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Berlinguer, quarant’anni dopo: le parole che parlano ancora al presente

Al Museo Ettore Fico di Torino la mostra che racconta l’uomo, il politico e il lascito civile di Enrico Berlinguer, tra memoria condivisa, pace e questione morale

Berlinguer, quarant’anni dopo: le parole che parlano ancora al presente

Enrico Berlinguer

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Quarant’anni dopo la sua morte, Enrico Berlinguer torna a parlare al presente. Non come icona imbalsamata della Prima Repubblica, né come figura da commemorare per pura nostalgia, ma come leader politico, intellettuale e morale capace ancora oggi di interrogare la politica, le istituzioni e la società civile. È questo il senso profondo della mostra I luoghi e le parole di Enrico Berlinguer, inaugurata oggi, 15 gennaio, al Museo Ettore Fico di Torino, dove resterà visitabile fino al 15 marzo, anche grazie al sostegno del Consiglio regionale del Piemonte.

L’esposizione arriva nel capoluogo piemontese dopo aver attraversato Roma, Bologna, Sassari, Cagliari e Firenze. Un viaggio che non è solo geografico ma culturale e politico, ideato dall’Associazione Berlinguer, dalla Fondazione Gramsci di Roma e dal Cespe, e realizzato a Torino in collaborazione con la Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci, la Cgil Piemonte e lo Spi Cgil Piemonte. Un lavoro corale che restituisce complessità e profondità a una figura centrale del Novecento italiano.

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FOTO MAX FERRERO

La mostra sceglie un approccio chiaro: partire dalla biografia per arrivare al lascito. Non solo il segretario del Pci, ma l’uomo, il dirigente, il protagonista di una stagione segnata da crisi profonde, conflitti sociali, tensioni internazionali e scelte politiche difficili. Un percorso costruito attraverso materiali originali audiovisivi, sonori, fotografici e documenti d’archivio, che accompagnano il visitatore in cinque sezioni: gli affetti, il dirigente, la crisi italiana, la dimensione globale, l’attualità e il futuro.

Il filo rosso che attraversa l’intero percorso è la riflessione sulla pace, intesa non come slogan ma come condizione essenziale per la sopravvivenza dell’umanità. Un tema che oggi, in un mondo segnato da nuovi conflitti e da un riarmo diffuso, torna con forza a interrogare coscienze e responsabilità politiche.

All’inaugurazione erano presenti numerose autorità istituzionali. Il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, ha sottolineato come la mostra aiuti a comprendere uno dei protagonisti di un’epoca e a conoscerne qualità e valori condivisibili anche oltre le appartenenze politiche, richiamando principi come la concordia istituzionale, l’antifascismo, il rispetto dell’avversario e la ricerca del bene comune come bussola dell’azione pubblica.

Sulla stessa linea il presidente del Consiglio regionale, Davide Nicco, che ha ricordato come Berlinguer sia stato un leader indiscusso, ma soprattutto un uomo capace di dimostrare rispetto per le istituzioni, per l’avversario politico e per le regole del confronto democratico.

Più netto e politico l’intervento del vicepresidente del Consiglio regionale, Domenico Ravetti, che ha voluto sgomberare il campo da equivoci: questa non è un’operazione agiografica, non serve a nessuno fare di Berlinguer un santino da collocare in un Pantheon. È invece, ha spiegato, una mostra che dimostra cosa la politica può e deve essere quando si è chiamati ad assumersi grandi responsabilità e a compiere scelte di rottura.

Un concetto ripreso anche da Valentina Cera, consigliera segretaria del Consiglio regionale, per la quale sostenere questa iniziativa non è solo un atto istituzionale, ma un dovere politico e morale. Berlinguer, ha ricordato, ha dato dignità e rappresentanza al movimento operaio, alle lavoratrici e ai lavoratori, a chi lottava – e lotta ancora oggi – per diritti concreti, salari giusti e una vita libera dallo sfruttamento.

La curatela della mostra, affidata a Alessandro d’Onofrio, Alexander Hobel e Gregorio Sorgonà, restituisce un Berlinguer lontano dalle semplificazioni. Un uomo che ha attraversato la crisi italiana degli anni Settanta e Ottanta, che ha elaborato una visione internazionale autonoma, che ha posto la questione morale al centro del dibattito pubblico e che ha saputo parlare al Paese con un linguaggio sobrio, rigoroso, mai urlato.

Non è un caso che Torino occupi un posto speciale in questo racconto. A ricordarlo è stata la vicepresidente del Senato, Anna Rossomando, intervenuta all’inaugurazione. Nel suo intervento ha definito la mostra un patrimonio di memoria condivisa, ricordando come la città sia stata un punto di riferimento fondamentale per le lotte sindacali e per due momenti emblematici della politica berlingueriana: il carteggio con monsignor Bettazzi e il celebre discorso ai cancelli della Fiat nel 1980, durante i 35 giorni di presidio operaio. Il messaggio era chiaro: il maggior partito della sinistra era al fianco dei lavoratori e non li avrebbe mai lasciati soli, ha ricordato Rossomando, sottolineando come proprio sulla solitudine dei lavoratori, esplosa negli anni successivi, la politica e la sinistra siano ancora oggi chiamate a interrogarsi.

All’inaugurazione erano presenti anche le consigliere e i consiglieri Nadia Conticelli, Laura Pompeo, Gianna Pentenero, Alice Ravinale e Domenico Rossi, a testimonianza di un interesse istituzionale ampio e trasversale.

I luoghi e le parole di Enrico Berlinguer non è dunque un esercizio di memoria fine a se stesso. È un invito esplicito a tornare a interrogarsi sul senso della politica, sulla responsabilità di chi governa, sul rapporto tra etica e potere, tra istituzioni e cittadini. Non un viaggio nel passato per nostalgia, ma uno sguardo sul presente e sul futuro. Insomma, una mostra che chiede di essere attraversata con attenzione, perché le parole di Berlinguer, oggi come allora, continuano a fare rumore.

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