“Non ci sono più le mezze stagioni” è il titolo di una campagna lanciata dall’Associazione di cooperazione internazionale LVIA nel 2019 per raccogliere fondi a favore delle famiglie del nord del Kenya, vittime del cambiamento climatico e della desertificazione crescente nell’area.
Sul volantino dell’iniziativa una donna del posto ha alle sue spalle le crepe della terra provocate dalla siccità. Più a nord, dalle nostre parti, forse la terra non si apre ancora per la mancanza di acqua ma qualche segnale del clima che cambia ci sta arrivando e forse le mezze stagioni stanno sfumando davvero, insieme alla nebbia che avvolgeva noi padani nel mese di gennaio. Nella stagione che stiamo vivendo mi pare, guardandomi intorno, che il cambio di colore degli alberi, o “foliage” come lo chiamano le agenzie di viaggi in cerca di nuovi clienti, sia arrivato più tardi rispetto al passato e che sia durato di meno.
L’estate che abbiamo appena superato ha fatto sudare più del solito, come quella prima e quella prima ancora, e si è estesa ben oltre il 21 settembre. Come stanno influendo questi mutamenti sull’agricoltura? Chi lavora nei campi percepisce prima e più intensamente il cambiamento della natura che lo circonda.
Alcuni imprenditori agricoli locali ce ne danno un riscontro che in alcuni casi è impietoso: “Gli eventi climatici disastrosi sono aumentati”, commenta Giovanni Pelizza, uno dei titolari dell’Azienda agricola Gazzelli di San Sebastiano, “alcuni colleghi nel 2021 hanno perso fino all’80-90% della loro produzione, inoltre quest’anno con il mais abbiamo avuto una resa di 20 quintali a giornata quando l’anno scorso avevamo circa 50 quintali a giornata. E ancora, sempre quest’anno il primo taglio di fieno è stato piuttosto scarso a causa della gelata inaspettata di aprile, così il prezzo del fieno sul mercato è aumentato. Le piogge eccessive nel periodo di fioritura compromettono il raccolto e potrei fare ancora altri esempi.” Noti un impatto anche sugli animali? “Certo, ho notato ad esempio parassiti che in passato non si vedevano, come pidocchi giganti, abbiamo anche dovuto fare un trattamento alle nostre mucche che avevano cominciato a grattarsi strofinandosi continuamente contro i tronchi delle piante.” Credi che le istituzioni stiano facendo abbastanza nei confronti del mutamento climatico? “Tecnicamente si stanno selezionando varietà di colture sempre più resistenti alla siccità, in questo siamo assistiti dall’Università di Agraria, ma in generale si sta sottovalutando la questione, il clima negli ultimi dieci anni non è più lo stesso, tra noi agricoltori ne parliamo spesso”.
Giovanni Pochettino, titolare dell’azienda “Tenuta Pochettino” di San Raffaele, coltiva riso carnaroli su una distesa di 110 ettari, una delle più grandi risicolture della provincia di Torino. Gli chiedo se ha notato cambiamenti nella sua attività a causa del riscaldamento globale, senza esitare mi risponde: “Certo, i terreni innanzitutto sono meno inzuppati perché le fonti sorgive si sono abbassate. La raccolta del riso inoltre avviene già a partire da settembre mentre in passato si attaccava solo a fine ottobre per arrivare fino a novembre e anche a dicembre. Si stanno diffondendo varietà di riso cosiddette a ciclo corto che in passato venivano scartate perché non davano una buona qualità, adesso invece sono prese in considerazione perché adatte al nuovo ciclo termico”. Un altro settore che sta soffrendo è quello delle api e della produzione del miele. Su questi operosi insetti incombe ormai da tempo il rischio di estinzione.
Tra le cause ci sono l’uso dei pesticidi ma anche il mutamento climatico prodotto dall’uomo. Maria Condo, proprietaria dell’omonima azienda di apicoltura di Castelrosso che conta circa centoventi arnie (in passato ne aveva trecento), produce miele da più di quarant’anni e ha visto il cambiamento passare sotto i propri occhi: “A causa della gelata di inizio maggio quest’anno la produzione di miele di acacia è stata praticamente pari a zero, mentre l’anno scorso, per dare un’idea, ne avevamo prodotto circa quaranta/cinquanta quintali. Oltre a queste bizzarrìe del tempo, le api non riescono più ad alimentarsi come prima perché il caldo torrido brucia il nettare dentro i fiori, tanto che siamo costretti ad alimentarle noi, con un liquido a base di glucosio, con lo zucchero a velo e con proteine. E’ incredibile vedere le api che girano a vuoto senza più poter lavorare ma questa è la realtà”. Considerando che dalle api dipende il 70% dell’impollinazione di tutte le specie vegetali è subito evidente il rischio della loro scomparsa dalla Terra. Eppure, la folle corsa verso il surriscaldamento del nostro pianeta continua, nonostante la Cop 26 (ossia la XXVI Convenzione dell’ONU sui cambiamenti climatici) appena conclusa e le fragili promesse dei leader di tutto il mondo, dai quali, come recita il mantra di Greta Thunberg, arriva solo un confuso “bla bla bla”.
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