Succedeva esattamente 75 anni fa. Correva il 4 agosto del 1946 e, a Bologna, nella festa di san Domenico, il cardinal Giovanni Battista Nasalli Rocca di Corneliano ordinava sacerdote il giovane 23enne, Luigi Bettazzi.Per celebrarli Bettazzi, nato a Treviso il 26 novembre del 1923, ha voluto tornare a Bologna nella stessa cappella del Rosario prospiciente all’Arca di San Domenico, ove ricevette la sacra ordinazione. “Una messa di ringraziamento al Signore - ha detto - per avermi chiamato, per avermi assistito, per avermi sempre perdonato di nuovo a ogni sbaglio che ho fatto”.
A salutarlo c’erano il cardinale Matteo Maria Zuppi, monsignor Arrigo Miglio che è stato suo successore ad Ivrea e ora è emerito di Cagliari, Roberto Farinella vescovo di Biella e originario di Ivrea, il vescovo emerito di Pinerolo Pier Giorgio Debernardi, giù vicario generale di Bettazzi a Ivrea, e altri sacerdoti eporediesi. Tra i presenti anche il sindaco di Bologna Virginio Merola.Bettazzi ultimo vescovo ancora in vita ad aver partecipato al Concilio Vaticano II, è stato per 3 anni ausiliare di Bologna col cardinal Lercaro, per 32 anni, dal 26 novembre del 1966, vescovo di Ivrea e, infine, per 22 e fino ad oggi, vescovo emerito.
Con una lettera al quotidiano Avvenire, a ricordare un altro Bettazzi ci ha pensato monsignor Arrigo Miglio. "Altro rispetto al vescovo conosciuto soprattutto per l’immagine trasmessa dai media e legata ad alcuni suoi gesti e scritti, comprese numerose sue pubblicazioni, che hanno fatto cogliere soprattutto il personaggio pubblico, meno il pastore e l’uomo che, giunto in una regione a lui sconosciuta – il Piemonte –, vi si è incarnato con entusiasmo e continua a viverci con grande amore da oltre mezzo secolo».Miglio ha svelato che «quando il 15 gennaio del ’67 giunse il 43enne vescovo Luigi a sostituire monsignor Mensa, trasferito a Vercelli, fu subito chiaro che i ritmi sarebbero cambiati. Le prime auto del nuovo vescovo non ebbero vita lunga: la 500, la 600, la 850, nonostante la buona volontà dei meccanici. Continue le visite alle parrocchie, ma ciò che ha sempre colpito tutti è stata la sua vicinanza a tutti i preti ammalati e anziani (50 anni fa eravamo 300 preti) e la vicinanza a quanti vivevano in casa con loro, genitori e familiari. Abituati allo schema della visita del vescovo ogni 5 anni, quando un parroco della Valchiusella disse al vecchio padre ammalato che era venuto il vescovo per salutarlo, la reazione fu: “Diavolo! Non è possibile”, ovviamente in dialetto stretto, e la risposta del Vescovo fu: «Tranquillo, non sono il diavolo», anche questa in dialetto, un po’ meno stretto. Questo ritmo durò per tutti i 32 anni, nonostante gli impegni di Pax Cristi nazionale e internazionale».
E infine «Ciò che mi preme dire è che sempre abbiamo ricevuto una testimonianza al tempo stesso di grande “parresìa” e di fedeltà piena alla Chiesa e a Pietro. Il rapporto sviluppatosi con san Giovanni Paolo II ne è buona testimonianza. E se una cosa mi ha fatto talvolta soffrire in ambiente ecclesiastico è stata propria l’ombra del sospetto da parte di chi non lo conosceva bene, forse a motivo dei luoghi comuni o forse perché talora si ritiene più virtuoso il silenzio accomodante rispetto al confronto leale, anche se critico».
Di sicuro c'è che nella sua vita Bettazzi è stato davvero molte cose. Nominato nel 1968 presidente nazionale di Pax Christi, movimento cattolico internazionale per la pace, nel 1978 ne diventa presidente internazionale, fino al 1985 vincendo per i suoi meriti il Premio Internazionale dell'Unesco per l'Educazione alla Pace. È una delle figure di riferimento per il dialogo con i non credenti e per il movimento pacifista.
Nel 1978, insieme al vescovo rosminiano Clemente Riva e al vescovo Alberto Ablondi, chiese alla Curia romana di potersi offrire prigioniero in cambio del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro rapito dalle Brigate Rosse. La richiesta, tuttavia, venne fermamente respinta.
Divenne celebre per lo scambio di lettere con il segretario del Partito Comunista Enrico Berlinguer, per le quali fu aspramente criticato, "sul rapporto fra la conciliabilità o meno della fede religiosa con l’ideologia marxista. Uno scambio fondamentale per la cultura politica italiana, dato che all’interno di esso Berlinguer formula la famosa definizione del Pci come partito «né teista, né antiteista, né ateista». (...)
Il 10 ottobre 1979 fa avere a CarloDe Benedetti il testo di una lettera aperta pubblicata, quello stesso giorno, sul «Risveglio Popolare», il settimanale diocesano (...) Il titolo della lettera aperta è: «Perché più profitto e più tecnologia riducono di 4.500 lavoratori l’Olivetti?». (...). All'indice la decisione di ridurre il personale per aumentare la produttività dell’impresa e mettere in salvo i conti.
Celebre anche per le sue battaglie per l'obiezione fiscale alle spese militari a sostegno dell'obiezione di coscienza quando ancora si rischiava il carcere.
Nel 1992 partecipa alla marcia pacifista organizzata dai Beati costruttori di pace e Pax Christi insieme a Mons. Antonio Bello nel mezzo della guerra civile in Bosnia ed Erzegovina.
Nel 2007 dichiarò pubblicamente che la sua coscienza gli imponeva di disobbedire e che era favorevole al riconoscimento delle unioni civili, i DICO, sostenendo le iniziative del governo Prodi e riconoscendo alle coppie omosessuali un fondamento d'amore equiparato a quelle eterosessuali.[
Nell'aprile 2015 dichiara in un'intervista che, circa «l'omosessualità: la questione del sesso va studiata, emancipandosi dai neoplatonici che facevano coincidere sesso e decadenza dello spirito. Perché non espressione dello spirito umano? È noto che mi pronunciai in favore dei Dico, il riconoscimento delle unioni civili».
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