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Ivrea
15 Dicembre 2023 - 22:14
in foto, Alessia Aguglia direttrice della Casa circondariale di Ivrea
La novità che davvero fa la differenza? C’è che al carcere di Ivrea è finalmente arrivata una nuova direttrice. Si chiama Alessia Aguglia. Prende il posto di Antonella Giordano. E’ giovane e si vede lontano un miglio che ha voglia di fare ma non di strafare. Soprattutto ha una cosa che fa la differenza. Sorride. Sembra poco ma non lo è, in un mondo che guarda alla luce in fondo al tunnel tutti i santi giorni.
Aguglia non ha lo sguardo “truce”. Non se la tira. Insomma non sembra una che si arrabbia un tanto al chilo o per un non nulla, una che se ne fotte, una che guarda l’orologio per cercare di capire quando è finita la giornata.
Ce ne siamo accorti noi ma se ne sono accorti anche i detenuti che l’altro pomeriggio si sono avvicinati al microfono e han cominciato a raccontare loro stessi davanti al consiglio comunale d’Ivrea e alla giunta.
Sotto le rosse torri era la prima volta che succedeva. La prima di un detenuto al cospetto dell’Amministrazione della cosa pubblica. La prima di un’Amministrazione della cosa pubblica riunita in un luogo di penitenza.
Il consiglio comunale: maggioranza e minoranza insieme su proposta di Massimiliano De Stefano. Sopra il presidente Luca Spitale al microfono
La giunta comunale
“Un’organizzazione per nulla scontata... E’ la prima volta che si entra qua dentro... per ascoltare” ha messo le mani avanti fin da subito il presidente del consiglio Luca Spitale che cammin facendo, gran sognatore, si immagina una sorta di “Carta di Ivrea” con dentro scritti i rapporti che devono regolare i rapporti tra le città e le carceri.
Pura utopia o tanta buona volontà? Vedremo!
Un po’ tutti, compreso il sindaco Matteo Chiantore, l’hanno definito un “quartiere della nostra città”.
“Abbiamo il dovere di portare il Comune dentro il carcere e viceversa...” ha sottolineato con un filo di voce, visibilmente emozionato.
E dentro al carcere, in questo carcere, c’è anche lui Giuseppe S., 66 anni.
Vorrebbe che i pestaggi, quelli di cui si è parlato tanto sui giornali, finissero nel dimenticatoio, perchè oggi i rapporti “tra noi e le guardie, tra noi e il direttore sono “distesi”.
“Passerò gran parte della mia vita in galera - ha detto guardando tutti negli occhi - E qui i problemi sono gli spifferi e l’acqua che entra in cella quando piove. E’ il sovraffollamento. E’ lo spazio vitale che manca a me e ai miei compagni di sventura...”.
Insomma: “Siamo pur sempre persone...”.
E in quanto tali, quando si riaprirà il portone, avranno bisogno di un lavoro, di essere reinseriti nella società come si conviene.
“Fateci fare dei corsi. Abbiamo voglia di riprenderci la nostra vita...” ha supplicato.
Tra i presenti anche Raffaele Tuttolomondo segretario del sindacato Sinappe con il dito puntato sulle inefficienza e tra le tante una, le 437 visite mediche dei detenuti al nosocomio di Ivrea, quasi due visite al giorno, che pesano sugli orari di lavoro e sugli straordinari “infiniti” delle guardie carcerarie.
“Si devono organizzare i viaggi in sicurezza - ha sottolineato - ci va il personale, otto poliziotti alla volta.. Possibile che non si riesca a fare un protocollo d’intesa con l’Asl To4?”. S’intende per portare i medici dell’ospedale in carcere e non il contrario...
A ruota la rappresentante locale del Sappe Daniela Maggione su una struttura vecchia e da sistemare...
E se il garante dei detenuti Raffaele Orso Giacone s’è concentrato sulle cose belle e sulle iniziative intraprese nel corso del 2023, tra le quali la visita al salone del libro, il calendario che sta per essere mandato in stampa e il laboratorio teatrale, Armando Michelizza dell’Associazione Tino Beiletti non ha dato grandi consigli all’Amministrazione comunale ancor meno “sulle cose che lui non riuscì a fare quando è stato assessore e consigliere comunale”. Solo un invito: lavorare sulla “speranza” per costruire insieme ai detenuti il “dopo prima che si varchi il cancello”.
“Dobbiamo aiutarli - ha sottolineato - a non tornare qui dentro. La recidiva in Italia è al 70%”.
Perla Allegri di Antigone ha parlato del lavoro che manca fuori e dentro il carcere ma anche del Gol (Gruppo Operativo locale) un esempio da seguire a livello nazionale.
“Il reinserimento sociale riduce il rischio di recidiva - gli ha fatto eco l’assessora Gabriella Colosso - ma le aziende richiedono competenze specialistiche che sovente i detenuti non hanno ed ecco che la formazione è l’unica strada percorribile. Il carcere così com’è oggi non migliora le persone. Per questo ritengo importante lavorare per fare in modo, che chi ha i requisiti giuridici per accedere a una misura alternativa, possa effettivamente fruirne, avendo la disponibilità di un lavoro, di un alloggio, anche se quest’ultimo, ahimè, è difficile da trovare.”
Infine il medico Massimo Beratto, uomo del miracolo. Suo e di quattro infermieri tunisini che ha ringraziato pubblicamente.
“Con l’ambulatorio abbiamo tappato le falle, per questo non siamo affondati...” ha stigmatizzato ringraziando un mucchio di persone. Tutti tranne la direzione generale dell’Asl To4, scarsamente collaborativa.
Al microfono si sono alteranti Vanessa Vidano, Emanuele Longheu, Elisabetta Piccoli per un veloce saluto, Barbara Manucci già impegnata in prima persona con i progetti della Caritas, Andrea Gaudino, Nella Franco (medico in ospedale) con un carico di buona volontà nel trovare soluzioni sanitarie e Massimiliano De Stefano che, per prima cosa, ha chiesto e ottenuto di non di non riproporre in carcere la suddivisione tra maggioranza e minoranza e così da un lato si sono seduti gli assessori, dall’altra i consiglieri comunali, tutti insieme.
Nell’ordine del giorno approvato all’unanimità il consiglio ha chiesto alla giunta di sollecitare il Ministero della Giustizia ad affrontare le criticità di carenza di personale; ad aumentare le opportunità lavorative e di volontariato dei detenuti per il loro pieno reinserimento sociale; a mettere in campo alcune azioni finalizzate a realizzare attività formative e ricreative; a reperire alloggi temporanei; a favorire l’accesso ad alcuni servizi comunali; a promuovere progetti lavorativi presso la Casa circondariale o all’esterno, in regime di semilibertà; a coinvolgere le società sportive per realizzare tornei e attività sportive presso gli impianti della struttura carceraria, infine a redigere un documento che raccolga un insieme di buone norme che possano essere replicabili da altri Enti Comunali sul quale insiste una Casa Circondariale sotto il titolo “Carta di Ivrea”.
Gran finale con la pizza preparata nel carcere e un finale migliore davvero non ci poteva essere.
Alcuni dati possono servire per fare nel modo più dettagliato possibile il quadro:
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