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Pagine di storia / Lo stiletto di clio
09 Ottobre 2023 - 18:13
Storica pubblicità Pirelli
La Pirelli di Settimo Torinese compie settant’anni. La sua storia è di tutto rispetto. Quello che oggi è un vecchio stabilimento in abbandono entrò in attività nel lontano 1953, anche se fu inaugurato l’anno seguente: a quel tempo produceva camere d’aria per automobili, trattori, motociclette, scooter e aeroplani, occupando normalmente fra i quattrocento e i cinquecento addetti. Ma come ebbe inizio il rapporto fra la società milanese e Settimo?
Prima del secondo conflitto mondiale, la Pirelli disponeva di cinque stabilimenti in Torino, però la fabbricazione dei pneumatici avveniva alla Bicocca, il quartiere industriale di Milano, ai confini con Sesto San Giovanni e Cinisello Balsamo. Dovendo ampliarsi per rispondere alle richieste di un mercato in forte crescita, l’azienda si orientò per la costruzione di una nuova fabbrica, possibilmente nel capoluogo subalpino.
Respinta un’offerta di terreni a un livello altimetrico inferiore all’alveo della Dora Riparia e un po’ troppo prossimi alla periferia della città, essendo impossibile reperire aree idonee dalle parti di Mirafiori, la Pirelli scelse Settimo che offriva vantaggi di non poco conto: collegamento autostradale e ferroviario con Milano, buona disponibilità d’acqua, metanodotto e rogge per lo smaltimento degli scarichi [sic].
La giunta presieduta dal sindaco Luigi Raspini si disse subito entusiasta di favorire l’azienda milanese a motivo dei benefici che sarebbero derivati alla collettività («se i piani previsti avranno intero svolgimento, il nostro Comune diverrà sede di un nuovo opificio […] nel quale troveranno occupazione numerosi lavoratori»). La costruzione fu consentita il 26 settembre 1952 sulla base dei disegni redatti dall’ingegnere Giuseppe Valtolina, allora impegnato con l’architetto Gio Ponti nel progetto del grattacielo Pirelli di Milano.

IN FOTO 1961, sciopero alla Pirelli di Settimo Torinese.
Presentando la fabbrica ai propri lettori nel giugno 1959, il periodico locale «Il Cittadino Settimese» non nascose un briciolo di compiacimento campanilistico: «è per noi motivo di orgoglio sapere che nelle più remote contrade circolano, con piena soddisfazione degli utenti, camere d’aria prodotte nella nostra città. Siamo lieti di riferire che recentemente alcune decine di nostri concittadini hanno avuto la preferenza nelle assunzioni».
Il periodico insistette sul fatto che la fabbrica non era intesa «unicamente come luogo di lavoro e centro di produzione, ma come sede di convivenza e relazioni umane»: «Uno speciale fondo di assistenza interna, amministrato pariteticamente dalla ditta e dai dipendenti, concede in caso di malattia e infortunio un’integrazione salariale e il rimborso quasi totale delle spese per protesi e medicinali. Per gli alloggi Ina-Casa vengono anticipati i fondi e si provvede direttamente alla costruzione. I figli dei dipendenti vengono inviati in confortevoli colonie marine e montane. Tutti i lavoratori, che vengono annualmente visitati e consigliati dal medico di fabbrica, possono fruire di cure ambulatoriali in una attrezzata infermeria». E ancora: «Alla mensa aziendale vengono consumati i pasti a prezzi minimissimi: con poche decine di lire vengono serviti primo e secondo piatto, frutta, vino e caffè. Interessante e degno di rilievo, […] la mensa è uguale per tutti, senza distinzioni di sorta. La vera democrazia è in atto».
A dire il vero, la situazione presentava anche aspetti assai meno idilliaci, ma allora la fiducia nelle potenzialità dell’industria quale motore dello sviluppo e del benessere collettivo sembrava non conoscere limiti.
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