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'Ndrangheta: la villa del "padrino" diventerà una comunità per tossicodipendenti

Il boss Giuseppe Fazari, morto alcuni anni fa, era ritenuto dagli investigatori dell'operazione Minotauro il capo della 'locale' di San Giusto Canavese

'Ndrangheta: la villa del "padrino" diventerà una comunità per tossicodipendenti

La villa del boss Giuseppe Fazari diventerà una comunità per tossicodipendenti.

E' stato pubblicato a fine anno il bando per la riassegnazione del bene confiscato al "padrino", il capo della "locale" di San Giusto Canavese.

Era il 2015 quando Fazari veniva condannato in via definitiva a otto anni di carcere. Per gli investigatori dell'operazione Minotauro Fazari era il capo della 'locale' di San Giusto Canavese affiliato dal 1990 con la dote di "padrino". A mettere la parola fine al processo era stata la Corte di Cassazione che aveva respinto tutti i ricorsi presentati dai legali della difesa.

Con la sentenza di condanna veniva disposto anche il sequestro dei suoi beni: la villa di via Cardinal delle Lanze 8, il cascinale di via Cappo e l'annesso terreno. Tutti a San Giusto.

Ci erano voluti sette anni prima che la bella villa di via Cardinal delle Lanze venisse sgomberata. All'alba del 7 settembre del 2022, carabinieri e vigili del fuoco intervenivano per liberare l'abitazione ancora occupata dalla moglie e dal figlio del boss che nel frattempo era deceduto. Le operazioni si erano svolte senza alcun incidente o tensione.

Ora, a distanza di oltre un anno, villa Fazari è stata inserita nel bando per l’assegnazione di nuovi beni, confiscati in via definitiva.

L’ Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC) ha ora aperto a fine anno il nuovo bando che scadrà il prossimo 1 marzo. 

Potranno partecipare soggetti del così detto Terzo Settore (enti privati che perseguono, senza scopo di lucro, finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale) con progetti di prevenzione, cura e riabilitazione in materia di dipendenze comportamentali e da sostanze. 

"Scopo primario del presente Avviso - si legge nel bando - è la valorizzazione dei beni confiscati, finalizzata a permettere alle comunità colpite dal fenomeno mafioso di riappropriarsi delle risorse sottratte illecitamente alla collettività, mettendole al servizio della cittadinanza attiva e del Bene comune, attraverso l’incentivazione del protagonismo degli Enti del Terzo settore e lo sviluppo di un modello socialmente responsabile, in grado di conciliare il riuso dei beni confiscati con il raggiungimento dello specifico obiettivo sociale della prevenzione, cura e riabilitazione in materia di dipendenze, in attuazione del principio di sussidiarietà costituzionalmente garantito".

La sindaca Giosi Boggio storce il naso: "Questo genere di bandi è strutturato in modo tale che il riutilizzo di questi beni diventa sempre molto difficoltoso".

Un esempio di quanto dice la Boggio è il tentativo che si protrae da anni, di riutilizzare di Villa Assisi, l'immobile sequestrato al boss del narcotraffico Nicola Assisi, arrestato in Brasile dopo una latitanza durata 5 anni.

Considerato il più grande fornitore in Italia di cocaina al servizio dei cartelli della ‘ndrangheta calabrese, Assisi era stato arrestato nel 2019 a Praia Grande, nello Stato di San Paolo. 

La confisca della villa bunker del boss si era conclusa nel 2019.

SAN GIUSTO CANAVESE. Intitolata a Marcella Di Levrano la villa confiscata ad Assisi

La villa confiscata al narcos Assisi a San Giusto Canavese

Il 15 luglio del 2021 la villa è stata intitolata alla memoria di Marcella Di Levrano vittima di mafia, rapita l'8 marzo del 1990, venne trovata senza vita vicino a Brindisi quasi un mese dopo, uccisa per il suo ruolo di collaboratore di giustizia. 

Ma è dal marzo del 2021 che si aspetta la restituzione dell'immobile alla collettività, da quando l'allora sindaca di Città metropolitana di Torino Chiara Appendino, firmava la consegna alla cooperativa sociale ProGest vincitrice del bando pubblico della villa sequestrata al boss.

Avrebbero dovuto essere realizzati interventi destinati ai disabili, iniziative di cohousing sociale, perfino ad un orto didattico aperto anche alla cittadinanza.

"Ad oggi di tutto questo non c'è ancora nulla - allarga le braccia la sindaca Giosi Boggio -. Non so nulla dei lavori perché il Comune è fuori dalla partita. Il bene appartiene a Città Metropolitana che l'ha affidato con un bando alla cooperativa sociale Progest che se l'era aggiudicato. Posso però dire con certezza che non è stata ancora aperta e che nessuna delle progettualità indicate in quel bando sono ancora state realizzate. Tantomeno quello spazio esterno che sarebbe dovuto tornare ai sangiustesi come orto didattico. Insomma, quei 100mila euro impegnati all'epoca da Città Metropolitana non sono serviti a nulla. Almeno per ora".

Per la sindaca è un problema di metodo: "So che il Prefetto e don Ciotti hanno una visione molto lontana dalla mia - spiega -. Loro puntano a ridare una collocazione in ambito sociale a questi beni. Io penso, invece, che la restituzione alla collettività dovrebbe passare in modo molto più funzionale, attraverso la vendita di questi immobili e l'utilizzo del ricavato per iniziative che abbiano una ricaduta sul territorio. Questo sì che sarebbe un ritorno effettivo del maltolto alla gente e ai Comuni".

La sindaca Giosi Boggio

Dei tre immobili sequestrati alla mafia presenti in questo comune di appena 3.300 anime, solo uno con molta probabilità verrà messo in vendita.

E' il cascinale di via Cappo appartenuto al boss Fazari: "E' una vecchia casa cadente - racconta la sindaca -. Non c'è stato alcun tentativo di assegnarla in questi anni. Insieme c'è anche un terreno. Si diceva che sarebbero stati venduti. E credo davvero che sia l'unica strada percorribile". 

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