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IVREA. Anche la quarta inchiesta sulla cella acquario del carcere di Ivrea passa a Torino

IVREA. Anche la quarta inchiesta sulla cella acquario del carcere di Ivrea passa a Torino

Carcere di Ivrea

Quattro inchieste aperte dalla Procura di Ivrea in merito a presunti pestaggi avvenuti in carcere a Ivrea tra il 2015 e il 2016. Tre di queste, mesi or sono, erano state “avocate” dalla Procura generale di Torino che aveva accolto il ricorso presentato dall’associazione Antigone e dal garante dei detenuti eporediese Paola Perinetto.  In tribunale a Ivrea ne restava una, la quarta, riguardante la repressione avvenuta tra il 25 e il 26 ottobre 2016. La notizia di queste ore e che dopo due richieste di archiviazione,  la Procura di Torino ha avocato a sé anche questo fascicolo, aperto in seguito ad una denuncia dell'allora garante del Comune Armando Micalizza. Aveva raccolto alcune confidenze dei detenuti e  le aveva messe nero su bianco in un esposto. L'inchiesta ricomincia dalla cella "Acquario" situata al piano terreno, vicino all’infermeria. E sono storie di pestaggi, all'interno di una stanza con pareti lisce, una sorta di sala d’attesa senza panca, senza riscaldamento e con le finestre oscurate. Vengono accompagnati qui dei detenuti anche in quelle giornate di fine ottobre per sedare una protesta. Ne parlavano tutti. Non se l’erano sognata. Lo scriverà subito dopo e a chiare lettere anche il  Garante Nazionale: l’acquario c’era. Per quei fatti si era svolta, nel febbraio dello scorso anno, un’udienza in tribunale a Ivrea durante la quale la Procura aveva chiesto l’archiviazione, il Garante Comunale si era opposto e il gip Stefania Cugge aveva dato loro ragione disponendo altri sei mesi di indagini e accogliendo così le richieste dell’avvocato Maria Luisa Rossetti. Da una parte gli esposti dei detenuti sui pestaggi subiti, dall’altra  gli agenti  che dicevano di vivere in condizioni disumane. Finita qui? No! Agli atti una lettera, con nomi e cognomi, inviata dal detenuto Matteo Palo di Chivasso ai Radicali e pubblicata sul sito infoaut.org.  Ultima fermata di un calvario cominciato con la protesta del 14 ottobre dello stesso anno organizzata per richiedere un televisore in cella. E’ il racconto di chi si era ritrovato ostaggio di 3 o 4 agenti. E’ la disperazione che sale di notte, quando la direttrice non c’è. “Poi toccò a me. Di colpo aprirono il blindo e con un getto di acqua gelata di idrante mi stordirono e entrarono in tre o quattro velocemente in cella, mi buttarono per terra ammanettandomi e mi diedero nei costati dei colpi di manganello, poi mi tirarono su e nel tragitto verso l’infermeria, nei corridoi e per quattro piani di scale, presi schiaffi e manate in testa, finché non venni lasciato, credo qualche ora, chiuso senza vestiti, nell’Acquario al piano terra”. Si dirà: “Tutto falso..”. “E’ solo scivolato, caduto!”. Ma sul referto, il medico che quella sera lo visitò, scriverà che la caduta da lui descritta “non era compatibile con le lesioni  riscontrate…”. Le inchieste eporediesi L’istanza di avocazione dei fascicoli aperti a Ivrea  alla Procura generale della Repubblica di Torino, firmata del garante dei detenuti e dall’avvocato Maria Luisa Rossetti, risale allo scorso mese di febbraio 2020, quando a Torino scoppiò il caso “Vallette”.  “Contrariamente a quanto si sosteneva in una richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Ivrea – scrivevano Saluzzo e Lupacchiotti della Procura generale di Torino – è presente documentazione medica in ordine alle lesioni riportate da un detenuto giunto in infermeria per essere medicato per escoriazioni e sanguinamento nasale e che presentava numerose escoriazioni su gambe, braccia e polsi (manette) e che ha riferito di essere stato immobilizzato a trasportato di peso da alcuni agenti di polizia penitenziaria. Nessuna indagine è stata svolta per circostanziare i fatti e i maltrattamenti con riguardo”. Già questa estate la Procura di Torino si lamentava che sui pestaggi che vanno dal 7 al 17 agosto 2015  “le uniche indagini svolte si erano concretizzate nell’acquisizione, presso la Casa circondariale di Ivrea, del registro delle sanzioni disciplinari, da cui risultava che il detenuto era stato sottoposto a isolamento, in esecuzione di quanto deliberato dalla direzione della casa circondariale di Vercelli, dunque, in mancanza di qualsiasi indagine volta a fissare il quando del pestaggio asseritamente patito dal detenuto…”. Il dito era puntato sul Procuratore capo di Ivrea Giuseppe Ferrando che  “per lo svolgimento delle indagini si era avvalso della Polizia penitenziaria del carcere di Ivrea, alla quale appartengono gli indagati e le persone che, in virtù degli esiti di tali indagini, avrebbero potuto essere indagate”. Come base di partenza la relazione ufficiale del Garante nazionale  Emilia Rossi. Dopo una visita a Ivrea confermò il racconto delle vittime: “Gli agenti fecero ingresso nella stanza di uno di loro lanciando il getto dell’idrante sul pavimento interno e lo presero violentemente a schiaffi e pugni sul viso e sulla testa e, quando era scivolato a terra, a colpi di manganello sul costato”. Lo stesso racconto è riportato anche dall’associazione Antigone e sulla pagina web infout.org, sulla quale altri detenuti scrissero: “Noi qui stiamo testimoniando tutto quello che è accaduto, poteva esserci un altro caso Cucchi, addirittura più accentuato e che avrebbe coinvolto altre persone”. Il carcere di Ivrea Dopo la scandalo di Santa Maria Capua a Vetere (52 misure cautelari per violenze nei confronti dei detenuti) gli occhi sono puntati anche sul carcere di Ivrea. Il 30 giugno scorso, a fronte di una capienza di 194 posti i detenuti ospitati erano 239 di cui 75 stranieri. Non troppi considerando che nel novembre dello scorso anno erano 277 e lo scorso anno di questi tempi 251. I dati sono stati forniti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. L’istituto è diviso oin 4 piani, in ciascuno dei quali vi è una sezione detentiva suddivisa in due semi-sezioni. Ogni semi-sezione può ospitare fino ad un massimo di 44 persone. Le celle sono aperte dalle 9.00 alle 19.30 ma vengono chiuse durante i pasti. Al piano terra sono ubicati l’infermeria, 6 celle singole adibite a isolamento sanitario e disciplinare oltre a 4 celle per la domiciliazione preventiva di quanti giungono dalla libertà o le persone destinate ad altri istituti di pena. Tre di queste sono dotate di due posti letto; la quarta è ricavata dall’unione di 2 celle, può ospitare fino a 5 persone ed è dotata di ambiente wc comprensivo di doccia. Al primo piano vi sono due semi sezioni: in una sono ospitate le persone con reati comuni e nell’altra le persone giudicabili o appellanti. Al secondo piano le due semi sezioni ospitano persone detenute semi protette (per lo più con reati a sfondo sessuale) e le persone con condanna all’ergastolo (che viene riferito essere presenti in gran numero). Al terzo piano vi sono due semi sezioni che ospitano le persone con condanna definitiva, i lavoranti e gli studenti; attualmente in una semi sezione sono ospitate anche le persone giudicabili quando non vi è più posto al primo piano. Al quarto piano una semi sezione ospita persone che fruiscono dell’articolo 21(10 presenti) e della semi libertà (3 presenti e 1 in licenza ); l’altra detenuti transessuali (3 presenti) . Nell’istituto è presente anche la sezione staccata dei collaboratori di giustizia (attualmente 11 persone presenti) anch’essa a regime aperto. Le celle, che sono ubicate al primo piano, sono singole dotate di locale wc separato; una di queste , utilizzata anche per la domiciliazione preventiva è dotata anche di doccia. Il locale docce è in comune e si trova al piano terra dove sono ubicate anche la cucina e la biblioteca. Più nel dettaglio, di come si sta lì dentro, molto si riesce ad apprendere dal sito dell’associazione Antigone. “L’istituto, costruito negli anni ‘80, presenta problematiche di vario genere – scrivono – Quelle strutturali sono tipiche degli istituti costruiti in quegli anni: le camere di pernottamento non garantiscono i 3 metri quadri calpestabili a persona, non sono dotate di acqua calda né di doccia. Nei locali docce le pareti presentano muffe nonostante siano soggette ad imbiancatura annuale....". Si aggiungono gli spazi per cucinare in condizioni igieniche discutibili ricavati a fianco dei lavandini e gli arredi degradati. Infine non è sempre assicurata la separazione dei giovani adulti dagli adulti veri e propri. Antigone segnala l’esistenza di una saletta adibita all’occorrenza al culto ortodosso e a quello dei Testimoni di Geova peccato che non ci sia alcun Imam. Peraltro pure il sacerdote cattolico  non è più entrato in istituto a causa della pandemia. Nel Quinto Dossier sulle “criticità strutturali degli istituti penitenziari piemontesi”, nella parte riguardante Ivrea e preparata, la scorsa primavera, dal Garante comunale Paola Perinetto  si aggiunge che per 10 giorni l’impianto per il riscaldamento non ha funzionato. Che le finestre, ormai decrepite, non riescono a fermare gli spifferi o a bloccare all’esterno l’acqua quando piove controvento.  Che piove anche al secondo piano perché il tetto non regge più. E poi si racconta dell’umidità, delle muffe, del campo da calcio inutilizzabile in autunno e in inverno, delle recinzione arrugginite e pericolanti, dell’impianto di videosorveglianza che c’è ma solo per metà.
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