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Naim Abu Saif, scrivere per restare umano sotto le bombe

Dal campo profughi di Jabalia all’Università di Torino: in “L’ultimo respiro di Gaza” il racconto di una guerra vissuta in prima persona, tra perdita, memoria e resistenza

Naim Abu Saif, scrivere per restare umano sotto le bombe

Naim Abu Saif, scrivere per restare umano sotto le bombe

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Ha circa 22 anni ed è cresciuto nel nord di Gaza. Prima della guerra del 2023 studiava per diventare giornalista. Durante i bombardamenti ha iniziato a raccontare la sua esperienza attraverso la scrittura, come forma di testimonianza e resistenza. Ha perso la casa e molti familiari, compreso il padre. È autore del libro “L’ultimo respiro di Gaza” (2025), in cui racconta la vita sotto la guerra. È riuscito a lasciare Gaza grazie a corridoi umanitari e oggi si trova in Italia, a Torino, dove studia.

Il suo libro nasce da lì, ma non nasce per diventare un libro.

Naim Abu Saif non ha mai cercato di essere uno scrittore. Non ha mai immaginato un pubblico europeo, una presentazione, una traduzione. Cercava soltanto un modo per restare umano. E quando tutto intorno a lui sembrava negare questa possibilità, ha trovato nelle parole l’unico spazio in cui continuare a esistere.

È nato nel campo profughi di Jabalia. Un luogo dove le case sono addossate le une alle altre, dove lo spazio è poco e il tempo sembra fermarsi sempre sullo stesso punto: quello della privazione. È lì che è cresciuto, tra strade strette e muri che resistono più per abitudine che per sicurezza. È lì che ha imparato, da bambino, cosa significhi vivere dentro un’ingiustizia che non ha bisogno di essere spiegata, perché è ovunque.

E lì ha perso suo padre. Era la Seconda Intifada quando l’esercito israeliano lo ha ucciso. Da allora, quel vuoto non si è mai davvero colmato. Non lo ha fatto il tempo, non lo ha fatto la distanza. È rimasto, come una presenza silenziosa che attraversa tutto ciò che Naim scrive. “La morte di mio padre mi ha cambiato per sempre”, racconta ad un giornalista di notiziegeopolitiche.net. “La scrittura è diventata un’estensione della sua voce”.

Forse è anche per questo che, quando ha iniziato a studiare giornalismo a Gaza, ha capito presto che non bastava.

La notizia racconta i fatti. Ma non racconta cosa si prova a viverli.

Non racconta il terrore che resta dopo l’esplosione. Non racconta l’assenza. Non racconta il peso di un nome che non puoi più chiamare. E allora Naim ha fatto un passo oltre: ha trasformato la cronaca in racconto, i numeri in volti, le statistiche in vite.

Durante l’ultima guerra, mentre la Striscia veniva colpita, mentre villaggi e città venivano distrutti, mentre le perdite diventavano personali prima ancora che collettive, ha iniziato a scrivere L’ultimo respiro di Gaza. Non dopo. Non a distanza. Ma mentre accadeva tutto. Scrivere mentre cadono le bombe. Ogni giorno, una sfida. Ogni parola, una resistenza.

Il suo libro non è un resoconto. Non è un’analisi. È una testimonianza viva. È il tentativo di dare un battito a ciò che nei giornali diventa solo un numero. “I numeri sono importanti”, dice, “ma non hanno un cuore”. E allora lui quel cuore prova a restituirlo, riga dopo riga.

Nel libro c’è Jabalia, ma non solo come luogo. C’è come radice. Come identità. Come qualcosa che non può essere distrutto, anche quando tutto il resto crolla. “Jabalia è la mia radice”, dice. “... uno spirito che vive in ogni parola che scrivo”.

E c’è il lutto.

Quello che non si riesce mai a raccontare fino in fondo. Quello che cambia il modo di scrivere, lo rende più diretto, più essenziale. Meno spazio per l’ornamento, più verità. Perché quando vivi tra fughe, bombardamenti e morte, non hai tempo per abbellire le frasi. Hai solo il tempo di dire. E poi arriva il momento di andare via.

Lasciare Gaza non è una liberazione semplice. È una frattura. È un misto di salvezza e senso di colpa. “Gratitudine verso chi mi ha aiutato e paura di lasciare la mia terra”, racconta. Attraversa quel confine grazie a una borsa di studio, arriva in Italia, a Torino.

Qui riprende a studiare. Torna a sedersi in un’aula. Torna, in qualche modo, al ragazzo che era prima. Ma non è più lo stesso.

Porta con sé la memoria del campo, il peso del lutto, e soprattutto una responsabilità: trasmettere la voce di Gaza a chi vive lontano. Non solo come tragedia, ma come vita. Come resistenza. Come umanità.

Il suo libro arriva anche ai lettori europei. E la risposta lo sorprende. Empatia, attenzione, commozione. Ma lui resta lucido: non vuole che quella sofferenza diventi un prodotto. Non vuole che si consumi come una storia tra le altre.

Vuole che resti. Che lasci qualcosa. Perché il suo timore più grande non è solo ciò che è accaduto. È che venga dimenticato.

“Il mondo potrebbe dimenticare che a Gaza le persone vivono, amano, sognano”, dice. Ed è per questo che continua a scrivere. Perché la scrittura, per lui, non è mai stata una scelta estetica. È un dovere. È un modo per restare umano tra le macerie.

E anche oggi, a Torino, lontano da Jabalia, ogni parola che mette su carta è un ritorno. Non geografico. Ma necessario.

Perché Gaza, in fondo, non è un luogo da cui si parte davvero. È un respiro che resta dentro. Anche quando sembra finito.

Tutto questo per dire che Naim Abu Saif sarà a Ivrea sabato 18 aprile alle 17,30 in sala Santa Marta.

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