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Quando Bettazzi incontrò Veltroni per parlare di Berlinguer

Giugno 2014. Al Teatro Giacosa di Ivrea un evento che finì su tutti i giornali d’Italia...

Quando Bettazzi incontrò Veltroni per parlare di Berlinguer

Luigi Bettazzi

“Enrico Berlinguer, un’idea politica”. Nel giugno del 2014 un evento straordinario al Teatro Giacosa di Ivrea per un convegno, dedicato alla figura di Enrico Berliguer, promosso dall’apposito Comitato, presieduto dall’ex Sindaco di Montalto Dora Renzo Galletto e costituito da 119 firmatari, tra amministratori comunali e figure del panorama istituzionale locale.

E fu un susseguirsi di interventi, di alto livello, partiti dallo storico nonchè ex Sindaco di Brescia Paolo Corsini, che ebbero come punto culminante il dialogo tra Walter Veltroni ed il Vescovo Emerito di Ivrea Luigi Bettazzi.  Gran finale con la proiezione del film, regia dell’ex Sindaco di Roma,:“Quando c’era Berlinguer”.

E con Veltroni non si poteva non discutere anche della  lettera aperta che Bettazzi scrisse a Berlinguer, allora segretario generale del Pci, nel luglio del 1976, e della risposta che ricevette, con le succesive reazioni sull’”Osservatore Romano”.

Un carteggio che fece la storia dei rapporti tra socialismo e cattolicesimo in Italia, portato al Teatro Giacosa come esemplificazione di contenuti e problematiche di quel tempo, sia da un punto di vista politico, sia per la posizione, molto particolare, in cui, come uomo di Chiesa, si trovava Bettazzi.

Nel febbraio del ‘78 Berlinguer affermò che la filosofia del Pc non era una filosofia atea ed il XV congresso presentò rilevanti novità con altre due tesi, la n. 16 e la n. 68: i militanti del Pci non erano più obbligati a riconoscere ed applicare il marxismo-leninismo, cosicchè il programma politico del partito diveniva compatibile con la singola fede religiosa del militante. 

“Nel Pci – rispondeva Berlinguer a Bettazzi - esiste ed opera la volontà non solo di costruire e di far vivere qui in Italia un partito laico e democratico, come tale non teista, non ateista, non antiteista, ma di volere anche, per diretta conseguenza, uno Stato laico e democratico, anch’esso dunque non teista, non ateista, non antiteista”. 

Molti i testimoni di quel tempo, intervenuti al teatro Giacosa: Giorgio Benvenuto, Guido Bodrato, Nerio Nesi, Geatano Rosi. 

La lettera di Bettazzi a Berlinguer e la risposta

Per amore del dialogo. In tempi di guerra fredda e di duro confronto ideologico, non capitava mai che un vescovo e un segretario del più grande partito comunista d’Occidente si scrivessero dialogando pubblicamente anziché scomunicarsi a vicenda. Accadde con l’iniziativa di Luigi Bettazzi vescovo di Ivrea e presidente di Pax Christi, movimento cattolico per la pace. Il 6 luglio 1976 – mosso dall’esperienza conciliare – scrisse una lettera aperta ad Enrico Berlinguer. 

Il segretario del Partico Comunista Italiano attese un anno, ma poi rispose rivelando con la sua lettera quanto fosse cambiata la militanza comunista.

Dialogo aperto

Queste due lettere – esemplari della politica del dialogo di cui anche oggi si avverte il bisogno – sono un esito nell’aggiornamento irradiato da papa Giovanni XXIII che seminò fermenti nuovi nella cultura cattolica e marxista del tempo. Centrale nel concilio Vaticano II fu la categoria del dialogo per un mondo nuovo e tendere all’unità tra popoli e religioni. Lo scambio di lettere Bettazzi-Berlinguer dimostrò già allora che era possibile – contraddicendo una pratica secolare di contrapposizione – dialogare e comprendersi tra ispirazioni ideali diverse. La capacità di ascolto degli altri facilita il cambiamento. Sebbene le condizioni storiche e i due mondi rappresentati (Chiesa cattolica e Partito Comunista) siano modificati in profondità e in parte spariti, queste lettere del primo disgelo dopo la stagione delle scomuniche, restano un esempio magistrale di dialogo tra diversi: dialogare significa modificare anzitutto se stessi, senza la pretesa che siano gli altri a cambiare.

Preoccupazione comune

È un’ottica rovesciata di umanità che fatica tuttora ad affermarsi. Lo si vede nella grande arena ideologica scatenata intorno alla guerra in Ucraina, intenta a valorizzare più i motivi di conflitto che di unità. 

“È per amore di dialogo – spiega il vescovo nelle prime righe della lunga lettera a Berlinguer – che ora mi rivolgo a Lei, e in Lei a tutti coloro che hanno responsabilità nel Suo partito, e in generale a tutti coloro che vi hanno dato adesione, soprattutto col voto… Le sembrerà forse singolare, tanto più dopo le ripetute dichiarazioni dei vescovi italiani, che uno di loro scriva una lettera, sia pure aperta, al Segretario di un partito, come il Suo, che professa esplicitamente l’ideologia marxista, evidentemente inconciliabile con la fede cristiana. Eppure mi sembra che anche questa lettera non si discosti dalla comune preoccupazione per un avvenire dell’Italia più cristiano e più umano”.

La citazione del Papa

Il bene comune giustifica il discorso sulla Chiesa e sul partito che attraversa come un torrente carsico entrambe le lettere. Il vescovo e Berlinguer evidenziano gli aspetti dialoganti esistenti nelle due appartenenze ideali, oscurati dalla lotta politica di piccolo cabotaggio nelle rispettive masse di fedeli. Un’esperienza che non stava portando l’Italia da nessuna parte. 

“Penso – rileva Bettazzia quelli che hanno votato per voi e sono cristiani, e non intendono rinunciare alla loro fede religiosa, che anzi – forse nella sofferenza per la ‘disobbedienza’ alla gerarchia – pensano così di promuovere una società più giusta, più solidale, più partecipata, quindi più cristiana”. 

“Ci sovviene la famosa distinzione che Papa Giovanni faceva nell’Enciclica ‘Pacem in Terris’, tra ‘le false dottrine filosofiche sulla natura, l’origine e il destino del mondo e dell’uomo’ e i ‘movimenti storici a finalità economiche, sociali, culturali e politiche, anche se questi movimenti sono stati originati da quelle dottrine e da esse hanno tratto e traggono tuttora ispirazione… Mi scusi questa lettera, che molti giudicheranno ingenua, e non pochi contraddittoria con la mia qualifica di vescovo. Eppure mi sembra legittimo e doveroso, per un vescovo, aprirsi al dialogo, interessandosi in qualche modo perché si realizzi la giustizia e cresca una più autentica solidarietà tra gli uomini. Il ‘Vangelo’, che il vescovo è chiamato ad annunciare, non costituisce un’alternativa, tanto meno una contrapposizione alla ‘liberazione’ dell’uomo, ma ne dovrebbe costituire l’ispirazione e l’anima”.

La base per un’intesa

“Lei – fu la riposta di Berlinguer pubblicata su Rinascita del 14 ottobre 1977 con il titolo ‘Comunisti e cattolici: chiarezza di principi e basi di un’intesa’ – ha sollevato problemi la cui soluzione positiva è molto importante per l’avvenire della società e dell’Italia, per una serena convivenza fra tutti i nostri concittadini, non credenti e credenti, oltre che, in particolare, per lo sviluppo di quel dialogo, per amore del quale ha pensato di rivolgersi a me, come Lei dice, in quanto segretario del Partito comunista italiano”. Berlinguer chiarisce l’ispirazione ideale del suo partito che poggia sulla “piena e rigorosa laicità”. Ribadisce il patrimonio originario marxista del partito “non accettato e letto dogmaticamente come un testo immutabile”. 

Nel Partito comunista italiano “esiste ed opera la volontà non solo di costruire e di far vivere qui in Italia un partito laico e democratico, come tale non teista, non ateista e non antiteista; ma di volere anche, per diretta conseguenza, uno Stato laico e democratico, anch’esso dunque non teista, non ateista, non antiteista”. 

Lette oggi, queste lettere – seppur datate – certificano la permanente attualità del dialogo per la crescita umana globale sempre ad alto rischio.

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