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Cuba soffoca, Ivrea scende in piazza

Una ottantina di persone in corteo da piazza Balla a piazza Ferruccio: interventi, racconti diretti dall’isola e un messaggio chiaro — “Cuba non è una minaccia”

E poi arriva il sabato e per quelli del "Comitato per la pace di Ivrea" sono 215 presidi. Un numero che, da solo, racconta la tenacia di un impegno che non si spegne, la fedeltà a un’idea di mondo che rifiuta la guerra come destino e l’ingiustizia come normalità. Questa volta con gli occhi puntati su Cuba.

In piazza Balla ci si arriva un po’ alla spicciolata. Niente effetti speciali, nessuna scenografia costruita: cartelli sotto braccio, striscioni arrotolati, qualche bandiera. Una presenza che cresce piano, come spesso accade a queste iniziative. Alla fine saranno una ottantina.

C’è musica, quella che appartiene a una certa storia: "Comandante Che Guevara" tra le altre. Non è nostalgia, è linguaggio condiviso. Un modo per riconoscersi. E per dire subito da che parte si sta.

Ad aprire gli interventi è Cadigia Perini che mette subito il tema al centro: Cuba, sì, ma non solo. La storia dell’isola riletta dentro un quadro più ampio, che tiene insieme guerre, tensioni internazionali, Gaza. Il filo è chiaro: non esistono crisi isolate, esiste un sistema che le produce.

Andrea Martino legge l’appello dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba. Il testo è diretto, senza troppi giri di parole. Si parla di blocco energetico, di sanzioni, di blackout, di una vita quotidiana sempre più difficile. Ma soprattutto si insiste su un punto: a pagare non sono i governi, sono le persone. I più fragili, prima di tutti.

Una frase resta lì, sospesa ma molto concreta: “Cuba non è una minaccia”.

A colpire, nel lungo elenco dei firmatari non è soltanto il prestigio dei nomi – da Adolfo Pérez Esquivel a Carlo Rovelli, da Fiorella Mannoia a Moni Ovadia, da Padre Alex Zanotelli a Stefania Maurizi, da Zerocalcare a Vinicio Capossela – ma il fatto che intorno a Cuba si sia raccolto un fronte vasto, plurale, umano, capace di attraversare mondi diversi. Segno che qui non si tratta di una questione ideologica ridotta a nostalgie o appartenenze, ma di un principio elementare: non si può affamare un popolo per piegarlo.

Poi si parte. Il corteo prende via Palestro e si sposta verso piazza Ferruccio Nazionale. N 

In piazza Ferruccio Nazionale, Pierangelo Monti allarga subito il campo. Cuba diventa un caso emblematico, ma non unico. Si parla di rapporti di forza, di politica internazionale, di guerra come strumento. Vengono citati altri scenari: Venezuela, Medio Oriente, Palestina.

Il ragionamento è lineare: le logiche sono le stesse, cambiano i contesti. E dentro questo quadro entra anche l’Europa, descritta come poco autonoma, spesso allineata, poco incisiva. Monti insiste anche su un altro punto: il costo della guerra, non solo in termini umani ma anche economici. E chiama in causa i cittadini: votare, partecipare, manifestare, non restare spettatori.

Cadigia Perini, legge un testo  con numeri, dati, conseguenze: pazienti in attesa di cure, bambini malati, ospedali in difficoltà. Il blocco non è una parola astratta, ma qualcosa che si traduce in mancanza di farmaci, di energia, di servizi essenziali.

A dare ancora più peso alla discussione arrivano le letture di Luca Oliveri e Giorgio Franco: Let Cuba Breathe. Dentro c’è la voce di chi a Cuba c’è stato davvero, con una missione di aiuti. Ugo Bolognesi lo ricorda chiaramente: durante il Covid i medici cubani sono arrivati anche in Italia. Oggi il senso è restituire quella solidarietà.

Poi c’è il racconto di Fiodor Verzola. Qui il livello cambia. Non più analisi, ma esperienza diretta. Blackout lunghi, ospedali in difficoltà, città rallentate. L’Avana descritta come sospesa. Non è un’immagine costruita: è quello che vede chi è lì.

Laura Rocchietta leggendo i testi inviati da Letizia Carluccio con le testimonianze di Raffaella e Andrea di Torino. Si entra negli ospedali, nei centri di ricerca, nelle scuole. Il racconto dell’Hermanos Ameijeiras è netto: struttura importante, ma senza materiali sufficienti. E poi il Centro di Immunologia Molecolare: ricerca avanzata, ma con mezzi ridotti. Una contraddizione evidente.

Nei loro racconti c’è anche altro: scuole, progetti sociali, reti di quartiere. Una società in difficoltà, ma non ferma.

Fabrizio Zanotti e Vanessa, aggiungono notizie di prima mano e il quadro che ne viene fuori è forse il più spietato: una situazione peggiore del periodo especial degli anni Novanta, montagne di immondizia nelle strade dell’Avana per mancanza di carburante, epidemie, zanzare, virus, ospedali pieni, apagones fino a venti o ventuno ore al giorno. “En la edad de la piedra”, dicono i cubani: tornati all’età della pietra. Impossibile conservare il cibo, impossibile vivere con un minimo di normalità, impossibile curarsi. E sullo sfondo la stanchezza, la frustrazione, l’incertezza, il desiderio di cambiamento senza sapere in quale forma potrebbe arrivare. È forse questa la tragedia più feroce dell’assedio: costringere un popolo a scegliere tra l’umiliazione e la fame, tra la speranza e il collasso.

Gianni Ambrosio ribadisce la posizione della Cgil e la preoccupazione per una possibile crisi umanitaria. Silvio Conte legge un passaggio di Fidel Castro, riportando il discorso su una prospettiva storica più ampia. Paola Capra segnala l’appuntamento del 18 aprile con Naim Abu Saif. Laura Gambotto porta un ricordo personale di Cuba, legato più alle persone che alla politica: la capacità di condividere anche il poco.

Il 215° presidio non cambia gli equilibri del mondo, ovviamente. Ma tiene insieme alcune cose che spesso restano separate: informazione, testimonianza, presa di posizione. E soprattutto prova a non normalizzare quello che sta succedendo.

In tempi in cui molte crisi scorrono via senza lasciare traccia, anche questo conta.

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