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Truffa alle banche

Bella vita e belle macchine. Con carte d'identità false truffavano le Banche e finiscono indagati per colpa di un cane....

Nei giorni scorsi il pm Ruggero Crupi della DDA di Torino ha chiuso le indagini con 100 indagati e 98 capi di imputazione.

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Ottenere o prendere dei soldi in una banca è cosa difficile. Per tutti, non per loro. Si presentavano in coppia, a volte con consulenti, quasi sempre con carte d’identità contraffatte e si portavano a casa decine di migliaia di euro che poi puntualmente non restituivano.

Tutto comincia grazie ad un cane dell’antidroga: Jackie. Lui, il primo, a fiutare qualcosa di strano in un box alla periferia di Torino e a condurre gli investigatori a dei lingotti d’oro. Scatta l’arresto di un imprenditore. 

Poi il numero degli indagati sale a 4. Quando capiscono di essere stati “scoperti”, cercano di fuggire all’estero ma non ce la fanno. Da qui in avanti i militari individuano la bellezza di 25 società costruite con documenti falsificati. Tutto il resto è scritto nell’ordinanza con cui il pm Ruggero Crupi della DDA di Torino, nei giorni scorsi, ha chiuso le indagini con 100 indagati e 98 capi di imputazione. Tra le righe ci sono passaggi che sembrano usciti dal copione di un film americano, tipo Ocean’s eleven e non è detto che prima o poi qualche regista non lo faccia!

L’indagine, iniziata nel 2019, era approdata nel luglio dello scorso anno in 14 misure cautelari, la denuncia a piede libero di 115 persone e il maxi sequestro di un tesoretto di un milione e 300 mila euro. 

Sotto la lente di ingrandimento quella che il magistrato considera una vera e propria associazione a delinquere composta da 34 persone. Tra le vittime oltre alle banche anche il ministero dello Sviluppo economico (Mise).

Della banda dei 34 facevano parte Stefano Ignazzi e l’ex Bella Tolera del Carnevale del 2002 del Carnevale di Chivasso Rossella Ravizzoli, classe 1974 (difesi dall’avvocato Gianfranco Ferreri), entrambi chivassesi.

Per Stefano Ignazzi l’accusa è di essere stato prestanome in due società, l’Antica Drogheria e l’Ocra Srl, marchi nati per occuparsi di catering e feste attraverso cinque sedi a Torino, Milano e Novara.

Stefano Ignazzi e Rossella Ravizzoli

Un passato da imprenditore nel settore dei trasporti. Erano gli anni Ottanta e a Chivasso, quella di Stefano Ignazzi, era la prima Ferrari che si fosse mai vista in città. Rosso fiammante, sembrava Magnum P.I. Poi i primi guai con la giustizia e la villa di Corso Galileo Ferraris sequestrata nel 2000 e finita tra i beni confiscati dallo Stato.

Al suo fianco una compagna di ben vent’anni più giovane: l’ex Bela Tolera Rossella Ravizzoli, classe 1974, appariscente regina del Carnevale nel 2002 accanto all’Abbà Lorenzo Guida. Una storia di amore e malavita, la loro.

Nel 2012 fa scalpore la notizia che li vede accusati di tentato furto  in una villa di Busignetto a Verolengo,  in via Francese.

Inizialmente si parla dell’abitazione di Valentino Amantea, gambizzato pochi mesi prima. Invece è la casa accanto. Dopo due notti in carcere, però, il magistrato non convalida l’arresto dei due e di loro non si parla più. Sono passati dieci anni e i riflettori si sono riaccesi sulle vite spericolate di Ignazzi e Ravizzoli. 

Di queste sedi, a parte l’ufficio di Torino, le altre non avevano mai aperto i battenti.

Ignazzi risultava socio  e amministratore unico delle due società. Nelle sue mani l’intero capitale sociale.

Per la Procura di Torino si sarebbe trattato solo di un’intestazione fittizia mirata ad eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniale.

In realtà, nella compagine societaria, c’erano l’ex Tolera Rossella Ravizzoli e altri sei soci: Marco Fasano, Enrico Damasio, Simone Marietta, Elio Miegge, Luca Pifferi e Luca Villata.

Stando al castello accusatorio tutti insieme decidevano come gestire le attività e i conti. Una macchinazione costruita, secondo gli inquirenti, per poter riciclare somme  che costituivano profitti delittuosi.

L’Antica Drogheria, nonostante l’apparente volume di affari, era una scatola vuota, priva di una reale struttura.

Secondo gli inquirenti, gli indagati, pur non comparendo ufficialmente, utilizzavano i beni aziendali e fruivano dei relativi proventi, operando come amministratori di fatto e comportandosi come se ne fossero i proprietari.

“Le società, inottemperanti agli obblighi fiscali, sarebbero state in grado di veicolare  al loro interno ingenti somme di denaro derivanti dalle attività truffaldine, garantendo un altissimo tenore di vita” ad Ignazzi, Ravizzoli e a tutti gli altri indagati.

Emerge che l’ex Bela Tolera non avesse un’attività lavorativa dal 2002 e che avrebbe presentato nel 2004 l’ultima dichiarazione dei redditi. Idem Ignazzi che dal 2005 non dichiarava redditi al fisco.

Nel 2022 per Stefano Ignazzi, il magistrato aveva disposto la custodia cautelare in carcere.

Una decisione su cui avevano pesato anche i suoi precedenti penali (per molti dei quali era stato assolto). Per l’ex Tolera Ravizzoli, che, nonostante alcuni precedenti anche specifici, risultava incensurata, erano stati disposti gli arresti domiciliari a San Sebastiano da Po. 

Le contestazioni a Ignazzi & C.

Sono ben setti gli episodi contestati ai danni delle banche. Truffe per circa due milioni di euro. Tre i finanziamenti concessi alle società del gruppo.

l primo da Banca Progetto (250mila euro nel marzo del 2017). 

Un altro dal Monte dei Paschi di Siena (250mila euro nell’ottobre del 2017).

Dall’Unicredit, grazie allo stesso meccanismo dell’intestazione fittizia della società a Ignazi, erano riusciti ad ottenere, invece, finanziamenti e linee di credito per  130.653,23 euro.

E poi c’è un mutuo fondiario  da 400mila euro concesso nell’aprile del 2017 all’Antica Drogheria dalla Banca Popolare di Milano con 374.092,50 euro quale residuo mai restituito.

Ci sarebbero poi le fatture emesse per operazioni inesistenti grazie alle quali la società aveva ottenuto da Banca Ubi anticipi per  123.952,00 euro garantiti per 87.000,00 euro dal Fondo Nazionale di Garanzia (FNG) per le Piccole e Medie Imprese (PMI) del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE). 

Dalla Banca Ifis l’Antica Drogheria era riuscita ad ottenere  anticipi, per  321.721,32 euro sempre su fatture ritenute false dagli inquirenti. 

Infine, 100mila euro di anticipi su false fatture ottenuti dalla Banca Popolare di Milano e 120mila euro dalla Banca Credem. Il copione, sempre lo stesso: le società pagavano qualche rata di ammortamento del debito per poi sparire e risultare inadempienti.

Era stata Banca Ifis a far dichiarare fallita L’Antica Drogheria dal Tribunale ordinario di Torino nel maggio del 2019.

Tra gli indagati spicca anche Pasquale Motta (avvocato Renato Cravero), già arrestato dai carabinieri a luglio 2018 al termine del processo “Casa del Sole” di Favria che aveva coinvolto una società agricola riconducibile all’ex allenatore del Milan Gennaro Gattuso. 

Non avrebbe fatto parte della banda, invece, Piero Speranza (avvocato Celere Spaziante)  in carcere per altri motivi e oggi ritenuto, pur non essendosi mai affiliato, “grande amico” di alcuni personaggi presumibilmente legati ad un costruenda locale di ‘ndrangheta di Ivrea. E’ accusato di riciclaggio e trasferimento fraudolento di valori attraverso il circolo “Lago Just Blu” di Bollengo.

Stando agli inquirenti tra i suoi soci occulti ci sarebbe stato Cesare Scalise (avvocato Luca Fiore), anche lui favriese che però, nel 2017, s’era presentato come Paolo Locatelli, titolare della Enimond srl, società attraverso cui avrebbe pagato fornitori e manutenzioni per circa 28 mila euro.

La Enimond srl di Locatelli (alias Scalise), peraltro, nell’inchiesta viene citata più volte anche per un finanziamento di 300 mila euro strappato alla Banca di Credito Cooperativo di Cherasco garantito per 240 mila euro dal Fondo Nazionale di Garanzia per le piccole e medie imprese.

E poi altri 60 mila euro alla Ubi e, tra gli altri, alla filiale della Banca Sella di Settimo Torinese, sempre con lo stesso stratagemma (foto Scalise, carta d’identità Locatelli) per 209.953 euro anche questi in parte garantiti dal Mise.

La Enimond srl, insomma ricorre spesso e l’identità fittizia di Locatelli (che invece era Scalise) sarebbe stata costruita dall’ex carabiniere di Volpiano Antonio Luigi Mura (avvocato Giuseppe Aghemo) ritenuto dagli inquirenti il falsario dei documenti dell’associazione a delinquere.

Tra le carte d’identità contraffatte da Mura anche una di Stefano Ignazzi con la foto di Elio Miegge per consentire a questi di operare anche in assenza di Ignazzi.

Scalise insieme a Motta sono anche accusati per il noleggio di due Volkswagen dal valore di circa 40mila euro dalla società Leaseplan di Roma, attraverso la Immofice, manomettendo il Gps e non restituendole più ai proprietari. 

Nell’elenco degli indagati si trovano anche: Franco Panuzzo di Feletto (avvocato Luigi Tartaglino) accusato di truffa aggravata dal conseguimento di contributi pubblici perché come amministratore di Kyoto Green energy si sarebbe procurato certificati di efficientamento energetico per interventi mai eseguiti e avrebbe generato false fatture per operazioni inesistenti per ottenere crediti Iva per oltre 8 milioni di euro; Riccardo Faletti di Agliè (avvocata Maria Luisa Rossetti) accusato di aver fatto da prestanome per una delle società, la One apple management, gestita occultamente da Pasquale Motta per riciclare il denaro; Crescenzo D’Alterio di Borgaro Torinese (avvocato Rocco Femia); Martino Farabella di Bianzè (avvocato Fabio Fornarino), Ignazio Ignazzi di Lauriano (avvocato Cristina Scaramozzino), Marco Giorgio Marietta di Caselle (avvocato Fabrizio Michelatti); Oronzo Rizzo residente a Rondissone (avvocato Salvatore Villani); Giuseppe Soldano residente a Settimo Torinese (avvocato Alessio Soldano), Pamela Turcanu residente a San Sebastiano Po (avvocato Armando Francia).

Il precedente

Una raffica di mitra contro la sede dell’ex circolo “Lago Just Blu” a Bollengo.  Trenta colpi esplosi il 1 giugno  2022,  contro l’edificio che si trova in  aperta campagna e già dato a fuoco nell’inverno del 2016. Indagando su questo fatto, i carabinieri hanno composto definitivamente un puzzle da rompicapo.  Riciclaggio, estorsioni, truffe e altro ancora. I protagonisti in negativo di questa vicenda, si evince dalla pagine della lunga ordinanza emessa dal Gip, «interpretavano l’attività delinquenziale, come fosse una vera professione». 

Tutto è cominciato a Settimo Torinese nel 2019 grazie al fiuto del cane Jackie dell’antidroga

Una trentina di società con un  volume d’affari di 250 milioni di euro, 79 conti correnti bancari, otto immobili, sei auto fuori serie e lingotti d’oro per un valore di oltre 2,5 milioni erano stati sequestrati nel febbraio del 2019 dai carabinieri del Comando provinciale di Torino nell’ambito dell’operazione ‘Avatar’.

Un  sequestro preventivo per riciclaggio, auto-riciclaggio e trasferimento fraudolento di valori, disposto da un gip di Torino per colpire al ‘cuore’ la ‘banda dei lingotti d’oro’: un gruppo criminale che stando al castello accusatorio avrebbe gestito una fitta rete di società di comodo, create per mettere a segno truffe, incassare finanziamenti bancari, ottenere rimborsi Iva per operazioni inesistenti, commercializzare certificati energetici.

Sei di loro, titolari di ditte individuali o con partecipazioni societarie, erano finiti in manette. Altre 31 persone erano state invece indagate e a 29 società erano stati messi i sigilli. Tra queste anche l’Hamburgheria di Eataly, marchio estraneo a quel locale in franchising come pure il centro commerciale che lo ospitava a Settimo Torinese. 

La nota catena fondata da Oscar Farinetti, nell’esprimere “amarezza e contrarietà” nel vedere il proprio nome abbinato a una vicenda del genere, fece subito sapere di avere provveduto “alla richiesta di immediata cessazione dell’utilizzo del marchio” oltre a interrompere “qualsivoglia legame di affiliazione commerciale tra il locale di Settimo e la rete di franchising”. L’inchiesta, coordinata dal pm Ruggero Crupi e condotta dai carabinieri del nucleo investigativo di Torino, era scattata proprio dopo l’arresto del titolare dell’Hamburgheria, Giuseppe Soldano, affittuario di un ‘self storage’ di Torino, depositi a lungo termine di merce privata. E’ qui che gli inquirenti avevano trovato lingotti d’oro e denaro contante per 1,3 milioni di euro.

Un vero e proprio tesoro dall’origine misteriosa, trovato durante i controlli per il contrasto al traffico di stupefacente grazie all’eccezionale fiuto del cane antidroga Jackie.

Dalle successive indagini emerse che l’imprenditore faceva parte di un gruppo criminale che, in Italia e all’estero, aveva costituito, a partire da identità telematiche false, società fantasma – Avatar appunto, da cui il nome dell’operazione – per ottenere finanziamenti per milioni di euro. La banda, in sintesi, accumulava ricchezza raggirando lo Stato e le banche e investiva i proventi in oro e immobili all’estero.

Quattro degli imprenditori arrestati  in quei giorni (Elio Miegge, 59 anni, Luca Vittorio Villata, 49 anni, Simone Giorgio Marietta, 40 anni, e Luca Pifferi, 50 anni) vennero fermati nel centro di Torino, mentre cercavano di lasciare la città.

Avevano capito di essere stati scoperti e si erano dati appuntamento davanti a un hotel di corso Vittorio.

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