e dell’esodo, mettendo così una parola fine all’ultimo patrocinio negato.
Tutto questo, in un anno, il 2024, in cui ricorre il 20° anniversario dell’approvazione della Legge n. 92 del 30 marzo 2004, che istituiva il Giorno del Ricordo.
“La Repubblica Italiana - dicono e scrivono i quattro - riconosce il 10 febbraio quale Giorno del Ricordo al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani, di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre di Istriani, Fiumani e Dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale e, inoltre, al fine di concedere un riconoscimento ai congiunti degli infoibati ...”
La mozione prosegue con una sorta di resoconto storico. E si parte dall’armistizio dell’8 settembre del 1943 quando l’area istriana si trovò in un vuoto di potere, subito occupato dalle formazioni partigiane slovene e croate del Movimento di liberazione jugoslavo, che dichiararono l’annessione dell’Istria alla Jugoslavia, procedendo parallelamente all’eliminazione fisica di coloro che erano considerati “nemici del popolo.
“La realizzazione di questo progetto è stata caratterizzata da arresti, processi sommari ed esecuzioni di massa (...) - scrive l’Opposizione - ... E ancora, violenza spontanea che trova la propria valvola di sfogo nell’incendio dei catasti comunali e dell’erario, dei municipi, degli archivi e dei tribunali, silenziosi simboli dell’oppressione dello stato italiano, ma anche violenza organizzata che stila le liste dei soggetti da colpire, li scova, li arresta senza chiasso, possibilmente di notte, e poi li ammassa, li sposta e li elimina con rapidità (uomini delle Forze dell’Ordine, medici, maestri, rappresentanti politici, farmacisti, podestà, postini, messi comunali e più in generale tutti coloro che venivano considerati soggetti pericolosi). Il progetto esploderà due anni dopo, nel maggio del 1945. Le foibe rappresentarono il simbolo delle stragi jugoslave e, quindi, di una tragedia spaventosa... Il termine foibe... si porta dietro però più di un’ambiguità, poiché tra le vittime totali della carneficina solamente una parte termina i propri giorni incontrando la morte nelle cavità del Carso. Migliaia di persone vennero trucidate dai partigiani di Tito e i loro corpi furono gettati in queste voragini, mentre altre migliaia di persone conobbero la morte sopraggiunta perché infoibati ancora in vita, un numero ancora più elevato morirà durante la deportazione verso i campi di prigionia jugoslavi, nei campi stessi o nelle acque del mare Adriatico, dove tanti annegarono...”.
La storia poi ci dice che con il trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, l’Italia, nazione sconfitta, dovette accettare tutte le pesanti condizioni stabilite dalle Potenze vincitrici. In particolare il passaggio dell’Istria e della Dalmazia alla Jugoslavia di Tito e la creazione del Territorio Libero di Trieste (T.L.T.). Un cambio di sovranità traumatico, che scatenò l’esodo del 90% della popolazione italiana (in tutto gli esuli furono più di 350.000) che abbandonò la casa, gli averi più preziosi, a volte la stessa famiglia per cercare rifugio in Italia o emigrando oltre oceano.
“Al contrario di quello che successe in altre città - stigmatizzano Cantoni, Garino, Piccoli e Noascone - che si macchiarono di forme di violenza mostrandosi incapaci di saper accogliere gli stessi fratelli italiani - è il caso dei tristi fatti verificatisi alla stazione di Bologna dove un treno di esuli venne ‘accolto’ a sassate e il latte destinato ai bambini disidratati e denutriti venne versato sui binari per evitare che potessero essere sfamati - la città di Ivrea accolse bene gli esuli, i quali furono immediatamente assunti dall’Ingegner Adriano Olivetti, chi come ingegnere, chi come ragioniere, chi come operaio e chi come maestra negli asili, affinché potessero ricominciare a ricostruire una nuova vita. Ivrea si dimostrò accogliente e gli esuli diventarono parte integrante della città di quegli anni..”.
L’Opposizione di centrodestra, tra le altre cose, ricorda che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione della commemorazione del Giorno del ricordo al Quirinale il 9 febbraio scorso, nel suo discorso, ha ritenuto importante ricordare e non dimenticare o cancellare questa tragedia storica con queste parole: ‘Un muro di silenzio e di oblio – un misto di imbarazzo, di opportunismo politico e talvolta di grave superficialità – si formò intorno alle terribili sofferenze di migliaia di italiani, massacrati nelle foibe o inghiottiti nei campi di concentramento, sospinti in massa ad abbandonare le loro case, i loro averi, i loro ricordi, le loro speranze, le terre dove avevano vissuto, di fronte alla minaccia dell’imprigionamento se non dell’eliminazione fisica... La ferocia che si scatenò contro gli italiani in quelle zone non può essere derubricata sotto la voce di atti, comunque ignobili, di vendetta o sommaria giustizia contro i fascisti occupanti; il cui dominio era stato – sappiamo - intollerante e crudele per le popolazioni slave, le cui istanze autonomistiche e di tutela linguistica e culturale erano state per lunghi anni negate e represse...”.
Insomma, secondo il centrodestra, i “tentativi di oblio, di negazione o di minimizzare sono un affronto alle vittime e alle loro famiglie e un danno inestimabile per la coscienza collettiva di un popolo e di una nazione”.
Questo perché “le sparizioni nelle foibe o dopo l’internamento nei campi di prigionia, colpirono funzionari e militari, sacerdoti, intellettuali, impiegati e semplici cittadini che non avevano nulla da spartire con la dittatura di Mussolini. E persino partigiani e antifascisti, la cui unica colpa era quella di essere italiani, di battersi o anche soltanto di aspirare a un futuro di democrazia e di libertà per loro e i loro figli, di ostacolare l’annessione di quei territori sotto la dittatura comunista.”
E poi ancora: “Il ricordo, la memoria della persecuzione e delle tragedie, deve essere fecondo, deve produrre anticorpi, deve portarci, come hanno sottolineato, con semplicità ed efficacia straordinaria, Lada e Alessandra Rivaroli, e anche la Signora Haffner, a fare in modo che simili lacerazioni crudeli nei confronti della libertà, del rispetto dei diritti umani, della convivenza appartengano a un passato irripetibile.”.
Egea Haffner, ora ultraottantenne, è la bambina con la valigia in mano ritratta nella foto divenuta il simbolo dell’esodo giuliano-dalmata, la cui storia è raccontata nel libro dal titolo per l’appunto La bambina con la valigia.
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