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24 Febbraio 2026 - 22:03
Duecentootto settimane. Se le conti una ad una fanno quattro anni. Quattro inverni, quattro estati, quattro primavere.
Mentre il mondo tornava a pronunciare senza imbarazzo la parola “guerra” accanto alla parola “Europa”, a Ivrea qualcuno ha scelto di non abituarsi.
Martedì sera, in Piazza Ferruccio Nazionale, non c’è una folla. C’è qualcosa di più raro: una comunità che si riconosce.
Volti che si sono incontrati 208 volte.
Mani che hanno retto cartelli sotto la pioggia, nel freddo che entra nelle ossa. Uomini e donne che qualche volta hanno anche pensato di mollare non per stanchezza (quella no...) per i sogghigni. Per quelle frasi ripetute come un ritornello, di sottofondo e sui social: “prima gli italiani”, “prima il lavoro”, “prima la famiglia”, “prima la sicurezza”…
Eppure loro sono rimasti. Anche quando l’attenzione mediatica si è spostata altrove. Anche quando la guerra è diventata una notizia tra le altre.
“Stop wars”. “Basta armi”.
Parole semplici, scritte a mano. Tenute da persone che non hanno più l’età delle illusioni facili, ma nemmeno quella del cinismo. Persone che hanno capito che la guerra non è mai lontana davvero. E che ogni conflitto, prima o poi, entra nelle case. Anche solo come paura.
Accanto agli organizzatori, le istituzioni: il sindaco Matteo Chiantore, la vicesindaca Patrizia Dal Santo, l’assessora Gabriella Colosso, il vescovo Domenico Salera. Presenze sobrie. Nessuna oratoria muscolare. Solo il riconoscimento di una ferita che, dopo quattro anni, non si è chiusa.
Poi la musica.
E la piazza ha cambiato respiro.
La giovanissima cantautrice eporediese Sofia Tarantino ha cantato “Even in The Silence”, ispirata ad Anna Frank. In quel titolo la domanda che non passa: cosa resta quando tutto attorno crolla? Resta una voce. Anche nel silenzio.
Con “Voice in the Storm”, dedicata alla soldatessa Giulia, la guerra è diventata una ragazza. Un volto. Un’età che potrebbe essere quella di una figlia. Infine il brano “I bambini della guerra”.
E lì non c’è discussione che tenga.
Perché un bambino che perde la casa, il padre, la scuola, non appartiene a una parte. Appartiene al futuro. E se perdiamo lui, perdiamo tutto.
Al centro della serata i lumini. Accesi uno ad uno. Con la cura che si riserva alle cose fragili.
Qualcuno si è chinato per ripararli dal vento. Qualcun altro ha aspettato che la fiamma prendesse bene. Piccoli gesti. Attenzioni minime. Le luci hanno disegnato simboli di pace sull’asfalto freddo. Sembravano dire che la pace non è una parola grande. È una fiamma che va protetta.
Tra le parole più vere, quelle dei ragazzi del Parlamentino di Piverone. Si chiedono: "Chi sono i pacifisti?"
"Una persona che ascolta e rispetta le idee degli altri - scrivono - Mohamed e Isaac che giocano insieme, si divertono e si sorridono. Francesca che quando i suoi fratelli più grandi litigano, si mette in mezzo per farli smettere di litigare. Una persona semplice che trasmette tranquillità e serenità. Un palestinese e un israeliano che si abbracciano e si promettono reciproco aiuto. Un russo e un ucraino che smettono di considerarsi nemici e che aprono le porte delle proprie case a chi non ne ha più una. I tanti giovani che hanno manifestato e manifesteranno ancora per favorire la pace. Chi non giudica gli altri, e se qualcuno ha un problema, lo aiuta. Mario, che quando sbaglia chiede scusa. Chi sa dialogare e non impone la propria idea. Tutte le persone che nel mondo lottano per il rispetto dei diritti umani...".
E poi il finale, letto con la voce ancora acerba di chi però ha già capito molto: “Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo…”
Intorno non sono esplosi applausi. Si sono visti occhi lucidi.
Qualcuno ha abbassato lo sguardo. Qualcuno ha stretto più forte la mano accanto.
Duecentootto settimane non cambiano da sole la storia. Ma cambiano chi decide di esserci.
Sabato 28 febbraio sarà il 209° presidio. Ritrovo alle 11 in Piazza Balla, camminata verso il Municipio.
È un atto di fedeltà. Alla pace. E alla propria coscienza.
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