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Il virus accentua le disuguaglianze: si salvano (per ora) solo i “garantiti”. Chi ha lo stipendio assicurato e chi invece si dispera

Lasciamo perdere i negazionisti, quelli che ovunque - sui social, soprattutto - negano la pericolosità del virus o quantomeno la minimizzano, dicono che non è vero che gli ospedali sono in difficoltà, che i numeri di “positivi” e di decessi sono gonfiati, che gli asintomatici non sono contagiosi, che le ambulanze girano vuote per fare scena, eccetera: costoro, se ne sono così convinti, dovrebbero firmare - anziché l’autocertificazione per circolare anche col lockdown - un modulo in cui scrivono “siccome penso che sia tutta una montatura, in caso di contagio mi impegno a non chiamare il medico e a non andare in ospedale”. E tra sei mesi ci vediamo (forse). Lasciamo perdere questi, dunque. Ma tra coloro che stanno protestando contro i provvedimenti del Governo e delle Regioni, la quasi totalità sono i “non garantiti”: commercianti, imprenditori, liberi professionisti, ma anche dipendenti e precari del settore privato. Coloro, insomma, che - a differenza dei dipendenti statali o parastatali - se non lavorano... a fine mese lo stipendio non lo prendono. I decreti e le ordinanze anti-Covid, infatti, hanno chiuso - temporaneamente, ci si augura - o limitato fortemente molte attività: dalla ristorazione al commercio al piccolo artigianato, dallo sport (palestre, scuole calcio, ecc.) alla cultura (musei, teatri, musica), al turismo, a tutta la galassia dei “servizi” del settore privato. Milioni di persone che, come già questa primavera, sono “ferme” e senza un reddito. Lo Stato sta intervenendo - parzialmente, in ritardo e non ovunque - con ristori, contributi e sussidi, che però non raggiungono tutte le categorie e in molti casi non saranno sufficienti a preservare le attività fino al dopo pandemia. Ecco quindi comparire gli striscioni “Non moriremo di Covid ma moriremo di fame”.

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I colleghi della cronaca nera e gli appassionati di letteratura poliziesca sanno bene cos’è il luminol: un composto chimico utilizzato dalla polizia scientifica per mettere in evidenza, sulla scena del crimine, eventuali tracce di sangue invisibili ad occhio nudo. Ebbene: questa pandemia agisce, per il nostro sguardo sulla società, come il luminol nella casa del delitto. Le disuguaglianze tra garantiti e non garantiti non sono cosa nuova, ma il Covid le ha portate alla luce e, purtroppo, le aumenta e le aggrava. Una distinzione sociale che è in atto fin dal secolo scorso e che la crisi sta acuendo in modo drammatico e rapidissimo, dividendo la popolazione tra sommersi e salvati. Non è tanto questione di “padroni” e “dipendenti”: nel settore dell’imprenditoria privata non è in difficoltà solo il titolare dell’impresa, ma tutti i lavoratori: se chiude il ristorante, il titolare resta a casa ma i cuochi e i camerieri rischiano di non prendere lo stipendio e, alla lunga, di perdere il posto di lavoro. Se invece una biblioteca pubblica è chiusa, stanno a casa tutti - dal direttore all’ultimo bibliotecario -, ma tutti sono sicuri di ricevere comunque lo stipendio. Rispetto all’era ante-Covid, ai dipendenti pubblici non è cambiata molto la vita a livello economico: anche se gli osservatori più attenti già avvertono che se la vacca (il Paese nel suo complesso) deperisce, fra qualche tempo ci sarà poco da mungere anche per loro. La differenza che sta aumentando, quindi, è quella - semplificando: poi occorre fare ulteriori distinzioni - tra pubblico e privato. Mentre una volta poteva essere una differenza solo tra comparti che avevano la garanzia del posto di lavoro e altri più o meno precari, ora ci troviamo di fronte a settori (il pubblico impiego) che sono abbastanza o completamente assicurati, e ad altri che non sono più semplicemente precari: vanno verso la piena disoccupazione. Quelli che prima erano garantiti ora lo sono ancora di più, e quelli che lo erano poco... adesso lo sono ancora meno. C’è poi, nel privato, un discrimine anche tra settori. Alcuni - come le multinazionali dell’e-commerce, dell’informatica, del pay-per-view e dei big data - vedono aumentare i propri profitti, mentre quelli degli esercizi commerciali, dell’artigianato, della piccola-media industria sono in grande sofferenza.

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Finora il Governo è intervenuto con sussidi e ammortizzatori sociali (prolungamento della cassa integrazione, blocco dei licenziamenti, ecc.), che però possono reggere solo per qualche mese. Manca però una una complessiva politica economica: una politica di redistribuzione del reddito, una politica sociale e fiscale che tenga conto dell’aggravio delle differenziazioni e degli squilibri. Certo: ciò significa un maggior intervento dello Stato nell’economia, un “togliere ai ricchi per dare ai poveri”. Ma a ben guardare oggi, a scendere in piazza chiedendo aiuto allo Stato, sono proprio i “liberisti” che hanno un’attività imprenditoriale, uno studio da professionista, un negozio o un ristorante, e che ben prima del lockdown hanno visto crollare redditi e fatturati. Un intervento statale che andrebbe fatto non aumentando il debito, ma con politiche di redistribuzione adeguate; con investimenti - anziché in grandi opere inutili, o utili solo a qualche “prenditore” - in formazione vera, scuola e ricerca, innovazione, riduzione dei consumi di materia e di energia. Fortunatamente poi, di fondo, c’è la solidarietà: laica, cattolica, personale, familiare; l’aiuto reciproco, il mutuo soccorso che con silenzio e discrezione è ancora il vero collante di questo Paese.

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Infine c’è da notare che alcune violente manifestazioni di piazza dei giorni scorsi hanno rivelato - a chi ancora non se rendeva conto - che nel Paese cova un serbatoio di benzina sociale, di frustrazione e risentimento; una caduta di prospettiva e un’assenza di speranze, soprattutto fra i più giovani, che sono cresciute sottotraccia non nei mesi della pandemia ma nei decenni del declino urbano, della morte sociale delle aree interne e delle periferie, nella decomposizione dei gruppi sociali e famigliari. E la storia ci insegna che a un certo punto gli esclusi, quelli che non ce la fanno più, se sono tanti e disperati fanno le rivoluzioni.
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