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16 Luglio 2023 - 14:48
Monsignor Luigi Bettazzi dal palco allestito a Chivasso
“Io credo che questo trovarsi insieme sia quello che conta. A Candia Canavese tutti i vescovi del Piemonte hanno detto la loro preoccupazione per tutte le crisi che stanno facendo diventare la nostra Regione una cavia di come verrà impostata la società.Per salvare l’economia si sacrificano i lavoratori: non c’è sviluppo se non c’è lavoro, se non c’è serenità nelle famiglie e negli ambienti della nostra società”.
Un lungo applauso.
E’ quello che si scatena da piazza della Repubblica, sotto il palco allestito di fronte al Duomo, a Chivasso.
Correva la primavera 1992.
A parlare dal palco è Monsignor Luigi Bettazzi, all’epoca vescovo di Ivrea. La platea è quella degli operai dello stabilimento Lancia, in odore di chiusura, accorsi con le loro famiglie.
Le parole dell'allora Vescovo dalla piazza di Chivasso
Bettazzi si era battuto a lungo al fianco degli operai che protestavano per la notizia della chiusura dello stabilimento della Lancia: marciò, scese in strada, tenne comizi in piazza e davanti allo stabilimento, a sostegno delle famiglie e del lavoro.

La folla di piazza della Repubblica che ascoltava le parole di Monsignor Luigi Bettazzi
“Non c’è sviluppo se non c’è lavoro, se non c’è serenità nelle famiglie e negli ambienti della nostra società”.
Qualche tempo prima, all'inizio degli anni Ottanta, intervenne pubblicamente a sostegno di don Aldo Ottavio, il prete-operaio alla Lancia, licenziato nel 1981 e in seguito processato per frasi giudicate minacciose dai vertici aziendali, pronunciate in seguito all'uccisione da parte delle Brigate Rosse di un capo officina nel 1978.
Il suo impegno per quella e tante altre cause per le famiglie chivassese gli valsero, un anno fa, il conferimento della cittadinanza onoraria da parte dell’amministrazione del sindaco Claudio Castello.
"Teologo lucido e lungimirante, imperterrito difensore della dignità umana, testimone attivo del Concilio Vaticano II, sensibile missionario di pace", lo ha definito il primo cittadino chivassese.
Dal 1967 al 1999 Monsignor Bettazzi ha guidato la diocesi di Ivrea.
"Chivasso fu il mio primo incontro con la diocesi il 15 gennaio 1967 - ha raccontato Bettazzi al Consiglio comunale dell’aprile 2022 quando gli venne conferita la cittadinanza onoraria - mi resi conto subito che questa città avrebbe avuto un ruolo fondamentale. I ricordi mi rendono particolarmente grato per questa cittadinanza onoraria: continuerò a sentirmi cittadino di Chivasso".
Ma non fu solo la Lancia a definire l’impegno sociale del Vescovo.
Monsignor Luigi Bettazzi era infatti già ad Ivrea quando, nella primavera del 1978, alla Olivetti approdò un giovane e rampante Carlo De Benedetti, reduce dai suoi sfortunati cento giorni in Fiat, Monsignor Luigi Bettazzi
Il Vescovo e l’Imprenditore, personalità senza dubbio fuori dall’ordinario, incrociarono i loro destini in una fase cruciale per la storia dell’industria italiana.
All’epoca il Vescovo e l’Imprenditore intrattennero una lunga corrispondenza epistolare che oggi rappresenta un patrimonio di indubbio valore.

L'Imprenditore Carlo De Benedetti
Il processo che fra il 1978 e la metà degli anni Ottanta portò il gruppo fondato da Camillo Olivetti e reso unico dal primogenito Adriano a schivare le procedure fallimentari e diventare una delle principali realtà tecnologiche internazionali è accompagnato infatti “da un rapporto non episodico ma costante, non intimo ma intenso” fra il Vescovo d’Ivrea e il nuovo capitano d’industria.
Un rapporto che proseguirà in qualche modo accompagnando la parabola della Olivetti debenedettiana anche durante la crisi dell’informatica, iniziata alla fine degli anni Ottanta.
Di quella corrispondenza ne citiamo una, la prima lettera, per il significato profondo che conserva.
La prima lettera aperta di Monsignor Bettazzi a Carlo De Benedetti è del 10 ottobre 1979. La pubblicò il Risveglio Popolare, il giornale diocesano.

Monsignor Luigi Bettazzi
Il titolo era una domanda diretta: “Perché più profitto e più tecnologia riducono di 4.500 lavoratori l’Olivetti?”.
Bettazzi considerava la decisione di ridurre il personale per aumentare la produttività e mettere a posto i conti semplicemente inaccettabile.
E lo scrisse senza tanti giri di parole: “La fantasia di chi, per fortune ambientali e per capacità personale, si trova ai vertici di responsabilità collettive – affermava Bettazzi – si esprime molto meglio nel riconoscimento effettivo della dignità umana di tutti i collaboratori, e quindi nella ricerca di forme partecipative, che non nella ripetizione di chiusure settoriali, espressive di svalutazioni umane e alimentatrici di tensioni sociali”.
Parole profetiche. Pensando a quel che accade oggi in tante altre periferie industriali d’Italia.
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