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Lavori pubblici

Bonifica dell'ex Ipca: va buttato tutto giù?

Il progetto del team tecnico salverebbe solo quattro edifici di interesse storico: protestano i dem ciriacesi

Lo stato disastroso di alcuni piloni

Lo stato disastroso di alcuni piloni

Quando, lunedì scorso, i tecnici incaricati dall'esecutivo ciracese hanno proiettato i lineamenti del progetto di riqualificazione dell'ex Ipca, la consigliera di opposizione del Partito Democratico Marta Vittone non ci poteva credere: "Stiamo prendendo atto di cose così... quando sento dire 'va giù tutto', insomma...".

Poco prima, anche il consigliere del centrodestra Davide D'Agostino aveva espresso qualche perplessità: il progetto di riqualificazione dell'edificio non era infatti stato condiviso con nessuno prima che sbarcasse in commissione lunedì scorso.

Tutto giù per terra

Il problema principale è che quello pensato dagli architetti è un progetto radicale, che butterebbe giù molte strutture per rendere lo spazio occupato dall'ex fabbrica della morte qualcosa di fruibile per la cittadinanza. Ma un progetto così radicale non può essere giudicato così, su due piedi, in due ore di commissione.

Costretti a improvvisare, quindi, i capigruppo di opposizione (c'era anche Franco Silvestro dei 5 Stelle) hanno dovuto prendere atto di un progetto di riqualificazione dell'area che ha creato non poco dibattito.

Gli unici edifici che verrebbero salvati sono quelli numerati

L'approccio radicale dei tecnici si scontrava infatti con l'attitudine più conservativa proposta dal Partito Democratico, che avrebbe preferito mantenere in piedi più edifici per usarli meglio. Invece l'attuale progetto lascia in piedi solo alcuni edifici di valore (definiti "esempi di archeologia industriale"): tutto il resto viene demolito.

Si va di fretta

I 3 milioni 890mila euro del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza serviranno proprio a questo: a mettere in sicurezza l'area e a bonificarla, buttando giù tutto ciò che c'è di pericolante e di pericoloso. A quel punto il "contenitore" sarà in piedi. Bisognerà solo capire come riempirlo, e per farlo serviranno altri finanziamenti.

Così come serviranno degli stakeholder: in sostanza, gente che si interessi al progetto e che voglia farci qualcosa. Come recitano le mappe presentate dai progettisti, la parte posteriore dell'edificio sarà utilizzata da Cisa, mentre resta l'incognita sulla parte anteriore: i tecnici l'hanno chiamata creativamente "parco del colore", ma in realtà diventerebbe una distesa verde e vuota. E dal vuoto, si sa, nascono le migliori idee.

La suddivisione che verrà effettuata all'indomani dei lavori

Però intanto c'è da capire come arrivare a quel punto, con l'Ipca tutta bonificata, nei tempi e nei modi stabiliti dal Pnrr. Entro ottobre il progetto va approvato, a gennaio i lavori vanno appaltati. Anche perché devono terminare tassativamente entro la prima metà del 2026, pena la cancellazione del finanziamento. Il cronoprogramma per ora è in regola: i tecnici hanno parlato di lavori che dureranno un anno / un anno e mezzo.

Soprintendenza docet

Ma i contrasti, all'interno della politica ciriacese, sono tutt'altro che spenti. "Noi abbiamo chiesto di andare di verificare e non abbiamo potuto. Poi arriva al Soprintendenza e noi non sappiamo nulla: non possiamo interagire, e ora ha deciso la Soprintendenza cosa si tira giù..." ha protestato ancora Vittone lunedì.

Di quel sopralluogo tra l'altro non c'è un verbale né altro. Restano le parole dei tecnici e le loro relazioni. Come mostravano bene le foto proiettate in commissione lunedì, lo stato generale degli edifici è disastroso: zuppi d'acqua, ammalorati, ossidati, pieni di amianto da rimuovere. Dei catorci architettonici da demolire al più presto, insomma.

La commissione di lunedì scorso

"Tenere su questi edifici richiederebbe dei costi notevoli" ha detto il team incaricato. Manutenerli e riportarli in vita eroderebbe pian piano la quota di finanziamento destinata alla bonifica. Quindi conviene agire d'astuzia: buttare giù quello che non ha valore storico e che sarebbe costoso tenere in piedi per recuperare gli spazi al fine di destinarli alla cittadinanza.

I piloni ammalorati rilevati dai tecnici

Un luogo di vita

Dietro quest'idea c'è anche un po' di filosofia, perché alla fine l'organizzazione dello spazio non è un lavoro da manovali: gli spazi sono intrisi di memoria, di contraddizioni, di passioni collettive. Nell'idea del team di architetti, sacrificare buona parte delle strutture non significherebbe intaccare la memoria storica che quegli edifici portano con sé, ma restituire un ambiente sicuro alla cittadinanza. Un ambiente di vita che prima era di morte e di malattia.

Anche perché sono proprio gli edifici della "fabbrica della morte", quelli dove gli operai si ammalavano e morivano per l'anilina. Il patrimonio emotivo che portano con sé è qualcosa che i ciriacesi, soprattutto quelli che vivono in località Borche, vivono con molto rispetto, forse pure con un po' di timore. E va approcciata con cautela.

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