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Ivrea denuncia: “L’Italia dice che vuole la pace ma sta lavorando in appoggio all'aviazione americana”

A Ivrea la 210ª edizione del presidio per la pace: denunce contro guerre, riarmo e ipocrisie politiche, accusa all'uso delle basi italiane e proposte concrete tra iniziative culturali e mobilitazioni.

La guerra continua. E a Ivrea, da oltre quattro anni, c’è chi continua a dirlo in piazza. Tutti i sabati. Senza saltarne uno.

Sabato 7 marzo il Presidio per la Pace è arrivato alla 210ª edizione. Un numero che da solo racconta la costanza di un gruppo di cittadini che da anni si ritrova per denunciare guerre, riarmo e ipocrisie della politica internazionale.

Ad aprire gli interventi è Pierangelo Monti.

«Siamo qui – dice – per ripetere il nostro deciso e insieme angosciato ripudio della guerra».

Il quadro che descrive è pesante. Mentre il conflitto in Ucraina continua – con bombardamenti anche nelle ultime ore – in Medio Oriente si è aperto un nuovo fronte. I numeri citati durante il presidio parlano di oltre 1.300 morti in Iran e migliaia di feriti. In Libano, per l’offensiva israeliana, si contano 123 morti e 683 feriti, con mezzo milione di sfollati.

Monti ricorda le 160 bambine uccise nella scuola di Minab dai missili americani. In piazza cala il silenzio. Un minuto.

«Qui discutiamo dell’aumento del costo della vita, del petrolio e del gas – continua – ma cosa dovrebbero dire i palestinesi, i libanesi, gli iraniani o gli ucraini che vivono ogni giorno sotto i bombardamenti?».

Il bersaglio, però, non sono solo le guerre. È anche la politica che le permette.

Monti accusa apertamente i leader occidentali. «Netanyahu e Trump non pensano alla sorte dei popoli ma ai loro interessi». Ma la responsabilità, aggiunge, non è solo loro: riguarda anche i governi che li sostengono e quelli che fanno finta di niente.

Nel mirino l’Europa, accusata di usare due pesi e due misure. «All’Ucraina aggredita dalla Russia si dà sostegno politico, economico e militare. All’Iran e al Libano, aggrediti in violazione del diritto internazionale, non solo non si danno aiuti ma si è pronti a schierarsi con gli aggressori».

E poi l’Italia

«Il nostro Paese – dice Monti – da una parte appare irrilevante, perché non viene nemmeno informato dagli alleati delle decisioni militari più importanti. Dall’altra, però, continua a mettere a disposizione il proprio territorio con oltre cento basi Nato e statunitensi».

Secondo Monti è proprio questo il nodo politico. «Si dice che l’Italia non partecipa alle guerre, ma quando si permettono operazioni militari che partono dalle nostre basi di fatto si diventa parte del sistema di guerra».

Vengono citati il MUOS di Niscemi, la rete satellitare militare utilizzata per guidare operazioni e comunicazioni strategiche, e i droni statunitensi Triton MQ-4C partiti dalla base di Sigonella, in Sicilia, diretti verso il Golfo Persico.

«Il governo – attacca Monti – per bocca del ministro Crosetto sostiene che l’operazione americano-israeliana sarebbe fuori dal diritto internazionale e che non è sul tavolo l’utilizzo delle basi Nato. Ma nei fatti quelle basi vengono utilizzate lo stesso».

Da qui l’accusa di ipocrisia politica.

«Si condannano le guerre a parole, ma poi si permettono le operazioni militari che le rendono possibili».

Monti ricorda anche che altri Paesi europei si sono mossi diversamente. «La Spagna del presidente Sanchez, per esempio, ha negato l’uso delle proprie basi per queste operazioni. L’Italia invece continua a concederle».

Per il presidio questo significa assumersi una responsabilità politica. «Quando si ospitano basi militari e sistemi d’arma utilizzati nelle operazioni di guerra – è il ragionamento – non si può poi sostenere di restarne estranei».

Durante il presidio vengono ricordate anche le parole del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, che ha denunciato la doppia morale internazionale: non esistono «morti di serie A e morti di serie B».

Sulla stessa linea anche quattro grandi comunioni protestanti – anglicani, luterani, metodisti e riformati – che in una dichiarazione hanno criticato la deriva militarista degli Stati e chiesto un ritorno alla diplomazia.

Monti ricorda poi che la Conferenza episcopale italiana ha indetto per il 13 marzo una giornata di preghiera e digiuno per la pace.

Durante l’incontro Mario Zannini legge un documento della Rete Italiana Pace e Disarmo. Il titolo è già un programma: Se vogliamo la pace, dobbiamo preparare la pace.

Nel testo si denuncia la propaganda che giustifica il riarmo e si ricordano alcuni numeri: gli arsenali delle tre principali potenze nucleari contengono oltre 11 mila testate, più che sufficienti a distruggere il pianeta.

E poi la spesa militare. 2.700 miliardi di euro nel mondo nel 2024, con 6.800 miliardi previsti nei prossimi dieci anni in Europa e 700 in Italia. Soldi che, secondo il documento, dovrebbero essere investiti in welfare, cooperazione internazionale e transizione ecologica.

Il presidio, come sempre, non è solo denuncia ma anche proposta.

Se Silvio Conte richiama la necessità di costruire una cultura di pace, Fabrizio Zanotti presenta il laboratorio musicale Peace Generation, promosso dall’associazione culturale Fabrika con Emergency gruppo Canavese. Un progetto rivolto ai giovani, basato sulla scrittura di canzoni originali e sulla condivisione delle proprie esperienze. Per sostenere la terza edizione è stata lanciata una campagna di crowdfunding da 9 mila euro.

Durante l’incontro vengono ricordati anche altri appuntamenti: un incontro con l’avvocato Gianluca Vitale, due iniziative a Biella il 12 e il 19 marzo allo Spazio Hidro dedicate alle origini del sionismo e alla storia del conflitto mediorientale, e la manifestazione di Libera del 21 marzo a Torino, alla quale il presidio potrebbe partecipare con una delegazione.

Livio Obert propone inoltre l’adesione al Giro d’Italia per la pace Perugia-Assisi, che potrebbe fare tappa anche a Ivrea.

A chiudere gli interventi è Mariella Ottino, con una riflessione sugli equilibri geopolitici in Medio Oriente e sulle tensioni tra Iran, Israele e Stati Uniti.

Poi la piazza si svuota. Come ogni sabato.

Con la promessa, però, di tornare la settimana prossima. Perché la guerra continua. E qualcuno, a Ivrea, continua a dirlo.

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