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23 Gennaio 2022 - 19:54
Michela Dal Bello
Il 21 gennaio scorso, presso la parrocchia di Sant’Antonio Abate di Aramengo, si sono tenuti i funerali della giovane Michela Dal Bello. La storia di Michela è nota; è stato proprio il papà Franco a raccontarcela - in questi 8 anni in cui Michela giaceva in coma - attraverso i giornali, ma anche personalmente, durante un suo intervenuto al convegno “Libera scelta sulla fine vita.
Testamento biologico e donazione organi”, organizzato dall’assessore al welfare Claudio Moretti il 3 dicembre 2021 a Chivasso, la città di origine della famiglia Dal Bello. Una storia che ha dell’incredibile, perché – si potrebbe dire - Michela è vissuta due volte: a 17 anni entrò in coma in seguito ad un brutto incidente e dopo 20 giorni si era risvegliata. Dopo un lungo periodo di riabilitazione il ritorno alla normalità e l’apertura di un’attività commerciale a Chivasso.
Nel 2013 però, all’età di 27 anni, la cicatrice della tracheotomia che le venne praticata dieci anni prima, a causa dell’incidente, si ingrossò. Sopraggiunse una grave infezione che la fece cadere nuovamente in coma, questa volta irreversibile. Oggi “Michela Dal Bello ha vinto la sua battaglia. Dopo più di 8 anni di inutili sofferenze ha potuto lasciare il suo letto-bara e volare via libera”, riporta il manifesto funebre, che termina con “Un sentito ringraziamento all’Associazione Luca Coscioni, in particolare nelle persone di Filomena Gallo e Mina Shett Welby per la grande umanità che diffondono a coloro che sono in sofferenza”.
Sono parole che evidenziano la grande tenacia e risolutezza di Franco Dal Bello, impegnato da 8 lunghi anni nella battaglia per l’autodeterminazione nelle scelte del fine vita e per l’eutanasia legale, perché «Lei non avrebbe mai voluto rimanere in questa situazione – aveva sottolineato più il padre – avendo già avuto l’esperienza precedente, sapeva cosa voleva dire. La medicina ha fatto grandi progressi, ma non può sostituirsi alla natura».
Marco Riva CambrinoQuesta vicenda, umanamente così toccante, spinge a una profonda riflessione su due tematiche importanti come il testamento biologico e l’eutanasia.
Approfondiamo gli argomenti con Marco Riva Cambrino, responsabile del comitato chivassese sul referendum per l’eutanasia legale.
Da quanto tempo in Italia si dibatte sul fine vita?
“Sul fine vita il dibattito politico è aperto ed attuale, in Italia, da più di 37 anni. Dal 1987, quando il deputato socialista Loris Fortuna presentò la proposta di legge sull’eutanasia passiva, ossia la sospensione di un trattamento medico vitale. Da allora ci sono state tante vicende private di sofferenza, altre pubbliche, dove le persone hanno usato il loro corpo per arrivare al cuore della politica, riaccendere l’attenzione ed il dibattito sul fine vita, come Eluana Englaro ed il padre Beppino e Piergiorgio Welby, fino ad arrivare alle vicende più recenti di Fabiano Antoniani (DJ Fabo) e Davide Trentini”.
Quando ha avuto inizio il tuo impegno politico per la legalizzazione dell’eutanasia?
“Sono impegnato in prima persona sul tema della legalizzazione dell’eutanasia dal 2013, con la raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare sull’eutanasia legale ma, personalmente, sono interessato e rifletto sull’argomento da molto prima, da quando la famiglia Englaro ha iniziato la sua battaglia per Eluana”.
Legalizzare l’eutanasia implica la liberà di decidere della propria vita?
“Con la legalizzazione dell’eutanasia ci sarebbe più libertà per tutti perché nessuno sarebbe obbligato in un senso o in un altro e ognuno sarebbe libero di decidere e vivere la propria vita, anche le fasi finali, secondo le proprie convinzioni e credenza, senza imposizione da parte di nessuno, senza prepotenza e violenza. Adesso, invece, una parte impone le propri convinzioni a tutti, non consentendo l’autodeterminazione dell’individuo, prepotentemente e violentemente: prendendo in prestito le parole di saluto di Pergiorgio Welby, fanno della tortura infinita il mezzo, lo strumento obbligato di realizzazione o di difesa dei loro valori. Vorrei aggiungere che una società più ricca di diritti lo è per tutti, i diritti si sommano, non si sottraggono”.
Nonostante le molteplici e dettagliate spiegazioni date in merito al fine vita c’è ancora dello scetticismo, come mai?
“Molti affermano che se passasse il referendum una persona lasciata dalla fidanzata potrebbe chiedere ed ottenere di morire legalmente ma chi lo afferma o non sa di cosa sta parlando o è in malafede, perché se si è incapaci di intendere e volere, anche solo temporaneamente, la legge non lo consente. Già ora l’incapacità è motivo di nullità, anche di semplici contratti di compravendita, si pensi, ad esempio, al caso Flick. (Giovanni Maria Flick, giurista e politico italiano, ha recentemente dichiarato che, con l’approvazione del referendum, una persona in forte depressione potrebbe chiedere ad un amico di ‘spingere il grilletto’ per darsi la morte. Tale affermazione è stata confutata giuridicamente dagli avvocati Gallo e Berardo, dell’Associazione Luca Coscioni, ndr.)
Qual è l’excursus storico del referendum?
“Il referendum sull’eutanasia legale sarà l’ultimo tassello dei diritti sul fine vita: l’eutanasia attiva. Poiché già dal 2017, con la legge 219 è possibile per i cittadini depositare le DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento), ossia il testamento biologico e con la sentenza 242 del 2019 la Corte Costituzionale, dopo aver invano ripetutamente sollecitato ed atteso che il Parlamento legiferasse in materia, prendendo atto dell’incapacità manifesta, ha reso legale, formalmente, l’eutanasia passiva in quanto le sentenze della Corte Costituzionale hanno valore di legge, sono immediatamente applicative e non necessitano di una legge. Vi sono due cittadini, purtroppo, che attendono da decine di mesi che le ASL competenti, avendo i requisiti previsti dalla sentenza della Corte Costituzionale, consentano loro l’esercizio del diritto di autodeterminazione: per alcuni diritti, in Italia, non esiste la certezza materiale ed effettiva (vedi anche l’interruzione volontaria di gravidanza)”.
Cosa comporta, invece, il testamento biologico?
“Con il testamento biologico una persona può decidere anche per quando sarà in uno stato di incapacità a comunicare le sue scelte su quali sono i trattamenti sanitari a cui non vorrà sottoporsi, sulla volontà di interrompere trattamenti in corso e evitare accanimento terapeutico, con garanzia di cure palliative e sedazione. Come si suol dire “ora per allora”. Le Disposizioni Anticipate di Trattamento sono anche un atto d’amore verso chi resta perché li si solleva da scelte non facili e dolorose in un momento già tragico. Quindi, il mio consiglio è di compilarle e depositarle in Comune, dopo essersi documentati, averci riflettuto e discusso anche con il proprio medico”.
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