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"Senza precipitazioni importanti ci sarà la più grande siccità degli ultimi due secoli"

Abbiamo intervistato il meteorologo nolese Andrea Vuolo. Ne è uscita una conversazione su meteo, clima e informazione scientifica

Andrea Vuolo

Andrea Vuolo

Che inverno è stato quello che ci siamo appena lasciati alle spalle? Che conseguenze avrà il progressivo calo delle precipitazioni sul territorio piemontese e, ancor più nello specifico, canavesano? La neve è arrivata ieri, ma non basterà a cambiare il segno di un inverno secco e che non fa presagire nulla di buono.

Abbiamo chiesto così ad Andrea Vuolo un parere scientifico sulla situazione meteorologica del territorio. Andrea Vuolo, lo ricordiamo, è un meteorologo nolese, volto del TG3 e gestore della sua pagina Facebook, dove con puntualità e chiarezza aggiorna i suoi follower sui temi che riguardano la meteorologia.

Quest'intervista, lo specifichiamo, è stata realizzata venerdì 24 febbraio, cioè prima della nevicata di ieri mattina.

Quest'ultimo inverno, che inverno è stato dal punto di vista meteorologico?
Molto secco, con temperature di un grado e mezzo - due gradi sopra la media; adesso vedremo cosa succederà verso la fine di febbraio. Va precisato che in meteorologia l'inverno inizia il 1 dicembre e si conclude l'ultimo giorno di febbraio. Ad ogni modo, a meno che non arrivi un gelo epocale a marzo, quello che abbiamo registrato nuovamente è un inverno molto più caldo della media, anche rispetto all'ultimo trentennio '91-2020, che già di per sé è stato molto caldo. Certo, questo inverno è anche stato un po' più nevoso rispetto allo scorso, e questo ha attenuato il possibile record che altrimenti si sarebbe verificato rispetto all'anno scorso. Non sappiamo se questo possa essere un trend ormai consolidato perché comunque abbiamo a che fare solo con due anni meteorologici e per parlare di clima dobbiamo aspettare un trentennio, ma sicuramente negli ultimi quindici-vent'anni gli inverni stanno diventando sempre più caldi e meno nevosi, soprattutto in pianura e in bassa montagn,a e tra l'altro alternati a fasi siccitore ma anche a fasi molto piovose e molto nevose. Questa è la classica caratteristica del cambiamento climatico.

Apriamo una parentesi: recentemente sui social hai smontato alcune bufale che giravano sul meteo: c'è disinformazione in giro?
Sì, punzecchiavo qualche giornalista di giornali regionali o nazionali. Purtroppo alcuni, magari anche giornalisti, hanno capito che meteo e clima sono argomenti molto sentiti e l'utente medio è molto sensibile alla tematica. Purtroppo, quindi, con l'avvento degli smartphone e delle app accessibili ai non addetti ai lavori è diventata una tematica ricercata e i siti ne approfittano sfruttando l'onda mediatica lucrandoci sopra. Coloro che gestiscono siti dove le informazioni non sono esatte guadagnano tanto, talvolta anche milioni di euro all'anno, speculando sopra la materia, e spesso creano una condizione di allarmismo in cui la gente si ricorda di quello che legge e quando poi c'è davvero da allarmarsi e da adottare misure di protezione civile molte volte le allerte meteorologiche vengono ignorate. E così si contano i morti fulminati in montagna per i temporali estivi, la gente che si trova sotto una valanga o sui ponti mentre ci sono gli alluvioni perché tanto si dice "Eh ma tanto danno l'allerta meteorologica tutti i giorni...". Noi cerchiamo invece di informare e di dare informazioni rigorose, ma mi accorgo che le persone spesso non riescono a scindere il professionista che cerca di informare rispetto a chi lucra soltanto sulla materia. Eppure la tematica è importante, bisognerebbe insegnarla nelle scuole elementari.

Tu peraltro la scorsa settimana sei diventato giornalista.
Sì, ho seguito il consiglio di alcuni colleghi e amici che già da diversi anni mi spronavano a fare questo passaggio, e in più ho visto che la pagina Facebook stava prendendo una bella piega. E così mi sono detto che comunque faccio informazione anche io, anche se su un tema molto di nicchia.

A proposito di giornalismo, abbiamo potuto notare durante la pandemia quanto è diventata importante l'informazione scientifica. Secondo te qual è il suo ruolo?
È una bella domanda: molti miei colleghi scienziati, anche se io non mi ritengo uno scienziato, diventano spesso tuttologi. Io sono un meteorologo ma non mi sento, ad esempio, un climatologo o un glaciologo. Sono tante professioni che lavorano nello stesso ambito ma ogni professionista ha un titolo accademico e un lavoro differenti. Durante il covid i pediatri sono diventati esperti di virologia, ad esempio... ormai coi social network tutti fanno tutto. Credo che il mio lavoro sia importante per cercare di dare una cultura di base alle persone su quello che sta accadendo e che accadrà nei prossimi decenni, ovvero il cambiamento climatico, che la nostra generazione e quella dei nostri figli non si toglierà di dosso facilmente. Purtroppo probabilmente si è raggiunto un processo irreversibile, anche se non ce ne siamo accorti fino in fondo. Adesso in Piemonte si sta parlando di siccità perché inizia a toccarci da vicino, ma del problema la letteratura scientifica parla già dagli anni '90. Dunque il compito del meteorologo che fa comunicazione e informazione è quello di cercare di portare a conoscenza la problematica del cambiamento climatico e di come poi la meteorologia risponde al cambiamento climatico. Meteo e clima, lo ricordiamo, sono due cose distinte. Non ogni singolo fenomeno meteorologico può essere ricondotto al cambiamento climatico. Ad esempio, una grandinata isolata non è di per sé colpa del cambiamento climatico, che invece incide sulla frequenza e sull'intensità delle grandinate. Ovviamente capisco che per i non addetti ai lavori la diversità appaia ostica. E infatti il mio lavoro sui social è quello di cercare di informare su un tema che può essere anche difficile da capire. Ma io ritengo che con piccole infarinature basilari giorno dopo giorno una persona possa imparare anche a capire dove informarsi bene.

Torniamo alle questioni più tecniche. Di fronte a un inverno di questo tipo cosa dobbiamo aspettarci per i mesi successivi? 
Ovviamente fare una previsione è impossibile, ma i modelli stagionali inquadrano una primavera abbastanza piovosa. Questo però non vuol dire che la siccità si concluderebbe di fronte alla pioggia primaverile. Anche perché noi veniamo da anni secchissimi, e quindi arriveremo a un'estate, e sarà la seconda di fila, in cui mancheranno all'appello tra il 40 e il 70% delle precipitazioni a livello regionale e tra il 50 e il 70% a livello locale. Quindi negli ultimi 15 mesi mancano tra i 600 e gli 800 litri di acqua su metro quadrato di superficie. Dovessimo avere una primavera piovosa sicuramente la siccità non si concluderebbe, ma si andrebbe a tamponare una situazione che attualmente è quasi estrema. Se non dovessero invece arrivare quantitativi importanti di precipitazioni, come nevicate abbondantissime in montagna e piogge in pianura, probabilmente le nostre Valli e il nostro territorio risentirà della più grande siccità degli ultimi due secoli. E probabilmente il nostro territorio non è neanche pronto ad affrontare una crisi idrica di questo tipo, perché se già adesso, per esempio, le frazioni dei Comuni montani lontane dagli acquedotti sono senz'acqua, non saranno i temporali estivi a salvarci, perché si tratta di precipitazioni localizzate e di breve durata, e in più i suoli sono talmente secchi che l'acqua non riesce neanche a penetrarci, ed evapora non appena esce il sole. Dobbiamo quindi augurarci una primavera molto piovosa.


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