Fabio Fazio e Lidia Maksymowicz. Al centro la caratteristica "Tofeja" di Castellamonte
Una "tofeja" di Castellamonte per Fabio Fazio a "Che tempo che fa...". L'ha portata un'ospite speciale, Lidia Maksymowicz. A pochi giorni dalla giornata internazionale dell'Olocausto, ha portato con se l'autobiografia "La bambina che non sapeva odiare".
Aveva 3 anni di età quando venne deportata ad Auschwitz-Birkenau e, dopo la liberazione dal lager, dovette attendere altri 17 anni prima di ritrovare i suoi genitori.
E’ la storia di Lidia Maksymowicz, la cittadina polacca che sabato 22 gennaio è stata ospite a Cuorgnè, dove ha presentato il libro “70072 La bambina che non sapeva odiare”, scritto insieme all’italiano Paolo Rodari con prefazione di Papa Francesco. La sera successiva è stata intervistata da Fabio Fazio a “Che Tempo che fa...” e nei prossimi giorni verrà ricevuta per la seconda volta dal pontefice.
Come mai la signora Maksymovicz era a Cuorgnè?
Non è la prima volta che visita queste zone: è stata invitata altre volte dell’associazione “La Memoria Viva” di Castellamonte, che ha promosso un docu-film sulla sua storia, girato fra il Canavese, Torino, la Valle d’Aosta e la Polonia.
Non è un caso che abbia portato in dono a Fazio una “tofeja”, le caratteristiche pentole in ceramica tipiche della cittadina canavesana, ed un’altra” tofeja” - bianca come la veste papale ma spezzata in due parti - la regalerà al Papa.
La Città della Ceramica si è trovata in questo modo ad essere citata in una trasmissione televisiva di grande successo, anche se il conduttore l’ha chiamata “Castelmonte”.
Nell’ex-chiesa della Trinità di Cuorgnè, piena quanto lo consentivano le norme anti-Covid, Lidia Maksymowicz è stata accolta dal sindaco Giovanna Cresto, dal vicesindaco Giovanni Crisapulli, dalla Comandante della Polizia Municipale Linuccia Amore, dal Comandante della Compagnia di Ivrea dei Carabinieri e da quello della Stazione di Cuorgnè.
A presentarla il giornalista Elso Merlo di “La Memoria Viva” e a porgerle omaggio due esponenti dell’A.N.P.I.: il segretario della sezione cuorgnatese Aldo Fenoglio e la segretaria del Coordinamento regionale Valentina Rizzi, intervenuta anche in rappresentanza della Segretaria provinciale, che le hanno consegnato la tessera di Socia “ad Honorem” dell’A.N.P.I. di Cuorgnè. Intorno al tavolo dei relatori, dove la signora Maksymowicz sedeva accanto alla traduttrice ed al sindaco, gironzolava Anastasia, la bambina che nel film ha interpretato lei bambina.
Come dice il titolo del libro, una delle caratteristiche che saltano agli occhi in questa storia è l’incapacità dell’ex-deportata di odiare i suoi carnefici: “Odiando avrei sofferto molto di più” – ha detto. E’ un tratto che l’accomuna ad altri ex-deportati famosi, come la senatrice a vita Liliana Segre, che ha più volte raccontato come avesse a lungo desiderato di uccidere il comandante del campo ma, trovatasi nella situazione di poterlo fare, vi rinunciò e da quel momento si sentì libera. E’ un segno dell’infinita superiorità morale delle vittime indifese rispetto ai loro aguzzini.
La storia di Lidia Maksymowicz, simile purtroppo ad un’infinità di altre, si distingue per due caratteristiche: la prima è che, fra i bambini imprigionati nei lager nazisti, è quella sopravvissuta più a lungo. La seconda che, a differenza di tanti altri, i suoi genitori si salvarono ma riuscirono a ritrovarla soltanto 17 anni dopo la liberazione.
Entrata ad Auschwitz nel novembre 1943, riuscì a sopravvivere per tredici mesi a quelle condizioni di vita spaventose ed agli esperimenti del dottor Mengele. Le conseguenze di quell’esperienza hanno ovviamente lasciato un segno pesante ma non le hanno impedito di costruirsi un’esistenza normale. “Non conoscevo altra realtà che quella, non potevo pensare che ne esistessero altre – ha spiegato – e per molto tempo continua a comportarmi come una prigioniera ed a nascondere il cibo: ancor oggi per me avere riserve di generi alimentari mi è indispensabile”. Dopo il trauma iniziale della separazione dai genitori, che è uno dei suoi ricordi più vivi, fu una dura prova non ritrovarli: continuò a domandarsi perché sua madre l’avesse abbandonata fino a quando, finalmente ritrovatesi, seppe che non aveva mai smesso di cercarla. “Quando mi disse <Non è colpa mia> - ha raccontato – finalmente smisi di tormentarmi e sentii di amarla”.
Com’era stata possibile questa separazione? Prima di partire per la “Marcia della Morte” verso Bergen Belsen,) la madre di Lidia era riuscita a sottrarla alla soppressione cui erano destinati i bambini di Mengele avvolgendola in un straccio e consegnandola ad un inserviente che si prestò (e non era scontato) a riportarla nella baracca. A trovarla fu un’altra deportata, che la prese con sé e l’allevò insieme al marito come fosse sua figlia.
I genitori naturai la cercarono inutilmente ma nel paese sbagliato: quando le truppe alleate si ricongiunsero a Bergen Belsen le dissero infatti che tutti i bambini senza genitori erano stati portati negli orfanatrofi sovietici. Così tornarono in patria cercandola a vuoto. Soltanto nel 1962, grazie alla Croce Rossa tedesca, scoprirono la verità.
La ragazza si trovò così ad avere due famiglie e a dover scegliere in quale vivere ma rimase in Polonia: “Era quello il mio paese, nell’altro non avrei potuto vivere: non me lo ricordavo più”. Con la madre si vedevano quando possibile. Tutti gli anni, in occasione del 27 gennaio, poteva far parte della delegazione russa che rimaneva in Polonia per una settimana e ne approfittava per rimaner con la figlia.
Lidia Maksymowicz lavora attivamente per mantenere viva la memoria di quel che è avvenuto ed Il libro è il coronamento di questo lavoro. L’impulso a scriverlo le è venuto dopo il primo incontro con Papa Francesco: “Quando il francescano che mi accompagnava gli ha mostrato il numero tatuato sul mio braccio – ha spiegato - si è chinato e lo ha baciato Ho capito che con quel gesto stava baciando tutti i bambini morti nei campi e sono giunta alla conclusione che dovevo dar loro voce. Le testimonianze sui lager sono tutte di adulti, non s parla mai dei bambini perché non avevano la forza di parlare. Il vaticanista Paolo Rodari mi ha proposto di collaborare e così è stato”.
Di fronte alla recrudescenza sempre più inquietante di movimenti neonazisti, nazionalisti, razzisti, dice: “Penso a come fossero pessime le condizioni morali della nazione creò questi posti, dove si uccidevano anche i bambini. Eppure era una nazione che aveva dato al mondo tanti compositori, filosofi, scienziati. Sono giunta alla conclusione che chi odia soffre più di chi è odiato. Sono molto grata ai miei genitori adottivi, che mi hanno dato il loro cognome e si sono occupati così tanto di me. Sono ancora la stessa bambina che non sapeva odiare”.
L’incontro, breve ma intenso, ha provocato molta commozione fra i presenti, a cominciare dal sindaco, che si è bloccata per le lacrime all’inizio del suo discorso, ottenendo l’applaudo del pubblico. Quando ha ripreso a parlare, ha spiegato che la registrazione dell’incontro sarebbe stata presto visibile sulla Pagina Facebook del Comune e che sarebbe stata consegnata agli insegnanti delle Scuole Primarie e della Secondaria di Cuorgnè: “Avremmo voluto che i ragazzi fossero presenti qui oggi ma non è stato possibile a causa della Pandemia”.
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