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Qualcosa di sinistra
07 Novembre 2023 - 14:43
Aldo Corgiat
Un gustoso articolo comparso qualche giorno addietro sulle pagine locali del Corsera illustrava, con dovizia di particolari, l’attività dei consiglieri comunali torinesi che, utilizzando le facoltà loro attribuite d’interrogare e proporre, s’ingegnano a porre quesiti su questioni quali (riporto quanto riportato) «Torino che somiglia sempre più a Caracas», il «mistero dei portarifiuti spariti» e ancora se il sindaco di Torino intende informare il primo cittadino di Almese sul «contenuto falso e infamante della scritta presente sui pendii del suo territorio» (tav=mafie, ndr), a chiedere al Congresso americano «di garantire il diritto d’interruzione di gravidanza con una legge federale», eccetera eccetera. òmmi pòvr òm!
A paragone, i nostri sono statisti, compreso il sindaco (ex) nei panni del semplice cittadino. Come i colleghi torinesi, pure i consiglieri settimesi dispongono di molteplici possibilità che vanno dall’interrogare (il sindaco e la giunta comunale) al proporre, dall’emendare al respingere un provvedimento, ma non sono queste possibilità, ora, ad essere in questione.
Tra i diversi istituti di partecipazione di cui i settimesi possono servirsi (le istanze e le petizioni, il referendum propositivo e abrogativo, le proposte di deliberazione a giunta e consiglio), quella che connette immediatamente il cittadino ai suoi rappresentanti è l’interrogazione.
Detto fatto.
Utilizzando l’articolo 57 del regolamento sul funzionamento degli organi del Comune, indossati i panni del cittadino, un ex sindaco interroga gli amministratori in carica.

Elena Piastra
Va detto che la possibilità di domandare per sapere da parte di un cittadino non ha una sua configurazione tra le forme di partecipazione, ovvero non è presente nello statuto e nemmeno nei regolamenti: nel 2017 è stata innestata direttamente nel regolamento di funzionamento degli organi del Comune, perciò del consiglio. In soldoni: il cittadino ha tre minuti per illustrare il quesito, dieci minuti sono concessi a chi risponde, due minuti per l’interrogante ai fini di dichiararsi o meno soddisfatto. Semplice no? Uno strumento di «democrazia diretta», così l’ha definito nel suo intervento l’interrogante.
Allora com’è andata? Direi liscia come l’olio. L’interrogante si è lamentato che non sia stata data lettura della sua interrogazione da parte della presidenza, la presidenza ha risposto che ciò non era previsto (è previsto per le interrogazioni dei consiglieri), l’interpellante ha esposto la questione «in soldoni», dati i pochi minuti a disposizione (mentre in aula si ringraziava il cielo che il regolamento fosse così preciso al riguardo), ricevendo una risposta dello stesso tenore (nessuno ha spaccato il capello in quattro), infine l’interpellante si è dichiarato insoddisfatto.
Bene! Chiunque, anche se deluso dalla risposta, sarebbe stato contento di avergliele «cantate» a quelli, di essere arrivato fin lì a farsi le sue ragioni, ma ad un sindaco (anche se ex) non può bastare.
Perché un sindaco (anche se ex), anche se si sforza, non è più solamente un cittadino. Tanto vale che si ingegni a dare una mano per salvare il salvabile, dà più frutto che usare il grimaldello o la clava.
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