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Siccità. Il geologo: “Se la situazione non cambia, dovremo ripiegare verso altri tipi di colture”

Siccità. Il geologo: “Se la situazione non cambia, dovremo  ripiegare verso  altri tipi di colture”

Siccità

Paolo Quagliolo è un geologo che opera sul territorio canavesano ed effettua attività di consulenza per amministrazioni comunali ed enti operanti sul territorio. Vive a Volpiano ma ha lo studio a Castellamonte, città dov’è nato e cresciuto. 

Rispetto ad un problema come quello della siccità qual è il ruolo del geologo? 

Il geologo è il tecnico che si occupa dell’idrologia con le sue due  branche: acque di pioggia che scorrono in superficie passando nei corsi d’acqua ed acque che s’infiltrano  nel sottosuolo andando ad alimentare le falde. Queste ultime costituiscono riserve molto preziose quando le piogge sono carenti.

La crescente siccità va attribuita ai cambiamenti climatici?

Il tema è molto complesso e di scala globale: di solito non viene affrontato da un professionista che lavori in un ambito territoriale definito. Di fronte ai mutamenti di clima e di tempo bisogna riuscire a distinguere bene quella che può essere l’evoluzione naturale rispetto all’intervento umano: di cambiamenti radicali ce ne sono sempre stati (in Canavese nel Mesozoico esisteva un bacino oceanico profondo più di 4000 metri). La comunità scientifica si è abbastanza allineata nel ritenere che il fenomeno attuale sia legato alle attività dell’uomo ma ci sono alcuni che lo mettono in  dubbio ed il dibattito è ancora aperto. 

A livello locale quali fattori favoriscono la siccità? 

L’impermeabilizzazione del suolo ostacola l’infiltrazione delle acque: quando piove, invece di penetrare nel terreno ed integrare le riserve sotterranee, scorrono via. Questo è un fenomeno importante. 

Quali sono gli sprechi peggiori e facilmente rimediabili? 

Sono diversi i fattori che determinano gli sprechi. Nelle reti di distribuzione per gli usi potabili, si sa, purtroppo si registrano molti perdite e non rimediarvi è un errore grossissimo. Dall’altra parte noto come si siano andate perdendo pratiche di raccolta e convogliamento dell’acqua piovana che avevano invece grande importanza in passato. 

A cosa si riferisce?

Sto conducendo per conto del Comune di Agliè uno studio-analisi sul reticolato idrografico sia naturale che artificiale ma soprattutto su quest’ultimo. Sono sistemi antichi: la Roggia Ducale di Agliè è di origine medievale, costruita prima del canale di Caluso, che data alla seconda metà del ‘500. Questi canali derivano tutti dall’Orco e prendono il nome dalla località (Caluso, Agliè, San Giorgio) perché ogni comune aveva il suo per cercare di garantirsi l’approvvigionamento. Ora sono tutti uniti e con una sola presa ma in origine non era così. Si tratta di sistemi oggi trascurati: si fa poca manutenzione e quando l’acqua viene distribuita in canali e fossi per l’irrigazione una parte va persa poiché, senza una regolare pulizia periodica, non scorre rapidamente come dovrebbe ma rallenta e a volte addirittura esce, andando a finire dove non serve. 

Per aumentare le riserve idriche, la costruzione di nuove dighe può rappresentare la soluzione? 

Sta mettendo il dito nella piaga… Da una parte parrebbe un gioco: costruiamo dei bacini per fermare l’acqua allo sbocco delle valli alpine  e quando serve apriamo. Tuttavia la valutazione degli effetti che questi invasi producono su ambiente e territorio dev’essere effettuata in maniera corretta e non sotto l’onda dell’emozione, come accade spesso in Italia. C’è siccità? Allora facciamo le dighe. Piove? Tutti se le dimenticano. Questo è sbagliato.  Fra l’altro progettarle oggi significa averle a disposizione fra qualche anno. Occorre studiarne bene le conseguenze e capire se i vantaggi siano superiori agli svantaggi. Il processo decisionale dev’essere razionale e privo di condizionamenti, basato sulla Valutazione di Impatto  Ambientale e coinvolgendo le comunità e gli enti locali. Spesso invece si fanno le cose in maniera non limpida scatenando reazioni negative e paure.

In campo agricolo quali sono gli sprechi maggiori?

Sono molto legati al tipo di colture praticate. Tanto per dire: è risaputo che il mais è altamente esigente ed ha bisogno di tantissima acqua proprio nel periodo di luglio ed agosto, quando la pianta raggiunge il massimo sviluppo, con quelle foglie larghe dalla fortissima traspirazione. Abito in una cascina vicino a Volpiano, dov’è stata diramata un’ordinanza con la quale si vieta l’irrigazione dei prati per lasciare tutta l’acqua a disposizione del mais, che patisce molto di più la siccità. Se il clima continua ad evolversi nell’attuale direzione bisognerà ripensarci e trovare altri tipi di colture. 

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