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'Ndrangheta in Canavese: altre 16 condanne per i locali di Volpiano e Chivasso

Sedici condanne hanno chiuso ieri, martedì 20 febbraio, a Torino il processo d'Appello per l'inchiesta sulle infiltrazioni mafiose

'ndrangheta

L'operazione della DIA del 2021 portò ad una serie di arresti a Chivasso e a Volpiano

Sedici condanne hanno chiuso ieri, martedì 20 febbraio, a Torino il processo d'appello per l'inchiesta Platinum sulle infiltrazioni della 'ndrangheta nel Nord Ovest. Sedici condanne verso altrettanti imputati che già in primo grado erano stati condannati dai giudici.

Si è trattato del troncone del procedimento discusso con il rito abbreviato.

La pena più alta (19 anni, 6 mesi e 20 giorni di carcere con una leggera riduzione rispetto alla sentenza di primo grado) è per l'imputato Sebastiano Giorgi.

Gli altri imputati di cui sono state confermate le condanne sono: Gianfranco Violi (condannato al risarcimento di 5 mila euro al Comune di Volpiano), Antonio Giorgi, classe 1986, Antonio Giorgi, 1990, Domenico Giorgi, 1963, Domenico Giorgi, 1982, Francesco Giorgi, 1966, Pietro Parisi, Giuseppe Romeo, Stefano Sanna, Sebastiano SignatiLuciano VaccaDomenico NapoliAngelo Lucarini, Colacicco Piero Filippo Alberto Lapucci. 

Gli imputati condannati sono tutti, per lo più, della locride (Reggio Calabria). In totale sono più di 160 gli anni di carcere inflitti agli affiliati delle cosche calabresi che operavano in contatto con il locale di Volpiano.

L'inchiesta Platinum, sfociata nel 2021 in una serie di arresti, si è concentrata sull'esistenza di una locale della 'ndrangheta nella zona di Volpiano e di Chivasso.

Il faro degli inquirenti è stato acceso su vicende di narcotraffico - e in particolare l'importazione da Olanda, Belgio, Germania e Spagna di cocaina da smerciare in Sicilia e Sardegna - e il riciclaggio dei proventi in attività commerciali e di ristorazione in Germania.

Gli imputati che hanno scelto di essere processati con rito abbreviato, e che ieri sono stati giudicati in appello, non sono però gli unici arrestati nell'ambito dell'operazione Platinum.

Ci sono infatti tutti coloro che hanno scelto il processo con rito ordinario.

E sono i fratelli Mario e Giuseppe Vazzana, imprenditori pregiudicati di 58 e 61 anni, condannati in primo grado nell'ambito del procedimento penale nato dall'operazione "Platinum Dia": Mario Vazzana era stato condannato a 6 anni e 11 mesi di reclusione, mentre il fratello Giuseppe a 6 anni e 8 mesi: entrambi accusati del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso.

La sentenza è stata emessa lo scorso autunno dal collegio presieduto dal giudice Stefania Cugge del tribunale di Ivrea.

Solo qualche settimana fa ai fratelli Vazzana sono stati sequestrati dalla DIA tra Chivasso e Volpiano beni e quote societarie per un valore di 8 milioni di euro.

I carabinieri di fronte al bar a Chivasso della famiglia Vazzana

Patrimonio che secondo gli investigatori proveniva da attività illecite.

Il processo Platinum aveva portato anche ad altre condanne: Antonio Agresta, boss della 'ndrangheta che sta scontando in carcere una condanna a 10 anni di reclusione, è stata inflitta una pena di 10 mesi in continuazione.

Domenico Aspromonte è stato condannato a 6 mesi di reclusione per una bancarotta dell'hotel "La Darsena", mentre è stato assolto dall'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Infine, l'agente della polizia municipale di Volpiano Paolo Busso è stato condannato ad un anno di reclusione con la sospensione condizionale della pena per le accuse di abuso d'ufficio e accesso abusivo ai sistemi informatici del Comune.

Prosciolto dalle accuse Domenico Spagnolo: il collegio ha giudicato improcedibile la sua posizione in quanto l'accusa di estorsione derubricata in "esercizio arbitrario delle proprie ragioni" necessita di una querela che non è mai stata sporta.

L'operazione Platinum è stata condotta dalla DIA

Sono stati condannati al pagamento di una provvisionale di 20 mila euro - 10 mila euro ciascuno - i fratelli Vazzana e 8 mila euro ciascuno il vigile Busso e Antonio Agresta, somme da liquidare al Comune di Volpiano parte civile nel processo.

Per l'altra parte civile, il Comune di Chivasso, Giuseppe Vazzana è stato condannato ad una provvisionale di 5 mila euro.

Il ruolo dei Vazzana

Le attenzioni mediatiche nel processo Platinum si sono in particolare concentrate sul ruolo dei fratelli Vazzana, Mario e Giuseppe, entrambi imprenditori.

“Non mi sono mai occupato di politica”. “Non ho mai chiesto che mi venisse tolta una multa in vita mia. Tanto meno ho fatto dei regali ai vigili urbani”.

Di fronte al collegio presieduto dal giudice Stefania Cugge di Ivrea, l’imputato Giuseppe Vazzana, per tutti semplicemente “Pino”, ha ripercorso l’ascesa imprenditoriale della sua famiglia: da un bar e ristorante self-service a Moncalieri all’hotel Vazzana a Volpiano. “E’ la nostra casa, dove sono cresciuto, dove abbiamo passato i Natali e le feste di compleanno”. 

Sempre a Volpiano, negli anni, la famiglia Vazzana ha avuto il ristorante La Volpe Nera (ex Noce), l’hotel Fox (“Che gestivamo in società con Giorgio Chiesa”, ha spiegato), il bar “La Corte” e poi, a Chivasso, il “Full Bar” al Campus delle associazioni all’ex Villaggio Tav, il bar “Nimbus” nell’area commerciale del Bennet e ancora una tabaccheria dentro lo stesso Bennet.

Al ristorante dell’hotel Vazzana negli anni abbiamo ospitato le squadre del settore Primavera del Torino Calcio e del Volpiano - ha ricordato l’imputato -. Si lavorava parecchio”.

Le domande del pm si sono concentrate soprattutto sui rapporti con gli Agresta, Antonio, Michele e Domenico, e Luigi Marando. 

Antonio Agresta ha lavorato per un anno come manutentore nell’hotel Vazzana, appena uscito dal carcere - ha ricordato l’imputato -. Venne la moglie a chiederci se avevamo bisogno di una figura come lui: il lavoro gli serviva per il reinserimento sociale. Siccome in paese ci conosciamo tutti, gli diedi una mano. A noi d’altronde serviva una persona che avesse voglia di lavorare”.

Luigi Marando spesso esagerava con gli alcolici - ha aggiunto riferendosi al periodo in cui Vazzana lavorava dietro al bancone del bar La Corte -. Ma non ho mai chiamato i carabinieri. Perché? Perché sono situazioni che ho sempre gestito da solo”.

Nell’esame dell’imputato, durante il processo di primo grado, non si poteva non fare cenno a due fatti che riguardano da vicino le amministrazioni di Chivasso e di Volpiano. 

IL CASO CHIVASSO

Per il Full Bar pagavamo al comune di Chivasso un affitto di 700 euro al mese - ha ricordato l’imputato -. Quando lo prendemmo in gestione, con una funzionaria del Comune stringemmo un patto che ci avrebbero poi dato da gestire anche il vicino campo di calcio a cinque. Non capitò mai e così tempo dopo lasciammo l’attività. Anche perché nel mentre avevamo già fatto un accordo con la proprietà dell’area commerciale del Bennet per aprire il Nimbus”.

Il contatto con la proprietà dell’area commerciale del Bennet me lo diede il sindaco Claudio Castello - ha detto Vazzana -. Ci conoscevamo perché i nostri figli giocavano a calcio insieme. Un giorno, durante una partita, quando Castello era ancora assessore, mi disse che c’era l’opportunità di un grosso insediamento commerciale e che in quell’insediamento si sarebbe dovuto aprire un bar. Mi mise in contatto con chi si occupava di questo”.

Il pubblico ministero ha poi incalzato Vazzana sulle intercettazioni telefoniche del 2017, nelle quali l’imputato viene intercettato al telefono con Linda Usai, un’amica candidata in una lista della coalizione di centrodestra che sosteneva il candidato sindaco Matteo Doria, e con il candidato sindaco del centrosinistra Claudio Castello.

Linda Usai è un’amica - ha detto Vazzana - giocavo a calcetto due volte alla settimana con suo marito. Abbiamo chiacchierato al telefono delle elezioni, ma perché l’unico mio interesse era capire come poter risolvere la questione del campo da calcetto al campus delle associazioni. Ho sempre pensato che chi ha un’attività come me non si dovesse schierare nè per l’uno nè per l’altro. E così ho fatto. Dopo le elezioni Castello mi telefonò per ringraziarmi, ma io in realtà con la politica non c'entro”.

Vazzana ha poi fatto un riferimento alle proposte di candidatura che invece furono fatte alla figlia Francesca: “Era stata Bela Tolera del Carnevale, la maschera principale della città. Un po’ come la Mugnaia di Ivrea. Mi costò 3.000 euro quel Carnevale, ma mia figlia così entrò in un mondo di persone di un certo livello. A Chivasso c’è l’associazione l’Agricola che gestisce il Carnevale. Sono tutte famiglie importanti. Qualcuno di loro le fece la proposta di candidarsi alle elezioni del 2017. Io le dissi di non farlo: un po’ per l’attività, un po’ perché non aveva esperienza e le avrebbero fatto domande trabocchetto”.

Alla richiesta su quali fossero queste domande, Vazzana è stato vago. Così come nella contestazione del Pm per cui “nelle intercettazioni lei dice che con il cognome che avete vi potevano rompere i coglioni”…

Sempre sui rapporti con la politica, Vazzana ha chiarito di avere sì organizzato cene nel suo ristorante, per amministrative o elezioni politiche, ma di non ricordarsi con chi. 

IL CASO VOLPIANO

A Volpiano ha destato scalpore anche la notizia dei rapporti tra Vazzana con l’ispettore della Polizia Municipale Paolo Busso, anch’egli indagato.

Secondo l’accusa, Busso, avrebbe favorito Giuseppe Vazzana su alcune violazioni del codice delle strada (ben sei), tra multe per mancata revisione, mancato pagamento della sosta sulle strisce blu e decurtazione di punti della patente.

Secondo il pm Valerio Longi, Busso avrebbe ingannato Cristina Tarabolo, l’impiegata dell'ufficio anagrafe del Comune di Volpiano, per introdursi nel sistema anagrafico del Comune di Volpiano e controllare l'indirizzo dell'ex comandante dei vigili Franco Roffinella, su richiesta, sempre, di Giuseppe Vazzana, che lo cercava insistentemente perché non rispondeva al telefono: secondo gli investigatori lo avrebbe chiamato ben 26 volte per alcuni debiti pregressi (ammontanti a circa 5/6 mila euro).

In tribunale Vazzana ha detto la sua.

Alla Corte venivano a mangiare i dipendenti comunali - ha spiegato Vazzana -. Tra di loro c’erano anche i vigili urbani. Busso era un tipo brillante, gli piaceva scherzare e spesso parlavamo. Siamo diventati amici, ma non gli ho mai chiesto di togliermi delle multe. Gli ho solo chiesto, un giorno, di pagarmi una multa visto che stava andando all’ufficio municipale di Settimo Torinese. Gli diedi il contante e mi fece la cortesia. Busso non mi ha mai riservato dei trattamenti di favore”.

Sul caso Roffinella, ex comandante dei vigili urbani di Volpiano, Pino Vazzana ha spiegato che “un giorno venne al bar la Corte e quasi in lacrime mi chiese se potevo prestargli dei soldi. Lui non era un habituè del bar, mentre la moglie veniva tutte le mattine. Gli prestai qualcosa come 5, 6 mila euro. Ci mise quasi tre anni a restituirmeli. L’ho chiamato diverse volte, mi dava fastidio quando non mi rispondeva. Così una volta sono andato sotto casa sua ma non sono sceso dall’auto. Ero arrabbiato ma poi i soldi me li ha restituiti tutti”.

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