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04 Gennaio 2026 - 17:04
Faceva freddo, sabato mattina, a Ivrea. La temperatura era appena sopra lo zero, quel freddo secco che di solito svuota le piazze e scoraggia anche i più motivati. E invece no. Anche questa volta no. Al 201° Presidio per la Pace, sabato scorso, c’erano. Erano una quarantina. Non una folla oceanica, ma abbastanza da dimostrare che la parola pace, nonostante tutto, non è ancora stata archiviata. Persone diverse, unite da una scelta semplice e radicale: esserci, anche quando il mondo sembra andare esattamente dalla parte opposta.
Ad aprire il presidio è stato Pierangelo Monti, che è andato subito al sodo, senza giri di parole. «Il 2025 si è chiuso male e il 2026 è iniziato peggio – ha detto – perché per la pace nei Paesi in guerra non si è aperto nessuno spiraglio. Anzi, il conflitto globale ha mostrato un’ulteriore escalation».
Nelle ore precedenti, ha ricordato Monti, gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela, violando apertamente le norme del diritto internazionale. «La capitale Caracas è stata colpita in più punti strategici: l’aeroporto militare di La Carlota, la principale base delle forze armate Fuerte Tiuna, la torre di comunicazione “El Volcán”, il porto de La Guaira».
Il presidente Nicolás Maduro è stato arrestato insieme alla moglie e trasferito negli Stati Uniti. Poco prima era riuscito a proclamare lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale e ad annunciare il passaggio alla lotta armata per difendere diritti, istituzioni e sovranità del Paese. Washington ha accusato Maduro di guidare una rete internazionale di narcotraffico, accuse respinte dal governo venezuelano, che ha ribadito come il vero obiettivo degli Stati Uniti fosse il rovesciamento del presidente e il controllo delle riserve petrolifere del Paese, le più grandi al mondo. Monti ha ricordato anche un elemento che ha reso l’attacco ancora più grave: nelle ore precedenti, Maduro si era detto disponibile a trattare con gli Stati Uniti per accordi economici e per una possibile lotta congiunta al narcotraffico. Ma Donald Trump ha proseguito sulla sua strada.
«Il presidente degli Stati Uniti – ha stigmatizzato Monti senza mezzi termini – si è comportato da padrone e gendarme del mondo». Nei giorni precedenti aveva persino minacciato l’Iran, affermando che gli Stati Uniti sarebbero intervenuti in soccorso dei manifestanti se il regime li avesse uccisi, dopo che nelle proteste contro il peggioramento delle condizioni economiche erano rimaste uccise otto persone.
Lo sguardo si è poi spostato su Gaza e sulla Cisgiordania, dove il fragile cessate il fuoco è stato continuamente violato. «Anziché ridurre le tensioni, la tregua ha coinciso con un’accelerazione delle operazioni israeliane finalizzate all’annessione di fatto dei territori palestinesi occupati».
Monti ha citato un articolo di Roberto Iannuzzi, pubblicato su Avvenire, in cui si è spiegato come, dall’inizio della tregua del 10 ottobre, le violenze dei coloni e l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania si siano intensificate.
«Le aggressioni e gli omicidi compiuti dai coloni sono rimasti quasi sempre impuniti. Il governo israeliano ha approvato 19 nuovi insediamenti, portando a 68 il totale delle colonie, illegali in base al diritto internazionale. Sul territorio palestinese sono stati disseminati quasi 900 posti di blocco, duecento dei quali istituiti durante i due anni di guerra a Gaza, che hanno paralizzato la vita quotidiana degli abitanti. L’obiettivo, apertamente dichiarato dal governo Netanyahu, è impedire la creazione di uno Stato palestinese. E di fronte a politiche che violano in modo smaccato il diritto internazionale, né gli Stati Uniti né i Paesi europei hanno adottato misure punitive nei confronti di Israele».
Monti ha ricordato anche che in Israele chi ha osato protestare contro i crimini commessi dal governo nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania è stato arrestato e le manifestazioni sono state represse.
«Sul fronte russo-ucraino – ha proseguito Monti – ogni notte i droni hanno colpito non solo obiettivi militari, ma anche civili». Le trattative per la pace sono rimaste ferme.
Pierangelo Monti ha poi richiamato l’attenzione sulla Legge di Bilancio 2026, approvata dal Parlamento privilegiando il riarmo e l’industria militare a scapito del welfare e dell’ecologia. Ha citato l’articolo 3 della Costituzione ed espresso delusione per il messaggio di fine anno del Presidente Sergio Mattarella. «Si è limitato a parlare di disarmo delle parole, evitando un richiamo al disarmo degli arsenali. Mi spiace, signor Presidente, ma non siamo d’accordo».
Giorgio Franco ha legato in modo netto il tema della pace a quello dei diritti sociali. «La pace – ha affermato – si può raggiungere solo se si riesce a tenere insieme la lotta contro il riarmo e la difesa dei diritti sociali».
Ha invitato a osservare le immagini diffuse sui social dai leader politici: sorrisi, selfie, facce rassicuranti. Poi ha chiesto di guardare le pagine dei collettivi di fabbrica, degli operai e delle operaie della ex GKN, dei portuali di Genova che hanno bloccato i container carichi di armi. Lì non si vedono sorrisi, ma volti arrabbiati e stanchi. E quella differenza, ha spiegato, non è estetica, ma profondamente politica.
Da una parte c’è la rappresentazione della normalità, dall’altra la fatica reale di chi vive precarietà, salari insufficienti, ricatti e insicurezza. Quando la politica istituzionale si nutre soprattutto di immagine, la democrazia scivola nella propaganda, lasciando spazio alla destra xenofoba. «La cosiddetta pseudo-sinistra – ha aggiunto Franco – ha continuato a proporre il copione del campo largo e dell’unità, dimenticando che proprio i governi di centrosinistra hanno normalizzato precarietà, privatizzazioni e politiche pro-mercato. Per questo l’appello a fermare la destra non è più bastato».
Franco ha parlato di una stanchezza profonda, non verso la politica, ma verso una politica ridotta a comunicazione. Ha ricordato come miliardi di euro delle tasse siano finiti nelle spese militari, mentre sanità, istruzione e servizi essenziali sono rimasti sottofinanziati. «L’Italia – ha concluso – è diventata complice di guerre e genocidi, tradendo una Costituzione che ripudia la guerra. L’antifascismo reale si costruisce con pane, casa, cura, dignità e diritti, non con slogan».
Mariella Ottino ha affrontato il tema della guerra in Ucraina, analizzando criticamente il piano di pace proposto da Zelensky. Un piano che prevedeva un esercito ucraino di 800.000 uomini, armato e addestrato dalla NATO, una prospettiva che la Russia non avrebbe mai potuto accettare. «Le promesse disattese e l’espansione della NATO hanno minato ogni credibilità. In queste condizioni – ha stigmatizzato Ottino – non è stata la pace a essere cercata».
Se Mara De Santi ha rilanciato l’appello della poetessa palestinese Rasha Abdulhadi – «Gettare sabbia negli ingranaggi del genocidio, anche solo una manciata, anche pochi granelli» – Mauro Obert ha letto un comunicato stampa della Confederazione Unitaria di Base, denunciando l’arresto di Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, e di altri sei militanti palestinesi. Un’operazione che, secondo la Cub, ha avuto l’obiettivo di criminalizzare la solidarietà e colpire un movimento in crescita.
Letizia Carluccio ha letto un brano tratto dal libro di Omar El Akkad, Un giorno tutti diranno di essere stati contro.
Infine Rosanna Barzan ha ricordato l’impatto devastante della guerra sulla salute mentale dei bambini palestinesi, sottolineando come i traumi vissuti compromettano la crescita del cervello e segnino un’intera generazione. «Un genocidio nel genocidio», ha detto.
Un momento di forte intensità emotiva è arrivato con la lettura di una canzone dedicata alla Palestina.
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