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Bettazzi? Woityla avrebbe voluto nominarlo Cardinale...

La verità se l’è portata con sè nella tomba. Si è ritornati a parlarne con l’elevazione di Arrigo Miglio

Bettazzi? Woityla avrebbe voluto nominarlo Cardinale...

Bettazzi e Miglio

Nel giugno del 2022 con  l’annuncio dell’elevazione al cardinalato dell’ex vescovo di Ivrea Arrigo Miglio, non si potè fare a meno di tornare a parlare e scrivere di Luigi Bettazzi, l’Emerito di una piccola diocesi italiana, ma forse per decenni il vescovo più conosciuto in tutti i continenti. 

E c’è anche chi ricordò un’indiscrezione, forse anche solo una voce sussurrata dopo il concistoro del 2003, l’ultimo di Wojtyła.  

In quell’occasione il Papa nominò un cardinale in pectore. Qualcuno la cui identità resta segreta e tale continua ad essere fintanto che il pontefice vive. 

Un nome che può essere svelato solo alla morte del pontefice, ma se quest’ultimo lascia uno scritto a riguardo.  

San Giovanni Paolo II sul cardinale in pectore non disse mai una sola parola e alla sua morte non lasciò alcun documento, almeno pubblico. L’indiscrezione o voce che dir si voglia, riguardava (secondo i più) proprio Luigi Bettazzi. 

Il suo nome comparve in una rosa, in verità non particolarmente ampia, che i vaticanisti dell’epoca avevano individuato di possibili porporati in pectore.  

Due sono le domande che si posero gli esperti della Santa Sede perché mantenere segreto il nome del vescovo di Ivrea e per quale motivo Wojtyła l’avrebbe creato cardinale.  

Sul primo interrogativo le risposte non sono particolarmente complesse e riguardano la sfera dell’opportunità. 

Definito inappropriatamente “vescovo rosso”, la figura dell’Emerito sarebbe stata divisiva in seno alla Chiesa: una nomina che avrebbe suscitato reazioni forti negli ambienti tradizionalisti (ma non ultra tradizionalisti) che in curia avevano rappresentanti in uffici importanti e delicati. 

Dall’altra parte i progressisti avrebbero interpretato la mossa del pontefice come il riconoscimento di una politica ecclesiale fortemente riformatrice e lo scontro tra le due anime della Chiesa sarebbe stato senza esclusione di colpi.  Sui motivi per cui San Giovanni Paolo II avrebbe concesso la porpora a Bettazzi, invece, le considerazioni da fare sono due, e meno lineari, anche perché si fondano sull’interpretazione della volontà di un Papa che su tale questione non si è mai confidato con nessuno, forse solo con il suo confessore.  

In fondo Wojtyła poteva intravedere nell’operato di Bettazzi  una replica di ciò che San Giovanni Paolo II ha compiuto durante la sua vita: come prete, vescovo, cardinale e Papa.  

Wojtyła è stato l’artefice e il protagonista assoluto della caduta del comunismo. Qualcosa di inimmaginabile ed esaltato dalla caduta del Muro di Berlino.  

Wojtyła ha sconfitto il comunismo senza mai essere anticomunista, ma convivendo, dialogando e anche scendendo a compromessi con il regime marxista leninista polacco.  

Se San Giovanni Paolo II ha preso martellate il Muro di Berlino e spezzato la “cortina di ferro”, lo ha fatto senza mai usare il martello.  Altrettanto, in Occidente, si può dire di Bettazzi. 

Lui lo ha fatto usando gli strumenti che aveva a disposizione, un piccolo giornale diocesano (Il Risveglio Popolare) e il prestigio che gli derivava dall’aver ricoperto il ruolo di ausiliare dell’arcivescovo di Bologna, il cardinal Giacomo Lercaro, uno dei più ascoltati padri conciliari durante il Vaticano II. 

Il 6 luglio 1976, quando il Pci aveva ottenuto un successo elettorale senza precedenti e governava Regioni e Comuni importanti, Luigi Bettazzi pubblicò sul suo settimanale la nota lettera aperta a Enrico Berlinguer. 

In essa, non bisogna dimenticarlo, il vescovo di Ivrea sottolineava l’inconciliabilità tra marxismo-leninismo e fede cristiana, condannava le violenze dei regimi comunisti, ma apriva alla collaborazione tra “uomini di buona volontà”.  La risposta di Berlinguer non tardò. Il leader del Pci definì il suo partito “né teista, né antiteista, né ateista”, stravolgendo l’ideologia che fino allora aveva ispirato i comunisti italiani. 

Fu l’inizio di un percorso riformatore nuovo, laico e anti ideologico che cambierà, fino a farla scomparire (quasi del tutto), la tradizione marxista leninista in Italia. 

L’iniziativa di Bettazzi, non bisogna dimenticarlo, era stata preceduta dall’enciclica “Octogesima adveniens”, del 1971, con cui Paolo VI aveva aperto il dibattito sulla pluralità delle scelte politiche dei cattolici. 

Dunque, quella lettera, con tutto ciò che ne è poi derivato e il prestigio che a Bettazzi è sempre stato riconosciuto, tanto da aver ricoperto  informalmente, ma sempre a beneficio della Chiesa, il ruolo di “ambasciatore ombra” del Papa in Paesi difficili dove spesso i Cristiani venivano perseguitati (come Cambogia o Vietnam), sarebbero stati i motivi che avrebbero spinto il Papa a crearlo cardinale in Pectore.  

Ma è inutile farsi illusioni, la verità non la si saprà mai; Wojtyła se l’è portata nella tomba e oggi poco importa dello zucchetto.

Del resto, per lui, come per tutti, parlano le opere che, a ben guardare, la porpora la valgono tutta.

Beppe Alberico

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