ATTUALITA'. Quante volte sentiamo in Tv le lagne di grossi imprenditori della ristorazione come Alessandro Borghese o Massimo Bottura? Si lamentano di tutto: pochi contributi ricevuti durante il covid, assenza di ragazzi che abbiano voglia di lavorare, difficoltà economiche.
Molto spesso sono solo lamentele prive di fondamento. Lo dicono i fatti: nel comparto della ristorazione i salari sono bassi, i tempi determinati la fanno da padrone e il lavoro nero dilaga più che in altri settori. Le difficoltà quindi ci sono, è vero, ma più per i lavoratori che per chi ha tre o quattro ristoranti.
"Su circa 200 aziende [della risotrazione] controllate solo il giorno di Ferragosto - spiega la Filcams CGIL sulla base dei dati forniti dal "Rapporto sull'economia non osservata" - su tutto il territorio nazionale, il 70% è risultato irregolare, una percentuale che non cala a fronte di oltre 10mila controlli effettuati nei mesi estivi. Sette aziende su dieci hanno visto la presenza di lavoratori in nero, con violazioni in materia di busta paga e di tracciabilità dei pagamenti con irregolarità in merito alla sicurezza del lavoro, a forme spurie di cooperative, agli orari di lavoro, all'illecita somministrazione di manodopera e ai trattamenti contrattuali applicati ai lavoratori".
Non proprio una situazione gratificante. La pensa così anche Umberto Radin, segretario generale della Filcams Torino.
La sua lettura della situazione ruota tutta attorno all'instabilità dei contratti collettivi nazionali. "Si pensa che i contratti nazionali di lavoro non siano più un elemento che regolamenta il rapporto tra dipendenti e datori" dice.
Nel contesto di questa deregolamentazione, "gli imprenditori del settore della ristorazione si servono spesso di stage e di altre forme di sfruttamento, perché di quello si tratta... gli stage non hanno nulla di lontanamente formativo".
Queste condizioni di lavoro hanno anche un loro correlato ideologico: "Gli imprenditori se la cavano parlando dell'importanza della gavetta, e quindi se hai studiato da cuoco puoi cominciare a lavare i piatti. Ma quella non è formazione".
Semmai, si tratta di un modo per abbassare il costo medio della forza lavoro: "Abbiamo chiari esempi - dice - di aziende importanti in cui i ragazzi che fanno l'alternanza scuola lavoro vengono usati come sostituzione della forza lavoro regolare. Andrebbero invece mantenute due o tre formule di assunzione, tra cui l’apprendistato, ed andrebbero eliminate le altre".
Tornando ai contratti collettivi, la soluzione è solo una: "Vanno applicati, e bisogna rinnovarli quando scadono. Invece oggi succede spesso che anche se un contratto dura tre anni viene rinnovato dopo sei o sette. E magari questo avviene perché le parti datoriali non vogliono rinnovare. Oppure succede che, come negli ultimi anni, i contratti nazionali proliferino. Il problema è che per la maggior parte sono farlocchi, e questo genera il fenomeno del dumping. Solo nel settore delle mense e del turismo ci sono quaranta contratti nazionali".
Il dumping consiste nel mancato rispetto delle leggi in materia di sicurezza, diritti del lavoratore e tutela ambientale, che consente a un'impresa di ridurre i costi di produzione e quindi di vendere le proprie merci a prezzi molto più bassi di quelli di mercato.
Ma perché ci sono così tanti contratti? "In Italia - spiega Radin - manca una legge sulla rappresentanza. Siamo in un contesto in cui quattro soggetti datoriali possono associarsi, trovare un'associazione di origine sindacale e scrivere un contratto nazionale... ma non c'è nessuno che vada a misurare la rappresentanza di queste due associazioni firmatarie".
Se invece le associazioni datoriali tergiversano prima di firmare dei contratti che magari sono meno vantaggiosi al fine di ricavare margini di profitto elevati, "bisogna intervenire sanzionandole. Ma serve una legge che oggi non c'è".
Un problema derivato da questa situazione di deregolamentazione o di regolamentazione posticcia è il lavoro sommerso, già accennato in precedenza, oltre che l'aumento illecito dell'orario di lavoro. "Se un contratto stabilisce che devo lavorare otto ore ma poi ne lavoro quattordici, quindici o sedici magari in nero, è assurdo che il mio datore di lavoro faccia poi il pesce in barile rilasciando dichiarazioni per dire che non trova personale".
E proprio per impedire che queste situazioni di sfruttamento si verifichino "la politica dovrebbe implementare i servizi di vigilanza e di controllo, perché se non ho ispettori del lavoro che possono circolare come faccio a controllare se c'è del nero da qualche parte?".
Va ricordata una cosa: lavoratori salariati e proprietari non sono sullo stesso piano, e tra loro vige un rapporto di forza impari: "Per questo - spiega Radin - esistono i contratti collettivi: per normare questa situazione diseguale. Altrimenti basterebbe il codice civile. Ma se i contratti collettivi non ci sono o sono deboli, vince il più forte".
E così, invece di applicare o rinnovare i contratti collettivi, si preferiscono forme quali i contratti a tempo determinato (che costituiscono il 50% di questo settore) e quelli part time (80%). "Ma questa precarizzazione esistenziale, dal punto di vista sindacale, è un problema, perché questi contratti sono individuali, e non permettono l'esistenza di una condizione unificante che accomuni i problemi e che favorisca l'organizzazione sindacale, che per definizione è un'organizzazione collettiva" spiega il sindacalista.
Anche da qui, oltre che da innumerevoli altri fattori storico-politici, si origina la perdita di parte del potere contrattuale dei sindacati.
Al di là di queste considerazioni, Radin è sicuro di una cosa: "Retribuite bene e in regola e le persone a lavorare ci vengono!". Già, perché poi il problema sta tutto lì. A questo proposito potrebbe aiutare l'introduzione del salario minimo?
"Secondo me sì - spiega Radin - perché favorirebbe un livellamento in positivo e i contratti nazionali ne trarrebbero beneficio".
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