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"La guerra e il caro energia condizionano il nostro lavoro"

"La guerra e il caro energia condizionano il nostro lavoro"

Con la guerra in Ucraina e la fiammata dei costi dell’energia, i prezzi dei carrelli della spesa si sono appesantiti: a marzo gli oli vegetali sono aumentati del 23,2%, i cereali del 17,1%, lo zucchero del 6,7%, la carne del 4,8% e i lattiero caseari del 2,6% rispetto a febbraio (fonte agi.it). Brutte notizie per gli italiani, imbattibili mangiatori di pasta, ma difficoltà anche per gli agricoltori che a monte della catena alimentare lavorano per farci trovare gli scaffali dei supermercati sempre pieni di roba da mangiare, ma ai quali gli adeguamenti dei prezzi di vendita del loro raccolto non arrivano sempre in modo automatico a seguito dell’aumento dei costi di produzione. 

E nel chivassese le difficoltà le avvertono un po’ tutti. Da Verolengo a San Sebastiano da Po. 

Danilo Savio, agricoltore imprenditore di San Sebastiano commenta: “Questa ondata di aumenti dei prezzi dei prodotti agricoli in realtà è iniziata già un anno fa, in particolare per i cereali di importazione come grano e mais e poi anche per la soia. Una delle cause è stata la Cina che ha cominciato a fare scorte, chissà, forse sapeva in anticipo della guerra. Prima del conflitto il prezzo dell’urea, fertilizzante che impieghiamo normalmente per le nostre coltivazioni, era di 100 euro al quintale, dopo è passato a 120 euro al quintale, nell’ultimo anno è aumentato complessivamente del 175%. Il gasolio agricolo oggi è a 1,2 euro al litro, un anno fa era a 0,5 euro. E’ da un anno almeno che subiamo un aumento generale dei costi che però non è compensato dai prezzi ai quali riusciamo a vendere. Ciò vale anche per la carne: il prezzo del fieno è esploso passando da 10 euro al quintale a 22 euro, a causa della siccità, ma anche le sementi sono aumentate.” Che cosa state facendo per cambiare questa situazione? “Stiamo organizzando dei tavoli di lavoro ma il problema fondamentale dell’agricoltore è che non fa il prezzo di vendita. Occorre anche considerare un altro fattore, quello della deperibilità dei prodotti per cui il contadino è costretto a vendere nel momento in cui la merce si rende disponibile, in particolare frutta e ortaggi. Questo limita l’imposizione di aumenti e i nostri compratori lo sanno”. 

La Coldiretti, in un articolo pubblicato a fine marzo nella sezione Economia del suo sito, dichiarava che sono quasi centomila le aziende agricole che rischiano di chiudere a causa dell’ascesa incontenibile dei costi di produzione che superano il guadagno riconosciuto agli agricoltori e agli allevatori. Più di un’azienda agricola su dieci, si legge sempre in questo articolo, è in una situazione così critica da arrivare a cessare l’attività. 

Quali sono allora le strategie a cui i contadini possono ricorrere per proteggersi? Ci risponde Giancarlo Chiesa, Segretario della Coldiretti per la zona di Chivasso e Caluso: “L’agricoltura è un settore primario che oltre ai rischi tipici dell’imprenditore deve fronteggiare anche quelli legati all’incertezza del clima, ma è l’unico settore che non riesce a determinare il prezzo di vendita finale delle sue merci. A luglio l’agricoltore miete il grano ma non sa a quanto lo venderà, il prezzo è stabilito altrove, a Chicago sul mercato delle commodities, quindi c’è incertezza sugli incassi. In generale, i prezzi sono bloccati: nel settore della carne l’allevatore riceve un prezzo pari a 4 euro al chilo, il consumatore la paga circa 20 euro, situazione che costringe i proprietari delle aziende allevatrici a vendere gli animali poco produttivi per non doverli mantenere alimentandoli con costi sempre maggiori. La possibile soluzione risiede nei cosiddetti contratti di filiera che consente di tutelare maggiormente il guadagno di tutti gli attori coinvolti: un esempio di successo è quello del “gran dij bric”, filiera del grano della collina chivassese nata dalla collaborazione tra la Coldiretti e il Molino di Casalborgone e che adotta come riferimento il prezzo del grano stabilito nel bollettino della Camera di Commercio di Torino. Un altro caso è quello della filiera per il latte Inalpi a cui partecipa anche Ferrero e che consente di indicizzare i prezzi di vendita ai costi di produzione. Nei contratti di filiera occorre il coinvolgimento della componente industriale che decide di legarsi al territorio, i grandi gruppi come Barilla, Ferrero e altri hanno capito che questa è la strada per garantire la vitalità dell’intero sistema.”

 

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