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Lo stiletto di Clio
11 Dicembre 2023 - 06:00
Risaie nel vercellese
Ottobre è ormai lontano. Nelle province di Vercelli e Novara, dove le risaie rendono unico il paesaggio agrario, il prezioso cereale è stato raccolto. La Coldiretti parla di «riso amaro»: la siccità dello scorso inverno e le successive persistenti piogge non hanno giovato alla produzione, scesa di un buon dieci per cento. Le mondine, ovviamente, sono un ricordo del passato. «Dove sei stata figliola cara, quaranta giorni a mondare ‘l ris, mondare il riso brutto mestiere», cantavano un tempo.
Vale la pena di ricordare che ci fu un’epoca in cui la risicoltura era assai diffusa nelle pianure del Piemonte, fra Torinese e Canavese, come documentano le antiche carte catastali. A Settimo, Mappano, Borgaro, Caselle e Leinì, non lontano dalla capitale sabauda, le vaste aree semiacquitrinose, ricche di fontanili e di sorgenti d’acqua, ben si prestavano alla coltivazione del riso. Il toponimo «Reisera» nella borgata Fornacino e altri simili in Leinì si ricollegano direttamente alle risaie del passato.
Le pubbliche autorità intervennero ripetutamente per limitare l’espansione della coltura, specie in prossimità dei centri abitati. In passato, infatti, si pensava che le risaie, favorendo l’impaludamento del territorio, cagionassero malattie epidemiche e febbri mortali. In Settimo, risaie erano comprese nei beni delle cascine Caffadio, Grossa, Nuova, Tinivella, Spada e altre. Nel 1663 fu stabilito che non si potessero impiantare risaie attorno alla città di Torino entro un raggio minimo di tre miglia; sei anni più tardi il limite fu portato a dieci miglia, comprendendo così buona parte del territorio settimese.
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Fra i tanti, emblematico è un decreto del 1624 che si riferisce espressamente al comune di Caselle. «Vi è proibizione [...] – recita il documento – di mai più per l’avvenire seminar risi in detto finaggio di Caselle in poca, mediocre né grande quantità per li molti danni che causano ad esso luogo, sotto pena di scudi duecento ogni volta che si contravverrà et altra arbitraria, et agli uomini di detto luogo di andar a fare risere né seminar risi in luoghi al suddetto vicini, né coltivarne sotto l’istessa pena».
Nel 1628 un’ordinanza del duca Carlo Emanuele I di Savoia impose pesanti balzelli per la risicoltura in diversi comuni del Pinerolese, del Canavese e del Torinese, fra i quali Settimo e Leinì. Infine Carlo Emanuele II, nel 1667, proibì la coltivazione del riso in Settimo, Borgaro, Leinì, Caselle e Volpiano.
Ma gli editti e i decreti erano abitualmente disattesi. La stessa frequenza con cui venivano emanati è un’implicita conferma della loro scarsa efficacia. Nei primi decenni del diciottesimo secolo, la coltura del riso era ormai marginale in Settimo e nei territori limitrofi, al contrario di quanto avveniva in numerose località dell’attuale provincia di Torino, soprattutto canavesane.
Il dibattito sull’opportunità di ampliare oppure vietare completamente la coltivazione del riso nella provincia si accese intorno alla metà dell’Ottocento. La «Gazzetta Piemontese» del 13 aprile 1867 sostenne che la risicoltura poteva considerarsi il mezzo più sicuro, efficace e pronto per ristorare le condizioni» dell’agricoltura italiana, benché fosse stata «acremente combattuta la sua estensione ed introduzione in molte parti del Piemonte».
In alcuni comuni canavesani, nonostante le assicurazioni degli esperti, il passaggio a forme di coltura intensiva del riso determinò l’immediato aumento della mortalità per febbri malariche. Nel 1869, sollecitato da più parti, il governo italiano fu costretto a intervenire, stabilendo rigorosi limiti all’estensione delle risaie nel Canavese. Lo stesso anno il consiglio provinciale di Torino emanò un regolamento che proibiva la risicoltura a meno di cinquanta metri dalle case isolate, di seicento metri dagli insediamenti con popolazione inferiore ai cento abitanti e di tre chilometri dai centri maggiori. Il che comportò la scomparsa delle risaie in tutta la provincia.
Sulla facciata del palazzo comunale di San Giorgio Canavese si trova tuttora la lapide marmorea che ricorda la liberazione «dalla infausta coltura del riso» la quale spargeva «lo squallore e la morte»: «fermezza di popolo e sapienza di reggitori, come stornarono l’orrendo flagello, lo tengano lontano per sempre». Risale al 1872.
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