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18 Gennaio 2021 - 17:11
deposito nazionale
Il 5 gennaio scorso è stata pubblicata da Sogin, con un ritardo di cinque anni (il nulla osta ministeriale non arrivava mai...), la Cnapi, Carta delle aree potenzialmente idonee ad ospitare il Deposito Nazionale per il materiale radioattivo. La pubblicazione è un passaggio espressamente previsto dalla legge (il decreto legislativo n. 31 del 2010) e dal Programma Nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi, in un percorso che prevede un periodo di 60 giorni per la consultazione pubblica e la presentazione di osservazioni in vista del Seminario Nazionale; in quella sede - con enti locali, associazioni di categoria, sindacati, università ed enti di ricerca - saranno esaminati tutti gli aspetti legati al deposito, dalla sicurezza all’economia. In base ai risultati del Seminario Nazionale, Sogin aggiornerà la Cnapi; la Carta verrà nuovamente sottoposta ai pareri dei Ministeri dello Sviluppo Economico, dell’Ambiente e delle Infrastrutture, e dell’ente di controllo Isin. Dopo queste valutazioni si predisporrà la versione definitiva del documento: la Cnai, la Carta Nazionale delle Aree Idonee.
La legge del 2010 prevede quindi 60 giorni per la presentazione delle osservazioni alla Cnapi, ma «un emendamento che potesse allungare i tempi di confronto» sarebbe «visto di buon occhio» dal ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. Anzi, ha detto Costa in sede di replica in una audizione parlamentare: «appoggerei l’emendamento». Del resto, con il via libera dato assieme al collega dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli alla pubblicazione della Cnapi, Costa ha chiarito di non aver fatto «null’altro che applicare e desecretare qualcosa previsto da una legge del 2010: è un fatto meramente tecnico».
L’annuncio di Costa ha provocato immediatamente le reazioni delle forze politiche. La Lega rivendica «vittoria», perchè - dice la deputata Vannia Gava, capo dipartimento Ambiente del partito e sottosegretario all’Ambiente nel Governo Conte 1 - «Costa ha accettato la nostra proposta di dare più tempo a tutte le istituzioni» per partecipare attivamente alla consultazione sul deposito. La reazione dell’attuale sottosegretario all’Ambiente Roberto Morassut (Pd) non si è fatta attendere: «La Lega chiede trasparenza? Meglio tardi che mai. È surreale - ha detto Morassut - che la Gava, che nel precedente Governo «ha tenuto nel cassetto a prendere polvere la Cnapi, oggi attacchi il ministero dell’Ambiente per l’avvio di un percorso trasparente e partecipato, che porterà all’individuazione del sito unico di stoccaggio dei rifiuti nucleari oggi sparsi su tutto il territorio nazionale».
Perché è necessario costruire un Deposito Nazionale?
Il Deposito Nazionale è necessario per smaltire i rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività, attualmente stoccati in depositi temporanei, presenti nei siti degli impianti nucleari disattivati. Al Deposito Nazionale confluiranno anche i rifiuti attualmente stoccati in depositi temporanei che provengono da fonte non energetica, ossia quelli derivanti dalla ricerca, dall’industria e dalla medicina nucleare, che continuano ad essere prodotti anche in Italia, come in tutti gli altri Paesi evoluti.
Oggi, al contrario di quanto accade in molti altri Paesi, non esiste ancora in Italia una struttura centralizzata in cui sistemare in modo definitivo i rifiuti radioattivi. La sua disponibilità permetterà di smaltire definitivamente tutti i rifiuti radioattivi italiani e di completare il decommissioning degli impianti nucleari, così da poter restituire i siti che li ospitano privi di vincoli radiologici. La realizzazione del Deposito Nazionale consentirà all’Italia di allinearsi a quei Paesi che da tempo hanno in esercizio sul proprio territorio depositi analoghi, o che li stanno costruendo, rispettando così gli impegni etico-politici nei confronti dell’Unione Europea. Il progetto comprende anche la realizzazione di un Parco Tecnologico.
Perché deve essere costruito in Italia?
L’Unione Europea (art. 4 della Direttiva 2011/70) prevede che la sistemazione definitiva dei rifiuti radioattivi avvenga nello Stato membro in cui sono stati generati. La maggior parte dei Paesi europei si è dotata o si sta dotando di depositi per mettere in sicurezza i propri rifiuti a molto bassa e bassa attività. Per sistemare definitivamente i rifiuti a media e alta attività, alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia, hanno la possibilità di studiare la localizzazione di un deposito profondo (geologico) comune in Europa allo scopo di fruire dei potenziali vantaggi di una soluzione ottimizzata in termini di quantità di rifiuti, costi e tempi di realizzazione.
Perché non smaltire i rifiuti radioattivi nei depositi già esistenti negli impianti nucleari?
Né i depositi temporanei né i siti che li ospitano sono idonei alla sistemazione definitiva dei rifiuti radioattivi. Infatti i depositi temporanei presenti nelle installazioni nucleari italiane attualmente in fase di smantellamento sono strutture con una vita di progetto di circa 50 anni, in conformità alla normativa tecnica nazionale ed internazionale in materia, volta alla garanzia della sicurezza dei depositi stessi, riguardo ai lavoratori, alla popolazione e all’ambiente. Progressivamente stanno esaurendo le loro capacità ricettive e in un futuro prossimo dovranno essere, oltre che costantemente mantenuti a norma, ampliati o raddoppiati.
Per lo smaltimento definitivo è necessario un deposito dotato di barriere ingegneristiche che, in un sito idoneo (definito dai criteri di localizzazione indicati nella Guida Tecnica n. 29) possano garantire l’isolamento dei rifiuti radioattivi dall’ambiente fino al decadimento della radioattività a livelli tali da risultare trascurabili per la salute dell’uomo e per l’ambiente.
Perché serve al settore sanitario, all’industria e alla ricerca?
Il settore sanitario produce rifiuti radioattivi nell’ambito della diagnostica, della terapia e della ricerca medica. La maggior parte di questi rifiuti radioattivi, quelli a vita molto breve, dopo lo stoccaggio in depositi temporanei (per mesi o al massimo pochi anni), saranno smaltiti come rifiuti convenzionali, in quanto non rappresenteranno più un rischio dal punto di vista radiologico. La restante parte, costituita dai rifiuti a molto bassa, bassa, media e alta attività sarà conferita invece al Deposito Nazionale.
In diverse attività industriali si utilizzano sorgenti radioattive sigillate, cioè materie radioattive racchiuse in un involucro protettivo, le cui radiazioni vengono impiegate, ad esempio, per verificare le saldature e ricercare i difetti in componenti meccanici, per sterilizzare alimenti, per misurare spessori, per calibrare strumenti e per il bilanciamento di superfici mobili.
In particolare, nel settore biomolecolare, tali radioisotopi sono impiegati in operazioni, utili alla sperimentazione di nuovi processi.
Vengono inoltre svolte attività di radioanalisi e di marcature di mokecole organiche nel settore ambientale e in quello della ricerca biologica e biomedica.
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